Categoria: Quaderni Politici

Il Blog di UMBERTOZIMARRI.EU –  Un luogo di riflessione sulle dinamiche politiche, economiche e sociali, ispirato ai principi della giustizia sociale, della sostenibilità ambientale e dell’innovazione.

  • Global Risks Report 2025: rischi ambientali ed economici

    Global Risks Report 2025: rischi ambientali ed economici

    Global Risks Report 2025: quando la crisi ambientale diventa economia

    Il World Economic Forum ha pubblicato il Global Risks Report 2025. Si tratta di un’analisi che da due decenni fotografa le vulnerabilità del sistema globale. Quest’anno, come era facile pronosticare, il quadro è particolarmente cupo: conflitti armati al primo posto tra i rischi immediati, seguiti da eventi climatici estremi, confronto geo-economico, disinformazione e polarizzazione sociale.

    Nell’orizzonte a due anni dominano le tensioni geopolitiche e le fratture interne alle società. Il 23% degli esperti consultati identifica i conflitti armati come il rischio più probabile per il 2025, un balzo drammatico rispetto alle edizioni precedenti. La guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente e in Sudan pesano su un sistema multilaterale già in crisi. La disinformazione, amplificata dall’intelligenza artificiale generativa, mantiene il primo posto tra i rischi più gravi per il 2027, per il secondo anno consecutivo.
    In sintesi, è evidente il calo dell’ottimismo globale ( e vorrei ben vedere):

    • oltre il 50% degli esperti prevede un mondo instabile entro il 2027
    • il 62% si aspetta uno scenario turbolento o addirittura “tempestoso” entro il 2035

    Tra i rischi più gravi nel breve e medio periodo emergono:

    • Conflitti armati tra Stati, oggi il rischio più immediato
    • Disinformazione e misinformation, amplificate dall’intelligenza artificiale
    • Polarizzazione sociale, che mina la fiducia e la coesione
    • Tensioni geoeconomiche, tra sanzioni, protezionismo e guerre commerciali
    • Eventi climatici estremi, sempre più frequenti e distruttivi

    Il report parla apertamente di una possibile “recessione geopolitica”. Cosa si intende con questo termine?
    Una fase in cui diminuiscono cooperazione internazionale, fiducia tra Stati e capacità delle istituzioni globali di gestire i conflitti. Al suo posto crescono rivalità strategiche, unilateralismo e uso della forza economica o militare. I Paesi privilegiano sicurezza nazionale e interessi interni rispetto a soluzioni condivise. L’instabilità, dunque, diventa strutturale, non episodica.

    Global Risk Report 2025: guardando oltre l’attualità

    Ma è guardando oltre il 2030 che emerge il dato, a mio avviso, più significativo, anche alla luce di quello che è avvenuto nel Sud Italia pochi giorni fa: i rischi ambientali non sono più una categoria separata. Sono diventati il substrato su cui si innestano fragilità economiche, sociali e politiche.
    Otto dei dieci rischi più gravi nel prossimo decennio sono di natura ambientale o tecnologica. E proprio questa transizione, da preoccupazione di lungo periodo a emergenza strutturale, rappresenta la novità più rilevante del report.

    Rischi nel lungo periodo (fino al 2035)

    • Crisi ambientali dominano lo scenario: eventi climatici estremi, perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi.
    • Inquinamento emerge come rischio critico sottovalutato, soprattutto per le giovani generazioni.
    • Disuguaglianze e polarizzazione restano rischi strutturali centrali, fortemente interconnessi con tutti gli altri.
    • Rischi tecnologici in crescita: impatti negativi dell’IA, cyber-warfare e possibili derive della biotecnologia.
    • Società super-anziane: pensioni, sanità e carenza di forza lavoro diventano vulnerabilità sistemiche.

    Un sistema sotto pressione crescente

    La percezione degli esperti consultati dal Forum è netta: il mondo sta perdendo capacità di assorbire gli shock. Il 52% prevede un biennio “instabile”, mentre il 31% si aspetta un periodo “turbolento” e il 5% addirittura “tempestoso” – categorie che insieme segnano un aumento di quattro punti percentuali rispetto all’anno precedente. Sul lungo periodo la situazione peggiora: il 62% degli intervistati prevede un decennio caratterizzato da sconvolgimenti sistemici.

    Non si tratta solo di eventi isolati. Ogni tensione geopolitica, ogni innovazione tecnologica dirompente, ogni frattura sociale si propaga attraverso economie interconnesse in modi difficili da prevedere e ancora più difficili da controllare. Il report documenta questa fragilità sistemica con un dato eloquente: tutti i 33 rischi monitorati peggiorano nel passaggio dall’orizzonte a due anni a quello decennale.

    La geografia stessa del rischio sta cambiando. In Asia orientale preoccupano le tensioni commerciali e la sicurezza cibernetica. In Europa dominano carenza di manodopera e migrazioni. In Africa subsahariana pesano disoccupazione e criminalità. Ma ovunque, trasversalmente, cresce la consapevolezza che i vecchi strumenti di gestione del rischio non bastano più.

    L’ottimismo è merce rara. Solo l’8% degli intervistati prevede condizioni stabili o tranquille per il prossimo decennio. È il dato più eloquente: viviamo in uno dei periodi più divisi dalla fine della Guerra Fredda, e la percezione diffusa è che le cose peggioreranno prima di migliorare.

    Quando il clima entra nei bilanci

    Come specificato, c’è una sostanziale novità nel report sul modo in cui viene trattato il rischio ambientale. Banalizzando, andando incontro alla vulgata populistica tanto in voga. Non si tratta più di una questione per associazioni, volontari, ma neanche di Ministeri dell’ambiente o ONG, ma di una variabile macroeconomica primaria.

    Gli eventi climatici estremi, già classificati come rischio numero uno per il prossimo decennio, non colpiscono solo ecosistemi. Colpiscono filiere produttive globali, generano inflazione, riducono la produttività, spostano popolazioni. Facciamo degli esempi concreti: un’alluvione in Bangladesh non è più solo un dramma umanitario: è uno shock per le catene di fornitura dell’industria tessile globale. Una siccità prolungata nel Midwest americano si traduce in prezzi del grano che oscillano sui mercati internazionali.

    Il costo per evento climatico estremo è aumentato del 77% negli ultimi cinque decenni, aggiustato per l’inflazione. Ma il dato sottovaluta il fenomeno, perché cattura solo i danni diretti. Non misura le interruzioni produttive, la perdita di competitività, il dirottamento di investimenti verso la ricostruzione anziché l’innovazione.

    Significativo anche il cambiamento di percezione temporale: rischi ambientali tradizionalmente considerati di lungo periodo stanno rapidamente entrando nell’orizzonte immediato. L’inquinamento, ad esempio, è salito di quattro posizioni nel ranking a due anni, segnale che gli effetti sulla salute e sull’economia non sono più dilazionabili.

    La scarsità che ridisegna il potere

    Acqua, suolo fertile, minerali critici: la competizione per risorse naturali sempre più scarse sta ridisegnando equilibri geopolitici ed economici. Il report evidenzia come questa dinamica stia alimentando un paradosso: proprio quando servirebbe più cooperazione internazionale, assistiamo a un’accelerazione di politiche protezionistiche e frammentazione dei mercati.

    La concentrazione di risorse strategiche in poche mani ,geografiche o aziendali, emerge come rischio di medio periodo. Non è solo una questione di materie prime per la transizione energetica. È la struttura stessa delle dipendenze economiche che si sta riconfigurando, con conseguenze su inflazione, crescita e stabilità finanziaria.

    L’inquinamento invisibile nei conti pubblici

    Tra i rischi sottovalutati, il report dedica particolare attenzione all’inquinamento. Spesso percepito come problema locale o settoriale, in realtà rappresenta un drenaggio costante di risorse economiche: costi sanitari in crescita, giornate lavorative perse, degrado di capitale naturale che non viene contabilizzato finché il danno non è irreversibile.

    Le generazioni più giovani lo hanno capito: nei sondaggi del Forum, gli under 30 classificano l’inquinamento tra i primi tre rischi di lungo periodo. Non si tratta dei giovani che protestano per saltare un giorno di scuola. E’ una percezione chiara di un problema. Anzi, è la percezione – corretta – che i costi ambientali accumulati oggi diventeranno freni strutturali alla crescita futura.

    Il report cita dati inquietanti: meno dell’1% dei finanziamenti internazionali allo sviluppo è destinato alla lotta contro l’inquinamento atmosferico. Nel frattempo, le popolazioni di paesi a basso e medio reddito respirano aria sei volte più inquinata rispetto ai paesi ricchi. La disuguaglianza ambientale è anche disuguaglianza economica.

    Vulnerabilità asimmetriche

    C’è un filo rosso che attraversa il report: i rischi ambientali amplificano le disuguaglianze esistenti. Le comunità con meno risorse sono quelle più esposte a eventi climatici estremi, degrado ambientale, inquinamento. E sono anche quelle con minore capacità di adattamento.

    Questa dinamica genera conseguenze economiche misurabili: migrazioni forzate, tensioni sociali, minore coesione politica. Tutto ciò si traduce in maggiore incertezza, minori investimenti, crescita più lenta. Il circolo vizioso è completo quando la mancanza di crescita riduce ulteriormente le risorse disponibili per affrontare i problemi ambientali.

    Il Global Risks Report 2025: dati e numeri contro la disinformazione e il populismo

    Il Global Risks Report 2025 non può certamente essere considerato un manifesto ambientalista o essere tacciato di socialismo. È un’analisi economica oggettiva che prende atto di una realtà: clima, biodiversità, inquinamento sono diventati fattori strutturali della stabilità macroeconomica globale.

    Continuare a trattarli come variabili esterne significa non vedere dove si concentrano realmente le vulnerabilità del sistema. Affrontarli richiede qualcosa che il report stesso ammette mancare: istituzioni multilaterali efficaci, visione di lungo periodo, capacità di coordinamento che vadano oltre l’emergenza del momento. Cosa che senza troppi giri di parole è un utopia nel mondo attuale.

    Il messaggio più preoccupante, tra tutti quelli citati, rischia di non essere nella lista dei rischi. È nella crescente consapevolezza che gli strumenti per gestire il mondo di oggi e di domani sta perdendo efficacia più rapidamente di quanto ne sviluppiamo di nuovi.

    Leggi anche: Il Discorso integrale del premier canadese, Mark Carney, a Davos

  • Il Discorso integrale del premier canadese, Mark Carney, a Davos

    Il Discorso integrale del premier canadese, Mark Carney, a Davos

    È allo stesso tempo un piacere e un dovere essere con voi questa sera, in questo momento cruciale che il Canada e il mondo stanno attraversando.

    Oggi parlerò di una frattura nell’ordine mondiale, della fine di una piacevole finzione e dell’inizio di una dura realtà, in cui la geopolitica — la geopolitica delle grandi potenze dominanti — non è sottoposta ad alcun limite, ad alcun vincolo.

    Dall’altra parte, però, vorrei dirvi che gli altri Paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che includa i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale dei vari Stati.

    Il potere di chi ha meno potere comincia dall’onestà.

    Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.

    E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma.

    E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza da parte dei Paesi ad adeguarsi per andare avanti, ad accomodarsi, a evitare problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.

    Ebbene, non sarà così.

    Allora, quali sono le nostre opzioni?

    Il discorso del premier Canadese a Davos: il potere dei senza potere

    Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere, nel quale pose una domanda semplice: come si reggeva il sistema comunista? La sua risposta cominciava con un fruttivendolo.

    Ogni mattina, questo negoziante metteva un cartello nella vetrina: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi». Non ci credeva, nessuno ci credeva, ma lo espose comunque per evitare guai, per segnalare conformità, per andare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi.

    Havel lo definì “vivere nella menzogna”.

    Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero, e la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il fruttivendolo toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi. Amici, è tempo che imprese e Paesi tolgano i loro cartelli.

    Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione.

    Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa: che i più forti si sarebbero sottratti quando sarebbe loro convenuto, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

    Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie.

    Così, abbiamo “messo il cartello in vetrina”. Abbiamo partecipato ai rituali e in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.

    Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto. Siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione.

    Un nuovo orizzonte – il discorso del premier canadese a Davos

    Negli ultimi due decenni, una serie di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche ha messo a nudo i rischi di un’estrema integrazione globale. Ma più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

    Non si può vivere nella menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.

    Le istituzioni multilaterali su cui le potenze intermedie hanno fatto affidamento — il WTO, l’ONU, la COP — l’architettura stessa della risoluzione collettiva dei problemi è sotto minaccia. E di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alla stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica, nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.

    E questo impulso è comprensibile. Un Paese che non può nutrirsi, alimentarsi o difendersi da solo ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo.

    Ma guardiamo con lucidità a dove questo porta.

    Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. E c’è un’altra verità. Se le grandi potenze abbandonano anche solo la pretesa di regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i guadagni del transazionalismo diventeranno sempre più difficili da replicare.

    Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni.

    Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza.

    Compreranno assicurazioni, aumenteranno le opzioni per ricostruire la sovranità — una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

    Questa sala sa che si tratta di una classica gestione del rischio. La gestione del rischio ha un costo, ma quel costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso.

    Gli investimenti collettivi nella resilienza sono più economici rispetto a ciascuno che costruisce la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva. E la domanda per le potenze intermedie come il Canada non è se adattarsi alla nuova realtà — dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti, o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.

    Il Canada è stato tra i primi a recepire il campanello d’allarme, portandoci a modificare radicalmente la nostra postura strategica.

    I canadesi sanno che le vecchie e comode supposizioni secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non sono più valide. E il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb, presidente della Finlandia, ha definito “realismo basato sui valori”.

    Oppure, per dirlo in un altro modo, puntiamo a essere al tempo stesso basati su principi e pragmatici — basati su principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza, salvo quando coerente con la Carta dell’ONU, e il rispetto dei diritti umani; e pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori.

    Perciò ci impegniamo ampiamente e strategicamente, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse.

    Stiamo calibrando le nostre relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori e stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del mondo in questo momento, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà.

    E non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.

    Stiamo costruendo questa forza in patria.

    Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese. Abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale. Stiamo accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, AI, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la spesa per la Difesa entro la fine di questo decennio, e lo faremo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali.

    E ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’UE, compresa l’adesione a SAFE, i meccanismi europei di approvvigionamento per la difesa. Abbiamo firmato altri 12 accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti in sei mesi. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.

    Stiamo facendo anche qualcos’altro. Per contribuire a risolvere i problemi globali, perseguiamo una geometria variabile, in altre parole coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi comuni. Così, sull’Ucraina, siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.

    Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico di determinare il futuro della Groenlandia.

    Il nostro impegno per l’Articolo 5 della NATO è incrollabile, quindi stiamo lavorando con i nostri alleati NATO, compreso il Gate nordico-baltico, per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aeromobili e truppe sul terreno, truppe sul ghiaccio.

    Il Canada si oppone fermamente ai dazi sulla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere i nostri obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.

    Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra il Partenariato Transpacifico e l’Unione Europea, che creerebbe un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone. Sui minerali critici, stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 affinché il mondo possa diversificarsi da forniture concentrate. E sull’AI, stiamo cooperando con democrazie affini per garantire che non saremo costretti a scegliere tra egemoni e hyperscaler.

    Questo non è multilateralismo ingenuo, né fare affidamento sulle vecchie istituzioni. È costruire coalizioni che funzionano — questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune per agire insieme.

    In alcuni casi, questo includerà la stragrande maggioranza delle nazioni.

    Ciò che stiamo facendo è creare una fitta rete di connessioni nel commercio, negli investimenti, nella cultura, su cui potremo fare affidamento per le sfide e le opportunità future.

    Sostengo che le potenze intermedie debbano agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu.

    Ma direi anche che le grandi potenze, per ora, possono permettersi di agire da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze intermedie no.

    Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.

    Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per il favore, oppure unirsi per creare una terza via con un impatto reale.

    Non dovremmo lasciare che l’ascesa del potere duro ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme — il che mi riporta a Havel.

    Che cosa significa, per le potenze intermedie, vivere nella verità?

    Per prima cosa, significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per quello che è: un sistema di crescente rivalità tra grandi potenze, in cui i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come coercizione.

    Significa agire in modo coerente, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze intermedie criticano l’intimidazione economica da una direzione, ma restano in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo mantenendo il cartello in vetrina.

    Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare che il vecchio ordine venga ripristinato. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino come descritto. E significa ridurre la leva che consente la coercizione — questo significa costruire un’economia domestica forte. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.

    E la diversificazione internazionale non è solo prudenza economica, è una base materiale per una politica estera onesta, perché i Paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

    Dunque il Canada. Il Canada ha ciò che il mondo vuole. Siamo una superpotenza energetica. Deteniamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori del pianeta. In altre parole, abbiamo capitale, talento… e abbiamo anche un governo con un’enorme capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.

    Carney: ” Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà”

    Il Canada è una società pluralistica che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutt’altro che tale. Un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.

    E abbiamo qualcos’altro. Abbiamo la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa frattura richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo per quello che è.

    Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non perdiamo tempo a rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia, ma crediamo che dalla frattura possiamo costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte, più giusto. Questo è il compito delle potenze intermedie, dei Paesi che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare da una cooperazione autentica.

    I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa — la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

    Questo è il percorso del Canada. Lo scegliamo apertamente e con fiducia, ed è un percorso aperto a qualsiasi Paese disposto a intraprenderlo con noi. Grazie mille.”

    Leggi anche il Manifesto Di Ventotene oggi

  • La politica della felicità

    La politica della felicità

    La dimensione sociale odierna della rinuncia alla felicità

    Uno dei paradossi dei nostri tempi è che la felicità fa spesso più paura dell’infelicità. Perché questa, per quanto ingiusta, è conosciuta. La felicità no. È incerta. Fragile. Chiede di credere che le cose possano andare diversamente.

    Molte persone hanno paura della felicità perché sono state educate alla rinuncia, da un sistema o dagli eventi della vita. Non desiderare troppo. Non sperare troppo. È una sopravvivenza emotiva che ha un costo altissimo: una vita vissuta in sottrazione.

    La paura della felicità nasce spesso dal timore di perderla. E’ la società del precariato. Chi lo ha sperimentato sa che tutto può finire. C’è poi una responsabilità collettiva, totalmente politica, in questa paura. Una società ingiusta non solo limita le possibilità materiali di essere felici, ma agisce anche sull’immaginario.


    La politica della felicità

    La politica del nostro tempo, dal canto suo, ha guidato questo processo degenerativo, lavorando alacremente per rimuovere dal proprio lessico la parola felicità. Ne ha conservata un’altra, invece, e la usa senza tregua: paura. Paura dell’altro, del futuro, del cambiamento, della povertà che incombe come una colpa individuale anziché come una questione collettiva. La destra ha costruito su questo terreno una parte decisiva del proprio consenso, trasformando l’insicurezza in ideologia e l’ansia verso l’altro, il diverso, in strumento di governo.

    Ma una politica alternativa, se vuole tornare a essere necessaria, deve fare l’opposto: smontare la paura e rimettere al centro la felicità possibile, concreta, condivisa. Una sorta di felicità giusta.

    Parlare di felicità non è un esercizio astratto né una fuga dalla realtà. Per la sinistra, la felicità è una questione profondamente materiale e politica. Ha a che fare con il lavoro e la sua dignità, con il tempo sottratto alla precarietà e restituito alla vita, con la salute, l’istruzione, il diritto a una casa, con relazioni sociali non schiacciate dalla competizione permanente. La felicità come progetto politico non è utopia naïf, è concretezza: salari dignitosi, tempo liberato, servizi universali, welfare robusto. Sono le condizioni materiali della felicità possibile. Nessuno può essere felice in una società attraversata da disuguaglianze strutturali, dove pochi accumulano troppo e molti vivono nell’incertezza cronica.

    La paura, al contrario, è il grande anestetico del presente. Quando hai paura accetti ciò che non dovresti accettare: salari insufficienti, diritti ridotti, esistenze sospese, la privatizzazione dei servizi essenziali. Privazioni della speranza e dei sogni. Accetti che la rabbia venga indirizzata verso chi è più fragile, invece che verso chi concentra in maniera bulimica potere. Accetti una politica che rinuncia a trasformare e si limita ad amministrare, molte volte male, l’esistente.La paura disincentiva e diventa l’anticamera o della rabbia o della rassegnazione. Spegne i sogni e le speranze.

    Se ci pensiamo, la sinistra è nata proprio come risposta a una paura radicale: quella di una vita condannata allo sfruttamento e alla miseria. Ma non ha mai promesso solo protezione. Ha promesso emancipazione. Sicurezza. Libertà. Un’esistenza che non sia sopravvivenza, ma dignità e sogni. Eppure negli ultimi decenni ha spesso risposto alle paure solo con la “gestione del peggio”, senza riuscire a proporre un orizzonte veramente desiderabile. Ha difeso l’esistente più che immaginare il possibile.

    Siamo tornati dopo troppo tempo a pronunciare parole come giustizia sociale, redistribuzione, uguaglianza. Dobbiamo renderle una concreta alternativa. Immaginare un futuro migliore e diverso non può essere derubricato a un semplice atto di ingenuità. Perchè le ingiustizie sono evidenti. Crescono le disuguaglianze economiche e territoriali. Il lavoro si frammenta, si impoverisce, perde senso. I giovani vivono in un eterno rinvio del futuro. Le donne continuano a pagare un prezzo altissimo in termini di salario, carichi di cura, violenza di genere. Interi territori vengono svuotati o abbandonati. In questo scenario, limitarsi a gestire la paura significa arrendersi.

    Dopo anni di precarietà, di rinunce, di aspettative sistematicamente abbassate, ci si abitua all’idea che “più di così non si può”. La paura diventa una condizione normale, quasi rassicurante. L’accontentarsi viene scambiato per realismo, mentre è solo rassegnazione. Si smette di desiderare davvero, perché desiderare espone al rischio di restare delusi.

    In questo modo l’ingiustizia compie il suo capolavoro: non opprime soltanto, ma educa alla rinuncia. Convince che la felicità sia eccessiva, fuori luogo, persino sospetta. Che sia destinata solamente a qualcuno. Quel qualcuno che spesso la utilizza come una clava.

    E invece è vero il contrario. A volte la politica dovrebbe avere il coraggio di dire che non basta sopravvivere, che non basta difendere il poco che resta. A volte si dovrebbe volere la luna. Non come illusione infantile, ma come gesto radicale di dignità. Perché solo chi osa desiderare può smettere di difendere l’esistente e iniziare a cambiarlo. L’accontentarsi è sempre funzionale a chi governa l’ingiustizia. La felicità esigente, quella che pretende condizioni materiali e dignità, è invece sovversiva per natura.

    La felicità è anche una questione di tempo e di senso. Tempo per vivere, per amare, per partecipare, per prendersi cura. Una società che ruba tempo alle persone è una società infelice e ingiusta. Ridare tempo significa ridare potere. Significa rompere l’idea che il valore di una persona coincida con la sua produttività. Significa restituire alle persone la possibilità di esistere pienamente, non solo di funzionare.

    Ma c’è un altro elemento da aggiungere: la felicità collettiva non è la somma di felicità individuali. È qualcosa di qualitativamente diverso. Nasce dalla solidarietà, dalla partecipazione, dal sentirsi parte di qualcosa di più grande. E questo è radicalmente incompatibile con una società che atomizza, che mette tutti in competizione, che trasforma ogni relazione in transazione, ogni spazio pubblico in luogo di consumo. Una politica della felicità è anche una politica delle relazioni, del tessuto sociale, dello spazio comune come luogo di incontro e non di mero passaggio.

    Torniamo ad immaginare

    Forse la sfida più grande, oggi, è offrire un orizzonte desiderabile, non solo un argine al peggio che viviamo con la peggiore destra al Governo. Torniamo a parlare alle persone nella loro interezza: non solo come individui spaventati da proteggere, ma come cittadini capaci di speranza, di desiderio, di costruzione collettiva.

    Immaginare tutto questo, oggi, è davvero un atto sovversivo. E la politica ( ma forse anche le persone) ad ogni livello, dal locale all’Europeo, dovrebbe ripartire proprio da qui: non solo da cosa vuole evitare, ma da cosa vuole costruire. Dalla ricerca di un antitodo contro l’apatia più profonda.

    In un tempo che ci vuole rassegnati, non c’è nulla di più radicale che rivendicare il diritto alla felicità contro ogni ingiustizia. Non la felicità individuale del consumatore soddisfatto, ma quella condivisa di chi costruisce insieme un mondo più giusto. La felicità degli orizzonti condivisi.

  • Milano: Oltre la Cronaca, Una Questione di Democrazia Urbana

    Milano: Oltre la Cronaca, Una Questione di Democrazia Urbana

    Riflessioni su una trasformazione che Esclude e sul concetto di Democrazia Urbana

    Quello che dovremmo approfondire, riguardo la vicenda Milano, è l’enorme tema politico che questa vicenda si porta dietro, perché ci costringe a guardare in faccia una realtà molto più complicata rispetto alla narrazione costruita in questi 15 anni. Una realtà che riguarda la democrazia urbana e il diritto alla casa.

    Il Miracolo Milanese: A Che Prezzo?

    Milano, dall’Expo in poi, si è trasformata. Completamente. Totalmente. Letteralmente. È stata una metropoli in fermento, di eventi, di nuove energie. La narrazione del “miracolo milanese” ha dominato il dibattito pubblico per oltre un decennio: una città che si è saputa reinventare, che ha attirato capitali internazionali, che è diventata il simbolo di un’Italia che funziona. Quante volte abbiamo sentito la frase, per molti aspetti anche a ragione, “l’unica grande città italiana veramente europea”.

    Questa trasformazione, però, non è stata gratis. Il prezzo lo hanno pagato i lavoratori, gli studenti, gli anziani. Lo ha pagato chi guadagna poco e ha smesso di permettersi un affitto, in una città dove la crisi abitativa a Milano è ormai strutturale. I quartieri popolari sono stati svuotati, sostituiti da zone “riqualificate” dove però nessuno può più vivere, se non può comprare.

    Un esempio concreto di esclusione urbana.

    La Geografia dell’Esclusione

    Guardiamo i numeri con onestà. Negli ultimi 8 anni, i canoni di affitto sono aumentati in misura uguale nel centro di Milano e in periferia: si parla, infatti, di poco più del 42% nel capoluogo e del +39% nei comuni limitrofi.

    È quanto messo in luce dall’ultimo report di Immobiliare.it.

    I quartieri “rigenerati” raccontano una storia precisa: appartamenti venduti come investimento a fondi internazionali, spazi pubblici trasformati in centri commerciali a cielo aperto, AirBnB dovunque. Dove prima c’erano comunità, oggi ci sono consumatori. Insomma, dove prima c’erano cittadini, oggi ci sono clienti con portafogli.

    Nel 2016, per permettersi una casa a Milano bisognava mettere in conto una spesa di circa 3.600 euro/mq, mentre in periferia di meno di 1.900 euro/mq”, spiegano gli esperti di Insights. “Adesso, invece, il costo delle case nel capoluogo meneghino supera i 5.400 euro/mq, con l’hinterland che è invece rimasto a 2.240 euro/mq.”

    Questi dati mostrano con chiarezza come il mercato immobiliare di Milano abbia contribuito ad allargare le disuguaglianze.

    Chi Decide lo Sviluppo Urbano?

    Il tema, ovviamente, non è solo milanese ma riguarda buona parte di tutte le grandi città occidentali. La politica ha accettato l’idea che il “dinamismo” del mercato immobiliare fosse di per sé un bene, che ogni nuovo grattacielo fosse un segno di progresso, che ogni operazione immobiliare portasse automaticamente benefici alla collettività.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le città diventano sempre più belle per chi la visita, sempre più impossibili per chi ci deve vivere. Così Milano diventa una città che funziona come vetrina internazionale, ma che ha smesso di funzionare come casa per i suoi abitanti.

    Il Paradosso della Crescita Escludente

    Il paradosso milanese è emblematico di una contraddizione più ampia. Milano cresce economicamente, attrae investimenti, aumenta il PIL, migliora le sue performance sui ranking internazionali. Eppure, contemporaneamente, esclude sempre più persone dal diritto fondamentale all’abitare.

    Non è un caso che mentre nascevano i nuovi quartieri del lusso, le liste d’attesa per le case popolari a Milano si allungassero a dismisura. Non è un caso che mentre si moltiplicavano i co-working e gli spazi per la “creatività”, chiudessero i centri sociali e gli spazi di aggregazione gratuiti. Non è un caso che mentre cresceva l’offerta di appartamenti per affitti brevi destinati al turismo, diminuisse drasticamente quella per affitti lunghi destinati ai residenti.

    Chi Governa lo Spazio Urbano?

    Ma una città non è un business. Non possiamo continuare a costruire quartieri per investitori e lasciare vuoti i diritti. “Una città non è un business. La domanda fondamentale è: chi governa lo spazio urbano? Il denaro o la politica? E, parallelamente, dobbiamo inderogabilmente chiederci: qual è l’incidenza del primo sulle scelte della seconda? Altrimenti non ne usciamo.”

    È la questione centrale della democrazia urbana contemporanea. Quando il mercato immobiliare diventa l’unico regolatore dello sviluppo cittadino, quando i prezzi delle case diventano l’unico criterio per decidere chi può vivere dove, stiamo di fatto consegnando la democrazia ai capitali.

    Il diritto alla città – concetto elaborato dal sociologo Henri Lefebvre già negli anni Sessanta – diventa allora non un’astrazione teorica, ma una rivendicazione concreta: il diritto di tutti i cittadini a partecipare alla vita urbana, ad abitare gli spazi centrali, ad avere voce nelle decisioni che riguardano il territorio.

    Verso una Nuova Visione Pubblica delle Città

    Servirebbe una nuova visione pubblica delle città. Serveribbe una legge nazionale sulla casa che riporti urbanistica, edilizia e territorio dentro la sfera della giustizia sociale e della giustizia ambientale.

    Questo significa innanzitutto rimettere al centro il ruolo della pianificazione pubblica. Non si tratta di essere contro il mercato o contro lo sviluppo economico. Si tratta di riaffermare che esistono beni comuni – il territorio, lo spazio urbano, il diritto all’abitare – che non possono essere lasciati interamente alle dinamiche del profitto. Senza alcun freno.

    Significa ragionare in termini di edilizia residenziale pubblica, non solo per le fasce più deboli ma per la classe media che oggi è esclusa dal mercato. Significa regolamentare il mercato degli affitti, introducendo meccanismi di controllo sui prezzi nelle aree metropolitane. Significa riservare quote significative di ogni nuovo sviluppo immobiliare all’housing sociale.

    Democrazia urbana: la Casa Come Diritto, Non Come Merce

    Perché la casa è un diritto. E lo spazio in cui viviamo non può essere solo una merce. Questa affermazione, che potrebbe sembrare ovvia, rappresenta invece una rottura radicale con il paradigma dominante degli ultimi decenni.

    Riconoscere la casa come diritto significa accettare che lo Stato deve intervenire attivamente per garantire che tutti i cittadini abbiano accesso a un alloggio dignitoso. Significa accettare che il mercato, da solo, non è in grado di soddisfare questo bisogno fondamentale. Significa investire risorse pubbliche significative in una politica abitativa che oggi, in Italia, è praticamente inesistente.

    La democrazia urbana oltre gli Slogan: Riconoscere le Contraddizioni

    Per cambiare davvero le città, dobbiamo smettere di raccontarle solo con gli slogan. E iniziare a riconoscerle per quello che sono. Anche quando la verità è scomoda e ci pone davanti a problemi politici estremamente complessi, perchè di questo si tratta.

    Milano non è solo la capitale economica che attrae talenti internazionali. È anche la città dove un insegnante non può più permettersi di vivere vicino alla scuola in cui insegna. Non è solo la metropoli dei grattacieli scintillanti. È anche la città dove gli anziani vengono espulsi dai quartieri in cui hanno vissuto una vita intera. Dove un giovane alla prima esperienza lavorativa non può vivere da solo e pur condividendo una casa farebbe fatica ad arrivare a fine mese.

    Riconoscere queste contraddizioni non significa essere nemici dello sviluppo. Significa voler costruire uno sviluppo più giusto, più inclusivo, più democratico. Significa voler costruire città che siano davvero per tutti i loro abitanti, non solo per chi può permettersele. Guardare al cosidetto modello Vienna, per esempio, può essere una buona idea.

    Milano, con le sue contraddizioni, ci offre l’opportunità di guardare in faccia questi problemi e di iniziare a costruire alternative concrete.

    L’opportunità di immaginare e costruire città più giuste. Ma solo se avremo il coraggio di andare oltre la cronaca e di affrontare le questioni politiche di fondo. Solo se smetteremo di considerare normale che il diritto all’abitare sia un privilegio di pochi.

  • Rapporto Caritas: i volti dietro i numeri.

    Rapporto Caritas: i volti dietro i numeri.

    La povertà cambia volto diventa stabile, nascosta e quotidiana: il nuovo Rapporto Caritas ci restituisce un’immagine inquietante: la povertà oggi è più stabile, più silenziosa, più profonda.

    Partiamo dai dati nudi e crudi:

    • Oltre una persona su quattro è in stato di bisogno da almeno cinque anni.
    • Cresce il numero degli anziani poveri: nel 2015 erano il 7,7%, oggi sono il 14,3%.
    • Quasi un assistito su quattro ha un lavoro: ma non basta per vivere.
    • Il calo dei salari reali ha raggiunto il -8,7% dal 2008 ad oggi, il dato peggiore tra i Paesi del G20.

    Il dato più emblematico riguarda proprio il lavoro: oggi avere un lavoro non basta più per vivere con dignità. È il fallimento di un modello economico che sacrifica diritti e salari sull’altare della competitività.

    Il Rapporto Caritas 2025 e le sfide per la politica

    “Il mattino viene, ma è ancora notte”. Con queste parole profetiche il report Caritas 2025 ci introduce in un’Italia che spesso non fa notizia. Un’Italia che soffre in silenzio, ai margini delle statistiche ufficiali. Ma che chiede ascolto. E dignità.

    Nel 2024, più di 277.000 persone e famiglie si sono rivolte ai centri Caritas sparsi sul territorio nazionale. Dietro a questo numero, ci sono madri sole che non riescono a pagare l’affitto, pensionati che scelgono tra la spesa e le medicine, giovani che lavorano ma restano poveri. Non sono “emarginati”. Sono il popolo. Sono le persone che incrociamo quotidianamente nella nostra vita e troppo spesso sono soli.

    Le due grandi emergenze: casa e salute

    Come un doppio assedio, la crisi abitativa e la fragilità sanitaria colpiscono chi è già vulnerabile.

    • In molte città, trovare una casa a prezzi accessibili è quasi impossibile.
    • Il sistema sanitario pubblico fatica a curare le malattie dei poveri: troppe liste d’attesa, troppe spese da anticipare, troppa burocrazia.

    Se sei povero, ti ammali di più, vivi in ambienti peggiori, mangi peggio. E vieni curato peggio.

    È una spirale di esclusione che non è degna di un Paese civile.

    Inoltre, oltre la metà degli assistiti ha figli minori. Bambini che crescono senza possibilità, senza accesso a sport, cultura, mobilità, fiducia. L’Italia è il Paese in Europa dove è più probabile ereditare la povertà dei genitori.

    Nel frattempo, si moltiplicano i nuclei familiari spezzati, le persone sole, le donne separate che vivono in precarietà. O le madri migranti che reggono tutto il peso della sopravvivenza.

    Non si tratta solo di economia. Si tratta di vita quotidiana: la povertà rompe i legami, isola, toglie voce, logora il tempo e l’identità.

    Rapporto Caritas: la giustizia sociale come bussola

    L’assistenza da sola non basta, serve la politica, servono le politiche. C’è necessità di scelte forti e strutturali, lungimiranti, umane.

    • Istituire un salario minimo legale: perché lavorare deve significare vivere, non sopravvivere.
    • Riformare l’Assegno di inclusione, rimuovendo logiche punitive, semplificando l’accesso e ampliando la platea.
    • Potenziare la sanità pubblica: abolire ticket, rafforzare la medicina territoriale, garantire cure gratuite per tutti.
    • Avviare un piano casa nazionale: edilizia popolare, affitti calmierati, recupero di immobili abbandonati.
    • Investire sull’infanzia e sulla scuola pubblica, per rompere la catena intergenerazionale della povertà.
    • Avviare politiche migratorie inclusive, basate su accoglienza, diritti e percorsi di cittadinanza.

    “Chi nasce povero non deve restare povero. La politica serve a cambiare i destini, non a confermarli.”

    Scarica qui il Report Caritas 2025

  • Trump, la Juventus e Il silenzio nello Studio Ovale

    Trump, la Juventus e Il silenzio nello Studio Ovale

    Ci sono fotografie che sembrano uscite male.

    Non perché sfocate o mosse, ma perché mettono a fuoco qualcosa che nessuno voleva davvero vedere. Come quella scattata nello Studio Ovale della Casa Bianca, dove Donald Trump siede al centro della scena e una delegazione della Juventus rimane immobile sullo sfondo, in una posa che ha il sapore della resa.

    Ci sono immagini che raccontano più di mille editoriali.
    Non perché mostrino l’inatteso, ma perché fissano in uno scatto il vuoto che si è scelto di abitare. Il calcio di Infantino, lo sappiamo, è da tempo più vicino alle cerchie del potere che agli spalti popolari. Ma c’è una differenza tra il compromesso e l’inchino, tra la diplomazia e l’obbedienza.

    Quella visita alla Casa Bianca – senza una partita vinta, senza un titolo da festeggiare, senza un senso sportivo evidente – ha l’amaro sapore della passerella. Una sfilata di muscoli in tuta di rappresentanza, mentre il mondo brucia alle spalle.

    Il monologo di Trump nello Studio Ovale: il silenzio imbarazzato della Juventus

    Trump parla. Come sempre, parla di sé, del mondo come lo vede e lo divide. In mezzo infila frasi contro la cosiddetta “ideologia gender”, mentre gli atleti dietro di lui restano muti.
    Non applaudono, non ridono, non commentano.
    Stanno. Come statue in un museo della complicità.

    Non è questione di simpatia o antipatia politica, ma di coerenza.

    I calciatori – alcuni dei quali impegnati pubblicamente in cause sociali – sembrano spaesati. Non parlano, non sorridono. Stanno lì, immobili, a fare da sfondo all’ennesimo monologo presidenziale. In quel silenzio, però, c’è tutta l’ambiguità di un sistema che preferisce compiacere il potere anziché metterlo in discussione.

    Ci si chiede: perché? A che scopo esporre la maglia bianconera – al di là di ogni questione di tifo, carica di storia e simboli – al trono dorato del populismo americano, in questo momento storico?

    I valori divisi in due

    La Juventus si è prestata a un teatrino che nulla ha a che fare con lo sport, con il fair play, con i valori universali che il pallone dovrebbe difendere. Nulla a che vedere con le terze maglie sostenibili, le campagne per i diritti civili, lo sviluppo del calcio femminile di cui la società è all’avanguardia nel nostro paese.

    È come se esistessero due club: uno che proclama valori progressisti negli sport, l’altro che si piega silenzioso davanti al potere.

    Lezioni dalla storia e dalla contemporaneità

    Senza scomodare il coraggio di Carlos Humberto Caszely, i pugni chiusi di Smith e Carlos, viene in mente anche Jesse Owens, Berlino 1936. Anche lui costretto a competere sotto gli occhi di un regime, ma almeno correva per dimostrare che il mito della superiorità razziale era una bugia.

    O come non citare Muhammad Ali, che nel 1967 rifiutò di andare in Vietnam:

    “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”.

    Pagò il prezzo della coerenza, ma restò se stesso.
    Gli atleti di oggi, invece, sembrano aver smarrito persino la possibilità del rifiuto. Difficile non pensare a cosa sarebbe successo se al loro posto ci fossero stati LeBron James o Megan Rapinoe . Atleti che conoscono il peso di una maglia, ma anche il valore di un gesto, di una parola, di un rifiuto. Che hanno trasformato la loro visibilità in strumento di coscienza civile, accettando le conseguenze.

    Una fotografia che è un monito

    E allora quella foto non è un ricordo. È un monito. Ci ricorda quanto facilmente lo sport possa essere piegato alla propaganda, quanto sia fragile la sua autonomia, quanto urgente sia ripensare il ruolo pubblico degli atleti. Perché se chi rappresenta milioni di tifosi non sa dire di no a un invito, anche quando questo tradisce ogni principio dichiarato, allora forse abbiamo perso di vista il gioco.

    Diciamolo chiaramente per tanti, dirigenti, atleti, giornalisti, commentatori, vale ancora il mantra stanco: “gioca e non parlare“. Lo sportivo modello è quello funzionale, silenzioso, allineato. L’atleta che non disturba il manovratore. Così si finisce con l’essere parte del set, dello scenario, senza nemmeno accorgersene.

    Non importa, lo ripeto al di fuori di ogni dubbio, se fosse la Juventus o un altro club.

    È quel silenzio, quel gelo nei volti, che racconta un’occasione persa per dire qualcosa, per sottrarsi, per dimostrare che lo sport è anche coscienza, è anche coraggio.

    Il calcio del 2025 può ancora essere più di un gioco o di uno spettacolo, ma per riuscirci, deve smettere di fare da tappezzeria ai salotti del potere. Anche a costo di perdere qualche applauso.
    Anche a costo di dire: “No, grazie.”

    Perché a volte, nella storia, il gesto più nobile è proprio quello di non esserci

  • Referendum: perchè partecipare e votare Sì

    Referendum: perchè partecipare e votare Sì

    Cinque quesiti, una sola direzione: dare più potere a chi oggi ne ha meno. È questo il cuore della questione. Ed è per questo che votare SÌ è una scelta che guarda a una società più giusta e più democratica. L’8 e il 9 giugno saremo chiamati a esprimerci su cinque referendum abrogativi che toccano la vita quotidiana di milioni di persone perchè riguardono temi come il lavoro e la cittadinanza.

    Perchè è importante partecipare?

    In un tempo in cui la politica sembra distante, partecipare è l’unico antidoto alla rassegnazione. Scegliere di votare è prima di tutto un gesto di libertà. L’articolo 1 della nostra Costituzione ci dice che la sovranità appartiene al popolo: ma appartiene davvero solo se viene esercitata. Se non partecipiamo, se rinunciamo a dire la nostra, quella sovranità si dissolve. Non scompare dalla Carta, ma evapora dalla realtà. Non si vota per un partito. Non si sceglie un governo. Si vota prima di tutto per far sentire la propria voce.

    SCHEDA VERDEVOTARE SÌ. Licenziamento illeggittimo e contratti a tutele crescenti.

    Di cosa si parla?

    Il referendum propone di abrogare (cioè cancellare) il decreto legislativo n. 23 del 4 marzo 2015, uno dei provvedimenti principali del cosiddetto Jobs Act, introdotto durante il governo Renzi. Questo decreto ha creato una nuova forma di contratto a tempo indeterminato, chiamato “a tutele crescenti”, valido per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi, nelle aziende con più di 15 dipendenti.

    Cosa ha cambiato il Jobs Act?

    Prima del 2015, se un lavoratore veniva licenziato senza una giusta causa o senza giustificato motivo, aveva diritto – in molti casi – a essere reintegrato nel suo posto di lavoro, come previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Con il Jobs Act, invece, il reintegro è diventato un’eccezione. Nella maggior parte dei casi, chi viene licenziato illegittimamente riceve solo un’indennità economica (cioè un risarcimento in denaro), calcolata in base all’anzianità di servizio, ma non torna al lavoro. Questa riforma ha indebolito fortemente le tutele per i lavoratori.

    Cosa chiede il referendum?

    Il referendum chiede di abrogare il decreto del 2015 e di tornare alla disciplina precedente, quella più favorevole al lavoratore. In pratica:

    • In caso di licenziamento illegittimo, il giudice potrà ordinare il reintegro nel posto di lavoro (non solo un risarcimento).
    • Si ristabilisce l’impianto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, prima della riforma del Jobs Act.
    • Le tutele tornerebbero uguali per tutti i lavoratori a tempo indeterminato, indipendentemente dalla data di assunzione.

    Chi è coinvolto?

    Il quesito riguarda milioni di lavoratori assunti dal 2015 in poi, che oggi non godono delle stesse protezioni di chi è stato assunto prima. Colpiti in particolare:

    • Tutti i lavoratori a tempo indeterminato post-2015;
    • Le aziende con più di 15 dipendenti;
    • Il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, che diventerebbe più equilibrato.

    Perché votare ?

    Votare SÌ sulla scheda verde significa voler ripristinare un diritto fondamentale del lavoratore: quello di essere reintegrato se viene licenziato ingiustamente.

    SCHEDA ARANCIONE – PERCHE’ VOTARE Sì – Tutele contro i licenziamenti nelle piccole imprese

    Di cosa si parla?

    Il quesito riguarda i lavoratori delle piccole aziende, cioè quelle con meno di 16 dipendenti. Oggi questi lavoratori, se licenziati senza una giusta causa o senza giustificato motivo, non possono essere reintegrati e hanno diritto a una indennità economica limitata.

    La legge attuale (nello specifico l’articolo 8 della legge 604/1966) fissa un tetto massimo all’indennità, che non può superare sei mensilità di stipendio, anche nei casi più gravi.

    Cosa propone il referendum?

    Il quesito propone di abrogare questo limite. Se vince il , non ci sarà più un tetto fisso e l’indennità sarà decisa dal giudice, caso per caso, tenendo conto di vari fattori:

    • La gravità dell’ingiustizia del licenziamento;
    • L’età del lavoratore;
    • I suoi carichi familiari;
    • Le condizioni economiche dell’azienda.

    In questo modo, chi viene licenziato ingiustamente in una piccola azienda potrà ricevere un risarcimento più equo e proporzionato al danno subito.

    Perché è importante?

    Oggi esiste una disparità evidente tra lavoratori di grandi aziende e quelli di piccole imprese. Chi lavora in una ditta con meno di 16 dipendenti ha meno diritti, anche quando viene licenziato senza motivo valido. Questo referendum vuole ridurre questa ingiustizia.

    Perché votare ?

    Votare SÌ sulla scheda arancione significa dire che la giustizia e la dignità valgono per tutti, anche nelle piccole aziende. È un passo per rendere il lavoro davvero tutelato, per tutti, e non una condizione di debolezza permanente.

    SCHEDA GRIGIA- PERCHE’ VOTARE Sì – Contro l’abuso dei contratti a tempo determinato

    Di cosa si tratta?

    Il quesito propone di abrogare una parte del Jobs Act che consente alle aziende di assumere lavoratori a tempo determinato per un massimo di 12 mesi senza dover indicare alcun motivo. In altre parole, oggi un’azienda può usare il contratto a termine anche se non c’è alcuna necessità reale, senza darne conto a nessuno, nemmeno davanti a un giudice.

    Questa flessibilità totale ha creato un uso esteso e spesso abusivo del lavoro precario: secondo la CGIL, oltre 2 milioni di lavoratori sono coinvolti.

    Cosa cambierebbe se vince il ?

    Votando SÌ si reintroduce l’obbligo della causale: cioè, un datore di lavoro dovrà giustificare per iscritto perché sta usando un contratto a termine e non uno stabile (a tempo indeterminato).

    Le “causali” ammesse potrebbero essere, ad esempio:

    • picchi di produzione stagionali;
    • sostituzioni temporanee;
    • attività eccezionali o sperimentali.

    Se l’azienda non ha un motivo valido, non potrà utilizzare un contratto a tempo determinato. E il giudice potrà valutarne la legittimità.

    Perché è importante?

    Il lavoro a termine dovrebbe servire per situazioni eccezionali, non per coprire posti di lavoro stabili con lavoratori precari, ricattabili e privi di diritti. Eliminando la causale, il Jobs Act ha aperto la porta a un uso sistematico e indiscriminato di questi contratti.

    Votare SÌ significa ridare dignità e stabilità al lavoro.

    Perché votare

    Votare SÌ sulla scheda grigia significa dire basta alla precarietà senza regole. È una scelta per un lavoro più giusto, stabile, dignitoso.

    SCHEDA MAGENTA – PERCHE’ VOTARE Sì – Più responsabilità per chi appalta. Più tutela per i lavoratori.

    Di cosa si tratta?

    Questo quesito chiede di rafforzare le tutele per i lavoratori in caso di infortuni o malattie professionali, aumentando la responsabilità dell’imprenditore che affida un appalto (cioè il committente).

    Oggi la legge dice che il committente è responsabile solo in certi casi, e può sottrarsi alla responsabilità se l’infortunio deriva da un rischio tipico dell’attività dell’appaltatore o del subappaltatore.

    Questa eccezione è un modo per scaricare le colpe e sfuggire alla responsabilità civile in molti incidenti sul lavoro.

    Cosa cambierebbe se vince il ?

    Votando SÌ si cancella l’esclusione di responsabilità per i rischi tipici dell’appaltatore, rendendo il committente sempre corresponsabile, insieme all’appaltatore e ai subappaltatori, nei casi di infortuni o malattie professionali in assenza di copertura assicurativa (INAIL o IPSEMA).

    In pratica:

    • L’imprenditore che affida i lavori non potrà più lavarsene le mani.
    • Avrà interesse a controllare davvero che sicurezza e tutele siano rispettate lungo tutta la catena degli appalti.
    • I lavoratori non resteranno più soli nel chiedere giustizia.

    Perché è importante?

    Troppi incidenti sul lavoro avvengono in condizioni precarie, soprattutto negli appalti e subappalti, dove la sicurezza viene spesso sacrificata per il risparmio.

    Dare una responsabilità diretta anche al committente significa mettere pressione su chi prende decisioni e prevenire gli incidenti prima che avvengano.

    Chi ha il potere economico non può essere anche quello che sfugge più facilmente alle responsabilità.

    Perché votare ?

    📌 Votare SÌ sulla scheda viola significa stare dalla parte della vita, della giustizia, della responsabilità. Una democrazia che si rispetti non può tollerare che il profitto venga prima della sicurezza sul lavoro.

    SCHEDA GIALLA – PERCHE’ VOTARE Sì – Cittadinanza dopo 5 anni: più diritti, più dignità, più Italia.

    Di cosa si tratta?

    Il referendum propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale continuativa in Italia necessario per poter richiedere la cittadinanza italiana. Oggi, anche se la legge parla di 10 anni, la realtà è che tra burocrazia e attese si arriva spesso a 13 anni o più prima di diventare cittadini a tutti gli effetti. Il referendum vuole correggere questa ingiustizia.

    Cosa cambierebbe se vince il ?

    • Dopo 5 anni di vita regolare in Italia, una persona potrà presentare la domanda di cittadinanza;
    • Non cambia nulla sugli altri requisiti (conoscenza della lingua, reddito stabile, assenza di reati);
    • La cittadinanza ottenuta potrà essere trasmessa ai figli minorenni.

    Chi riguarda?

    • Oltre 2 milioni di persone, molte delle quali vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia da anni;
    • Giovani che sono cresciuti qui, che parlano italiano e si sentono italiani, ma che oggi vivono da stranieri in casa propria;
    • Famiglie che da troppo tempo aspettano riconoscimento e pari diritti.

    Perché è importante?

    • Perché cittadinanza è appartenenza, non concessione;
    • Perché chi vive qui stabilmente, rispetta le regole, contribuisce alla società, deve poter avere voce;
    • Perché inclusione è sicurezza, è democrazia, è coesione sociale;
    • Perché troppe persone vivono in una zona grigia di diritti negati, pur essendo pienamente parte della nostra comunità.

    Perché votare ?

    📌 Votare SÌ sulla scheda grigia significa dire che chi vive qui, lavora qui, cresce qui, è parte dell’Italia. E ha diritto di essere riconosciuto come tale. Una democrazia non può restare cieca davanti a milioni di vite invisibili.

    LINK UTILI

    https://www.ilpost.it/2025/05/05/guida-referendum-8-9-giugno/

    https://partitodemocratico.it/8-e-9-giugno-5-si-ai-referendum-su-lavoro-e-cittadinanza

    https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/i-cinque-referendum-di-fronte-a-noi-ragioni-per-votare-si

  • Mujica ci ha insegnato che vivere è più importante che possedere

    Mujica ci ha insegnato che vivere è più importante che possedere

    È con profonda tristezza che il mondo dice addio a José “Pepe” Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay che ha lasciato un’impronta indelebile non solo nella storia del suo paese, ma nella coscienza collettiva globale. Un uomo che ha trasformato la semplicità in una rivoluzione e la sua vita in un potente messaggio per l’umanità.

    Uno dei pochi politici capaci di incarnare fino in fondo una filosofia di vita radicata nella coerenza, nella sobrietà, nella libertà.

    Jose “Pepe” Mujica: Il rivoluzionario diventato statista

    Il percorso di Mujica è stato straordinario quanto improbabile. Da guerrigliero Tupamaro a prigioniero politico fino a diventare presidente di quella stessa nazione che lo aveva imprigionato. Ma ciò che lo ha reso davvero unico è stato il rifiuto di trasformarsi in ciò contro cui aveva combattuto.

    Durante la sua presidenza (2010-2015), mentre altri leader mondiali vivevano nei palazzi del potere, Mujica continuava ad abitare nella sua modesta fattoria alla periferia di Montevideo, guidava una vecchia Volkswagen Maggiolino e donava il 90% del suo stipendio presidenziale. Non era una strategia di comunicazione, ma l’autentica espressione di una filosofia di vita che ha definito “l’austerità che libera”. Quando parlava, ogni parola sembrava un seme lanciato nella terra dell’umanità, nella speranza che qualcosa – un pensiero, un dubbio, una ribellione – potesse germogliare.

    La rivoluzione della sobrietà

    “La mia forma mentis è quella di un contadino vecchio stile”, amava ripetere. Eppure, da questo apparente anacronismo, Mujica ha estratto una saggezza profondamente attuale. In un mondo ossessionato dal consumo compulsivo, la sua voce roca ricordava che “essere poveri non è avere poco, ma desiderare infinitamente di più”.

    La sua critica al modello di sviluppo globale non era ideologica ma esistenziale: “Abbiamo inventato un modello di civilizzazione dove stiamo sacrificando la vita al consumo. La vera libertà non è possedere, ma avere tempo.

    Vi pongo una domanda: cos’è la libertà? La mia definizione casereccia, da vecchio, è la seguente: sono libero quando spendo il tempo della mia vita in ciò che mi piace. Per uno sarà una cosa, per un altro un’altra, ma finché dovrò lottare per i bisogni materiali, per sostenere la mia vita, non sarò libero, sarò sottomesso alla legge della necessità.

    Quando faccio con il tempo della mia vita quel che mi piace – dormire sotto un albero, giocare a calcio, leggere un romanzo o ascoltare un concerto, è un fatto personale – allora sono me stesso, mentre non lo sono quando resto sottomesso alla legge della necessità. Pertanto posso aumentare la mia libertà avendo maggior quantità di tempo, così da spendere parte della mia vita nelle cose che mi motivano. Se dunque lasciamo astratto il concetto di libertà, non riusciamo a trasmettere la battaglia personale che tutto questo implica.

    Credo che gli esseri umani, essendo animali sociali, debbano lavorare e dare un apporto alla società in cui ci è toccato vivere, altrimenti sarebbero parassiti. La nostra vita, però, non è stata fatta solo per lavorare, è stata fatta per vivere, cosa per cui è necessario avere tempo da impegnare in quello che c’è di fondamentale: tempo per gli amici, tempo per l’amore, tempo per l’avventura. Perché? Perché l’orologio della vita scorre e il tempo scivola via.

    Credo che possiamo guarire la nostra civiltà solo cercando di dare risposta a tali questioni. Non chiediamoci al mercato di risolverle, non è stato fatto per questo. È piuttosto una questione d’organizzazione umana e, come tale, un tema per la politica più alta.

    Durante il suo mandato ha promosso politiche progressiste che hanno fatto dell’Uruguay un laboratorio di diritti civili: dalla legalizzazione della marijuana alla regolamentazione dell’aborto e del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ma il suo vero contributo è stato molto più profondo: ha dimostrato che si può governare senza rinunciare all’umanità, ai propri valori e alla propria autenticità.

    Il Presidente Mujica: le politiche e la visione

    Nel panorama politico contemporaneo, dominato da tecnocrati distanti dalla realtà quotidiana o da populisti che sfruttano le paure collettive, Mujica ha rappresentato una terza via: quella dell’autenticità. “Il potere è come bere da un bicchiere d’acqua. Se è troppo grande, ti cade dalle mani”, ammoniva.

    La sua presidenza ha dimostrato concretamente che un’altra politica è possibile – una politica che non si fonda sulla manipolazione ma sul dialogo sincero, non sulla contrapposizione ma sulla ricerca del bene comune. Mujica ha trasformato la vulnerabilità in forza, ammettendo pubblicamente i propri errori e limiti: “Non sono un messia, sono pieno di difetti, come tutti”.

    In un’epoca in cui i politici tendono a presentarsi come esseri infallibili, la sua onestà intellettuale rappresentava una ventata d’aria fresca. Non offriva soluzioni miracolose, ma invitava a una riflessione collettiva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso pensiero che li ha creati”.

    Il suo approccio alla politica rifiutava la logica del “noi contro loro” per abbracciare una visione inclusiva: “Non odio i ricchi, ma mi domando fino a quando continueremo ad accumulare a spese degli altri”. In un mondo polarizzato, la sua capacità di dialogare con tutti senza compromettere i propri principi resta un esempio raro e prezioso.

    Un uomo del suo tempo e oltre il suo tempo

    Guardando alla sua vita straordinaria, ciò che colpisce di più è come un uomo nato in una famiglia di contadini poveri, che ha attraversato alcune delle pagine più buie della storia latinoamericana, sia riuscito a emergere non con risentimento ma con saggezza, non con sete di vendetta ma con un messaggio di moderazione e umanità.

    In un’epoca di politica polarizzata, di discorsi infuocati e di promesse grandiose, Mujica ha ricordato il valore della semplicità, dell’onestà e della coerenza. Ha dimostrato che si può essere rivoluzionari senza violenza, radicali senza estremismo, e che la più grande forma di leadership è quella che riconosce la propria comune umanità.

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  • La portata universale di Papa Francesco

    La portata universale di Papa Francesco

    Perché è stato così importante Papa Francesco? L’eredità sociale, culturale e morale del pontefice venuto “dalla fine del mondo”

    Papa Francesco lascia un segno indelebile nel terzo millennio dell’umanità. È stato un pontefice capace di parlare al mondo intero, credenti e non, incarnando valori universali come la giustizia, la solidarietà e la cura del creato. Perché Papa Francesco è stato così importante? Non solo per il suo ruolo spirituale, ma per la sua influenza etica e sociale, che ha travalicato i confini del Vaticano.

    Il difensore dei migranti in un’epoca di muri

    In un periodo storico segnato dall’innalzamento di barriere fisiche e ideologiche, Francesco ha costantemente richiamato l’attenzione sulla “globalizzazione dell’indifferenza”. La sua visita a Lampedusa nel 2013, primo viaggio ufficiale del suo pontificato, ha segnato simbolicamente l’inizio di un impegno instancabile. “Chi piange per queste persone morte nel tentativo di migliorare le proprie condizioni?”, chiedeva allora, ponendo una domanda scomoda ai leader politici europei e mondiali.

    Non si è limitato alla denuncia: il suo appello “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” è diventato un punto di riferimento per organizzazioni umanitarie e istituzioni. Ha criticato apertamente le politiche migratorie restrittive, sfidando le posizioni di governi e partiti populisti, e trasformando la questione dei migranti da problema di sicurezza nazionale a imperativo morale universale.

    La voce dell’ecologia integrale

    Con l’enciclica “Laudato Si’” del 2015, Papa Francesco ha compiuto un passo storico: il primo documento papale interamente dedicato alle questioni ambientali. La sua “ecologia integrale” ha collegato in modo innovativo la crisi climatica alle disuguaglianze sociali, offrendo una critica sistemica dell’attuale modello economico.

    Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”, scriveva, anticipando dibattiti che sarebbero diventati centrali negli anni successivi. Questo approccio ha influenzato accordi internazionali sul clima e ispirato movimenti ambientalisti globali. La sua visione ha saputo parlare tanto ai leader mondiali quanto alle giovani generazioni impegnate nell’attivismo climatico.

    La lotta intransigente contro le mafie

    “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi”, ha dichiarato Francesco con fermezza davanti alla tomba di don Pino Puglisi. Il suo impegno contro la criminalità organizzata è stato caratterizzato da gesti simbolici potenti e da parole inequivocabili. La scomunica pronunciata durante la visita in Calabria nel 2014 ha rappresentato una svolta storica nel rapporto tra Chiesa e mafie.

    Francesco ha denunciato non solo la violenza mafiosa, ma anche la “cultura mafiosa” fondata sulla corruzione e sul clientelismo. Ha sostenuto attivamente chi combatte le organizzazioni criminali, visitando territori difficili e incontrando familiari delle vittime, trasformando così la lotta alle mafie in una battaglia culturale e morale che travalica i confini dell’Italia.

    Lo sport come strumento di inclusione

    Meno noto ma significativo è stato il suo approccio allo sport, visto non come competizione ma come strumento di pace e inclusione sociale. Ha promosso iniziative come “Scholas Occurrentes” e incontri interreligiosi attraverso eventi sportivi, sottolineando come l’attività fisica possa superare barriere culturali, economiche e religiose.

    “Lo sport è una scuola di pace, ci insegna a costruire la pace”, ha ripetuto in diverse occasioni, promuovendo i valori della lealtà e del rispetto reciproco in un’epoca segnata da crescenti tensioni sociali e internazionali.

    E’ stato, inoltre, il papa Tifoso come ci ha ricordato Fabrizio Gabrielli su Ultimo Uomo.

    ” Forse proprio perché, ricco della sua forma mentis argentina, Bergoglio sente – ha sempre sentito – la tentazione di spiegare il mondo attraverso paradigmi calcistici. Di portare la religione fuori dalla religione, nei potreros della vita, tra i diseredati, tra i meno felici, tra quelli ai quali basta un pallone, o un pezzo d’ostia, da farsi bastare per essere un po’ meno tristi, un po’ meno soli. Ha identificato nel pallone un tramite. Un legame ”

    L’ultimo messaggio di Speranza

    Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!». E sul tema immigrazione ha aggiunto: «Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti!».

    Papa Francesco: un’eredità che supera i confini religiosi

    Il “Papa venuto dalla fine del mondo” ha saputo incarnare un nuovo modello di leadership globale: umile nei gesti, diretto nel linguaggio, intransigente sui principi ma aperto al dialogo con tutti. La sua capacità di parlare ai non credenti, di affrontare temi controversi e di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità ha ridefinito il ruolo del papato nel XXI secolo.

    L’eredità di Francesco va ben oltre il recinto ecclesiastico: ha offerto una visione alternativa di società fondata sulla solidarietà, sulla sostenibilità e sulla dignità umana. In un’epoca di crescente polarizzazione, ha rappresentato una voce che ha saputo unire rigore morale e compassione, tradizione e innovazione, principi non negoziabili e pragmatismo.

    La sua scomparsa lascia un vuoto ma per tutti coloro che hanno visto in lui un riferimento etico in tempi complessi.

  • Ventotene oggi

    Ventotene oggi

    La becera sceneggiata della Presidente Giorgia Meloni ha svelato, con brutale evidenza, il volto attuale della destra italiana: un volto che si dimostra ontologicamente estraneo all’eredità del Manifesto di Ventotene e al progetto europeo che da quel documento ha tratto origine.

    L’episodio ha rappresentato più di un semplice momento politico: è stata una cartina di tornasole che ha definitivamente dissolto, se ce ne fosse ancora bisogno, l’illusione di una destra “europea” e moderata. Un’operazione mediatica, pensata per coprire il momento di difficoltà della coalizione di Governo, che, nei fatti, ha ribadito l’approccio nazionalistico e frammentario che Spinelli e Rossi avevano lucidamente prefigurato e combattuto.

    Un’eredità sotto attacco

    Ventotene, oltre ad essere una splendida e selvaggia isola, è il luogo dove Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero il celebre “Manifesto di Ventotene” nel 1941, delineando una visione di un’Europa federale e democratica, capace di superare i nazionalismi che avevano portato alla guerra.

    Ventotene oggi: come attualizzare un patrimonio di idee?

    L’idea di futuro delineata nel Manifesto di Ventotene è oggi messa alla prova non solo dalle tensioni internazionali e dall’ascesa dei populismi, ma anche da una retorica politica che tende a svuotarla del suo significato originale.

    Come spesso accade in Italia, il dibattito generato dall’evento conferma un paradosso ricorrente nella nostra cultura politica: la tendenza a trasformare documenti fondativi – che si tratti del Manifesto di Ventotene o della Costituzione – in semplici icone retoriche, prive del loro potenziale trasformativo.

    Ma il Manifesto di Ventotene non è un feticcio da commemorare. È un progetto politico da riattualizzare costantemente. Il rischio, altrimenti, è la sua banalizzazione.

    Un’Europa all’altezza delle sfide

    L’Europa immaginata da Altiero Spinelli e dai suoi compagni era un’Europa unita e federale. Oggi, questo significa rafforzare i poteri del Parlamento europeo e superare il diritto di veto nel Consiglio dell’UE, per costruire un’Unione più democratica, capace di rispondere alle crisi con rapidità ed efficacia.

    Serve inoltre un pilastro sociale europeo vincolante, con salari minimi, welfare comune e una protezione reale per i lavoratori. Senza giustizia sociale, non può esserci un’Europa davvero coesa.

    Una politica estera e di difesa comune

    Non esiste un futuro europeo senza una politica estera e di difesa comune. Ma questo non significa costruire eserciti più grandi. Piuttosto, serve un vero Esercito Europeo e, soprattutto, una capacità diplomatica autonoma, capace di prevenire conflitti e gestire le crisi globali con cooperazione e mediazione.

    Un sistema di accoglienza europeo

    Non si può invocare l’unità europea senza affrontare una delle sue più grandi contraddizioni: l’assenza di un Sistema di Accoglienza Europeo. È necessario un meccanismo comune per la gestione delle domande d’asilo, vie legali per i migranti economici e un piano di investimenti nei Paesi di origine per affrontare le cause profonde delle migrazioni.

    Ventotene, faro del Mediterraneo

    L’isola di Ventotene può diventare un faro nel Mediterraneo, ospitando un istituto permanente di formazione per giovani attivisti, amministratori e ricercatori impegnati a costruire il futuro dell’Europa. Un’accademia aperta agli studenti di tutta l’UE, in cui studiare politiche ambientali, governance democratica e strategie contro le disuguaglianze, con un’attenzione speciale al Mediterraneo e al suo ruolo nel mondo.

    Attualizzare il Manifesto di Ventotene significa difenderne la visione e rilanciarne la portata rivoluzionaria. Perché un’Europa più unita, giusta e democratica non è un’utopia, ma una necessità.