Global Risks Report 2025: quando la crisi ambientale diventa economia
Il World Economic Forum ha pubblicato il Global Risks Report 2025. Si tratta di un’analisi che da due decenni fotografa le vulnerabilità del sistema globale. Quest’anno, come era facile pronosticare, il quadro è particolarmente cupo: conflitti armati al primo posto tra i rischi immediati, seguiti da eventi climatici estremi, confronto geo-economico, disinformazione e polarizzazione sociale.
Nell’orizzonte a due anni dominano le tensioni geopolitiche e le fratture interne alle società. Il 23% degli esperti consultati identifica i conflitti armati come il rischio più probabile per il 2025, un balzo drammatico rispetto alle edizioni precedenti. La guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente e in Sudan pesano su un sistema multilaterale già in crisi. La disinformazione, amplificata dall’intelligenza artificiale generativa, mantiene il primo posto tra i rischi più gravi per il 2027, per il secondo anno consecutivo.
In sintesi, è evidente il calo dell’ottimismo globale ( e vorrei ben vedere):
- oltre il 50% degli esperti prevede un mondo instabile entro il 2027
- il 62% si aspetta uno scenario turbolento o addirittura “tempestoso” entro il 2035
Tra i rischi più gravi nel breve e medio periodo emergono:
- Conflitti armati tra Stati, oggi il rischio più immediato
- Disinformazione e misinformation, amplificate dall’intelligenza artificiale
- Polarizzazione sociale, che mina la fiducia e la coesione
- Tensioni geoeconomiche, tra sanzioni, protezionismo e guerre commerciali
- Eventi climatici estremi, sempre più frequenti e distruttivi
Il report parla apertamente di una possibile “recessione geopolitica”. Cosa si intende con questo termine?
Una fase in cui diminuiscono cooperazione internazionale, fiducia tra Stati e capacità delle istituzioni globali di gestire i conflitti. Al suo posto crescono rivalità strategiche, unilateralismo e uso della forza economica o militare. I Paesi privilegiano sicurezza nazionale e interessi interni rispetto a soluzioni condivise. L’instabilità, dunque, diventa strutturale, non episodica.
Global Risk Report 2025: guardando oltre l’attualità
Ma è guardando oltre il 2030 che emerge il dato, a mio avviso, più significativo, anche alla luce di quello che è avvenuto nel Sud Italia pochi giorni fa: i rischi ambientali non sono più una categoria separata. Sono diventati il substrato su cui si innestano fragilità economiche, sociali e politiche.
Otto dei dieci rischi più gravi nel prossimo decennio sono di natura ambientale o tecnologica. E proprio questa transizione, da preoccupazione di lungo periodo a emergenza strutturale, rappresenta la novità più rilevante del report.
Rischi nel lungo periodo (fino al 2035)
- Crisi ambientali dominano lo scenario: eventi climatici estremi, perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi.
- Inquinamento emerge come rischio critico sottovalutato, soprattutto per le giovani generazioni.
- Disuguaglianze e polarizzazione restano rischi strutturali centrali, fortemente interconnessi con tutti gli altri.
- Rischi tecnologici in crescita: impatti negativi dell’IA, cyber-warfare e possibili derive della biotecnologia.
- Società super-anziane: pensioni, sanità e carenza di forza lavoro diventano vulnerabilità sistemiche.
Un sistema sotto pressione crescente
La percezione degli esperti consultati dal Forum è netta: il mondo sta perdendo capacità di assorbire gli shock. Il 52% prevede un biennio “instabile”, mentre il 31% si aspetta un periodo “turbolento” e il 5% addirittura “tempestoso” – categorie che insieme segnano un aumento di quattro punti percentuali rispetto all’anno precedente. Sul lungo periodo la situazione peggiora: il 62% degli intervistati prevede un decennio caratterizzato da sconvolgimenti sistemici.
Non si tratta solo di eventi isolati. Ogni tensione geopolitica, ogni innovazione tecnologica dirompente, ogni frattura sociale si propaga attraverso economie interconnesse in modi difficili da prevedere e ancora più difficili da controllare. Il report documenta questa fragilità sistemica con un dato eloquente: tutti i 33 rischi monitorati peggiorano nel passaggio dall’orizzonte a due anni a quello decennale.
La geografia stessa del rischio sta cambiando. In Asia orientale preoccupano le tensioni commerciali e la sicurezza cibernetica. In Europa dominano carenza di manodopera e migrazioni. In Africa subsahariana pesano disoccupazione e criminalità. Ma ovunque, trasversalmente, cresce la consapevolezza che i vecchi strumenti di gestione del rischio non bastano più.
L’ottimismo è merce rara. Solo l’8% degli intervistati prevede condizioni stabili o tranquille per il prossimo decennio. È il dato più eloquente: viviamo in uno dei periodi più divisi dalla fine della Guerra Fredda, e la percezione diffusa è che le cose peggioreranno prima di migliorare.
Quando il clima entra nei bilanci
Come specificato, c’è una sostanziale novità nel report sul modo in cui viene trattato il rischio ambientale. Banalizzando, andando incontro alla vulgata populistica tanto in voga. Non si tratta più di una questione per associazioni, volontari, ma neanche di Ministeri dell’ambiente o ONG, ma di una variabile macroeconomica primaria.
Gli eventi climatici estremi, già classificati come rischio numero uno per il prossimo decennio, non colpiscono solo ecosistemi. Colpiscono filiere produttive globali, generano inflazione, riducono la produttività, spostano popolazioni. Facciamo degli esempi concreti: un’alluvione in Bangladesh non è più solo un dramma umanitario: è uno shock per le catene di fornitura dell’industria tessile globale. Una siccità prolungata nel Midwest americano si traduce in prezzi del grano che oscillano sui mercati internazionali.
Il costo per evento climatico estremo è aumentato del 77% negli ultimi cinque decenni, aggiustato per l’inflazione. Ma il dato sottovaluta il fenomeno, perché cattura solo i danni diretti. Non misura le interruzioni produttive, la perdita di competitività, il dirottamento di investimenti verso la ricostruzione anziché l’innovazione.
Significativo anche il cambiamento di percezione temporale: rischi ambientali tradizionalmente considerati di lungo periodo stanno rapidamente entrando nell’orizzonte immediato. L’inquinamento, ad esempio, è salito di quattro posizioni nel ranking a due anni, segnale che gli effetti sulla salute e sull’economia non sono più dilazionabili.
La scarsità che ridisegna il potere
Acqua, suolo fertile, minerali critici: la competizione per risorse naturali sempre più scarse sta ridisegnando equilibri geopolitici ed economici. Il report evidenzia come questa dinamica stia alimentando un paradosso: proprio quando servirebbe più cooperazione internazionale, assistiamo a un’accelerazione di politiche protezionistiche e frammentazione dei mercati.
La concentrazione di risorse strategiche in poche mani ,geografiche o aziendali, emerge come rischio di medio periodo. Non è solo una questione di materie prime per la transizione energetica. È la struttura stessa delle dipendenze economiche che si sta riconfigurando, con conseguenze su inflazione, crescita e stabilità finanziaria.
L’inquinamento invisibile nei conti pubblici
Tra i rischi sottovalutati, il report dedica particolare attenzione all’inquinamento. Spesso percepito come problema locale o settoriale, in realtà rappresenta un drenaggio costante di risorse economiche: costi sanitari in crescita, giornate lavorative perse, degrado di capitale naturale che non viene contabilizzato finché il danno non è irreversibile.
Le generazioni più giovani lo hanno capito: nei sondaggi del Forum, gli under 30 classificano l’inquinamento tra i primi tre rischi di lungo periodo. Non si tratta dei giovani che protestano per saltare un giorno di scuola. E’ una percezione chiara di un problema. Anzi, è la percezione – corretta – che i costi ambientali accumulati oggi diventeranno freni strutturali alla crescita futura.
Il report cita dati inquietanti: meno dell’1% dei finanziamenti internazionali allo sviluppo è destinato alla lotta contro l’inquinamento atmosferico. Nel frattempo, le popolazioni di paesi a basso e medio reddito respirano aria sei volte più inquinata rispetto ai paesi ricchi. La disuguaglianza ambientale è anche disuguaglianza economica.
Vulnerabilità asimmetriche
C’è un filo rosso che attraversa il report: i rischi ambientali amplificano le disuguaglianze esistenti. Le comunità con meno risorse sono quelle più esposte a eventi climatici estremi, degrado ambientale, inquinamento. E sono anche quelle con minore capacità di adattamento.
Questa dinamica genera conseguenze economiche misurabili: migrazioni forzate, tensioni sociali, minore coesione politica. Tutto ciò si traduce in maggiore incertezza, minori investimenti, crescita più lenta. Il circolo vizioso è completo quando la mancanza di crescita riduce ulteriormente le risorse disponibili per affrontare i problemi ambientali.
Il Global Risks Report 2025: dati e numeri contro la disinformazione e il populismo
Il Global Risks Report 2025 non può certamente essere considerato un manifesto ambientalista o essere tacciato di socialismo. È un’analisi economica oggettiva che prende atto di una realtà: clima, biodiversità, inquinamento sono diventati fattori strutturali della stabilità macroeconomica globale.
Continuare a trattarli come variabili esterne significa non vedere dove si concentrano realmente le vulnerabilità del sistema. Affrontarli richiede qualcosa che il report stesso ammette mancare: istituzioni multilaterali efficaci, visione di lungo periodo, capacità di coordinamento che vadano oltre l’emergenza del momento. Cosa che senza troppi giri di parole è un utopia nel mondo attuale.
Il messaggio più preoccupante, tra tutti quelli citati, rischia di non essere nella lista dei rischi. È nella crescente consapevolezza che gli strumenti per gestire il mondo di oggi e di domani sta perdendo efficacia più rapidamente di quanto ne sviluppiamo di nuovi.
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