Sport e Ambiente: Le mazze da cricket diventano alberi di cacao in Camerun

Cosa lega delle mazze da cricket ad alberi di cacao in Camerun? Un bel progetto della Federazione Cricket Italiana che ha calcolato l’impatto della sua attività e lo ha compensato con un progetto di forestazione nello stato africano.

Di questo e di molto altro ho parlato con il Presidente della Federazione, Fabio Marabini, e con il consigliere federale, Gabriele Zanoli. Un’interessante chiacchierata in cui si è spaziato dalla responsabilità sociale d’impresa all’antirazzismo, arrivando, infine, alle questioni geopolitiche legate a questo nobile, storico e virtuoso sport.

P.s Ma quanti argomenti si “incontrano” parlando di sport e ambiente?

Clicca qui per ascoltare la prima puntata del podcast “EcoSportivamente”

EcoSportivamente: il podcast dedicato allo sport e alla sostenibilità

Sport e sostenibilità

In questo periodo ho collaborato attivamente alla nascita di alcuni progetti podcast, a tematica sportiva.  Il primo è EcoSportivamente, un progetto in collaborazione con Green Italia che punta a far conoscere storie sportive di sostenibilità.


Esiste un rapporto tra sport, sostenibilità e società? E’ possibile utilizzare il mondo ed i campioni dello sport per divulgare tematiche green, specie tra le giovani generazione? Qual è il legame tra sport e ambiente? Cosa può fare il mondo dello sport per sensibilizzare le persone ad una maggiore attenzione verso il creato?

Data la vastità del tema, le “puntate” saranno raggruppate in diverse macrotematiche:

  • Campioni della sostenibilità
  • Sport e Responsabilità Sociale d’impresa
  • Beni comuni, sport e comunità
  • La gestione delle grandi competizioni internazionali
  • Economia Circolare ed Efficienza Energetica nel mondo dello sport
  • Sport e turismo sostenibile. Vie d’acqua, cammini e cicloturismo

Ecosportivamente: l’intervista a Matteo Miceli


Durante la prima puntata, ho avuto il piacere di intervistare il velista romano, Matteo Miceli. La sua impresa ha avuto inizio il 19 ottobre 2014 alle ore 12 presso il porto Riva di Traiano di Civitavecchia. Matteo quel giorno è partito per circumnavigare il globo. Da Roma a Roma senza assistenza e senza scalo, in completa autonomia, alimentare ed energetica. L’imbarcazione, Eco 40, è stata da lui pensata e costruita. Da questa incredibile avventura è venuta fuori un’intervista davvero interessante e stimolante.

E’ venuta fuori un’intervista davvero interessante, stimolante ed utile per riflettere su molte tematiche legate alla salvaguardia del mare e degli oceani.

100 anni del Pci: l’oggi e il noi

E’ stato emozionante oggi scorrere la timeline di Facebook: ragazze/i, coetanei, adulti ed anziani tutti hanno voluto esprimere un pensiero su un compleanno che è evidentemente storia collettiva del Paese: i 100 anni del Pci. Pensieri “lunghi” e storie di tutti i giorni. Pensatori, padri e madri della patria e le storie di chi quel partito l’ha fatto e l’ha vissuto: le compagni e i compagni. Ognuno con il suo ricordo personale, con il suo aneddoto, con la sua vicenda personale immersa in quella collettiva.

Per me il Pci sono i ricordi di mia madre che mi racconta le discussioni tra mio Zio, Comunista, ed il resto della famiglia, prima di lui democristiana, sono dei biglietti della festa dell’Unità con i quali si sono conosciuti i miei genitori, sono i libri che mi ha regalato 10 anni fa Gianni sulla Storia del Partito, sono gli insegnamenti appassionati di Giovanni che mi ha ha raccontato del suo Pci (fin dalla prima chiacchierata di 3 ore fatta per strada), è il primo evento pubblico che abbiamo organizzato.

Allora mi è venuta in mente una domanda, si può essere nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto? Il destino ha voluto che sia nato nel dicembre del 89. Il muro già non c’era più. Berlinguer se ne era andato già da qualche anno. Si preparava “la svolta” e probabilmente si gettavano le basi per le divisioni che sarebbero avvenute nel corso degli anni. Ogni circolo si interrogava sul glorioso passato ma soprattutto sul futuro, come ci ha ricordato “Nanni Moretti” ne “La Cosa”.

Estratto da “La Cosa” di Nanni Moretti

Tornando alla domanda, la risposta è sì. Perché al netto degli errori, delle mancanze, della rigidità, appare evidente che essere militante ti faceva appartenere ad un noi. Un noi che non era la somma di tante personalità ed esigenze individuali, ma era un orizzonte collettivo e popolare. Lo rimpiangiamo perché ne sentiamo la mancanza. Ora. Sempre di più, perché vediamo intorno a noi una politica incapace di dare una direzione alla società, decisa solamente quando si tratta di difendere interessi particolari e mai generali, diventata, quando va bene delega ma più banalmente tifo. Basta guardare allo spettacolo degli ultimi giorni.

Un partito non è un cartello elettorale. Un partito non è la somma di buone idee. Un partito non è un’associazione. Un partito non si identifica solamente con il potere o con il Governo. Non è il fine ma è il mezzo per cambiare e migliorare la vita delle persone. Un partito deve rappresentare le istanze popolari e di un territorio. Di tutto questo oggi ne sentiamo la mancanza.

100 anni del PCI: le sfide di oggi

Quali sono gli obiettivi sui quali dovremmo ragionare oggi. Ci viene incontro direttamente il segretario più amato, Enrico Berlinguer. E’ il 1983.

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo

Tutte queste questioni oggi sono più vive che mai. Sono tutte sul piatto. Si sono amplificate di fronte a noi ma troppo spesso ci sentiamo troppo piccoli per affrontarle. Manca “il noi” del punto precedente e difettiamo di organizzazione, altra parola chiave che dovremmo portarci dal passato.

E’ cambiata la società, sono mutati i tempi, resta, invece, intatta la necessità di combattere affinché questo mondo sia un po’ più giusto o semplicemente di impegnarci per averlo ancora un mondo tra 100 anni. Un degno regalo di compleanno per celebrare questa data così significativa sarebbe una riflessione profonda con l’obiettivo di riflettere sulle condizioni utili e necessarie per (ri)dare un pensiero collettivo ed un’azione concreta sulle questioni del domani.

Assalto al Campidoglio: 6 brevi considerazioni

Assalto al Campidoglio – E’ passato qualche giorno dalle incredibili immagini che hanno battezzato il 2021: i suprematisti irrompono al Campidoglio. Sgomento, paura, rabbia, indignazione, per tutte e tutti, sono state le reazioni a caldo. Un film distopico? Una serie uscita troppo bene da sembrare vera? No, è la realtà o meglio una pagina di storia, brutta e pericolosa. La storia, però, va analizzata non solo commentata, altrimenti si confondono le cause e gli effetti, i come ed i perché, il particolare con il generale.

  1. Cosa spinge quelle persone a compiere gesti del genere? Cosa porta delle persone a vivere in un mondo parallelo, in cui complottismo e posizione antiscientifiche si mescolano in un maionese impazzita? 40 anni in cui l’unica ideologia è stata quella del denaro, dell’arricchimento, della predominanza della finanza speculativa, dell’io sempre e costantemente prima del noi, dell’idea che il “pubblico” fosse il demonio, del dogma in cui la stesso concetto di socialità è stato svuotato di ogni significato. Sei povero? E’ colpa tua. Non riesci a costruire la vita dei tuoi sogni? Sei un misero fallito. Non hai dei diritti? E’ colpa del nero che vuole sottrarti quei diritti e che si lamenta. Hai perso il lavoro? Mi dispiace ma non possiamo farci nulla. Hai perso la casa? Se non lavori. Hai dei problemi di salute e non puoi curarti decentemente? Se nella vita non hai mai lavorato. La perversa follia di Trump non è stata la causa di queste proteste, ma il mezzo. Il “Make America Great Again” ha prima illuso questi milioni di persone e poi incendiato la loro voglia di rivolta.
  2. Trump. Trump è un miliardario arrogante e come tutti i miliardari arroganti pretende di essere sopra le leggi ed i regolamenti. Per quelli come lui, la politica e le istituzioni sono intralci. L’uomo forte che non può perdere mai. L’audio di una settimana fa è illuminante in tal senso: mancano dei voti? Troviamoli. Cetto La Qualunque avrebbe detto coloriamo le schede.
  3. Le conseguenze del trumpismo. L’indebolimento delle istituzioni americane ed internazionali. Lo stretto rapporto ideologico con la polizia federale ( fondamentale il non intervento). L’aumento delle tensioni nella società americana. L’irresponsabilità di buttare benzina sul fuoco di questi problemi, dopo le elezioni. Rabbia, paura, senso di sentirsi soli ed imbrogliati dal mondo globale.
  4. E Adesso? Cosa succederà adesso. La facile illusione di sistemare tutto in poco tempo è utile a riempire gli editoriali. I processi sociali hanno bisogno di tempo. C’è bisogno di riassorbire questo malessere, di creare un mondo più inclusivo che risponda in maniera diversa alle domande poste al punto 1. Nuovi modelli culturali. Nuovi modelli sociali da pensare e mettere a terra, non solo nelle grandi città ma anche nelle periferie rurali. Non serve biasimare. Non serve condannare da un piedistallo o da un attico di New York.
  5. Il modello americano e noi. Siamo davvero così convinti che l’America sia il modello da democrazia da seguire, in tutto e per tutto? Le pagine di storia, compresa quella di pochi giorni fa, ci dicono altro.
  6. Il blocco Social. Attenzione. Oggi i social hanno più potere delle televisioni negli anni 90. Chi ha una carica pubblica e/o si occupa di politica lo sa perfettamente, meglio di chiunque altro. Pensiamo, solamente per fare un esempio recente, alle comunicazioni quotidiane che avvengono sul Covid. Serve un controllo sulle informazioni che passano su queste piattaforme? Sì, certamente sì. Il punto, però, è un altro. Chi decide questo controllo? La logica aziendale e di mercato ci porta a rispondere con il proprietario della piattaforma. Se, però, guardiamo alla visione politica/istituzione/governativa che Facebook,Twitter, Instagram hanno assunto capiamo che c’è un forte e preoccupante sbilanciamento di potere. Questo è un tema serio, molto più di Trump.

P.s Chi in Italia paragona le violenze tra il Black Lives Matter e l’assalto al Campidoglio di pochi giorni fa è in e evidente malafede. Da una parte non si riconosce il risultato delle elezioni, dall’altra si manifesta contro l’uccisione di un innocente. Precisazione che nell’Italia del 2021 diventa necessaria.

Discarica di Roccasecca: Il V bacino è autorizzato

L’incubo è purtroppo diventato realtà: la Regione Lazio ha autorizzato definitivamente un ulteriore ampliamento della discarica, il celebre, ahinoi, V bacino. Il 31 dicembre 2020 terminava l’autorizzazione a conferire sul IV bacino ( la sopraelevazione autorizzata dai due ultimi esecutivi), con puntualità svizzera le autorizzazioni sono arrivate.

Discarica di Roccasecca: cosa significa V bacino?

In parole semplici cosa vuol dire V bacino? A livello di superficie si tratta di uno spazio di 31.567 metri quadri, praticamente 3 campi di calcio. Sono previsti cinque lotti di discarica. Il volume complessivo è, invece, uguale a 592.021 metri cubi. Il Piano Regionale dei rifiuti redatto nell’agosto del 2020, come evidenziato nel V.I.A, stima il fabbisogno della Provincia di Frosinone, fino al 2025, in 200.000 tonnellate. Questa cifra mostra evidentemente e senza ombra di dubbio l’entità e l’impatto di questa nuova area di discarica. E’ importante sottolineare come nel documento di Programmazione Regionale esista una postilla deleteria per il nostro territorio che resterà destinato a scontare le carenze altrui. La politica delle deroghe. La politica che può istituire gli Ato e nello stesso tempo derogarli all’infinito.

“sono stabiliti i fabbisogni fino al 2025 per l’ATO di Frosinone per circa 200.000 ton. Per tutto il sistema di gestione degli ATO si rimanda a quanto approvato nel Piano e quanto verrà approvato con successiva legga in fase di approvazione come disposto nello stesso piano al capitolo 11.1 entro 120 giorni.Nel medesimo capitolo è anche previsto “In caso di carenza impiantistica, in attesa dell’autosufficienza di ATO, l’ATO deficitario può utilizzare impianti presenti in altri ATO, fermo restando il principio di prossimità e per un periodo massimo di trentasei mesi.

I Dati del V Bacino. Fonte, A.I.A Regione Lazio ( http://www.regione.lazio.it/binary/rl_main/tbl_documenti/RIF_DD_G15189_14_12_2020_Allegato1.pdf)

Alla fine il principio resta sempre il medesimo, la discarica di Roccasecca si può ampliare perché altrimenti c’è l’emergenza. Una sorta di figura mitologica. Ai bambini delle nostre zone, per impressionarli, non citeremo più il lupo mannaro, ma l’emergenza. A causa dell’emergenza che va avanti da 20 anni, cresce ininterrottamente questo mostro ambientale.

Discarica di Roccasecca: il parere del Governo

Nell’ultimo anno per ben tre volte è intervenuto il Presidente del Consiglio su questa vicenda. Per due volte ha avallato l’ampliamento in altezza del IV bacino e successivamente ha dato il “V.I.A” alla costruzione del V, smentendo le osservazioni del Ministero dei Beni Culturali. Tante volte ho ripetuto in questi anni che esistono cittadini di Serie A e cittadini di Serie B nella Regione Lazio. Abbiamo cittadini sacrificabili e quelli non sacrificabili. Quest’ora viene certificato. Nero su Bianco.

” Valutato inoltre che il Consiglio dei Ministri ha effettuato una valutazione comparativa degli interessi coinvolti nel procedimento costituiti da una lato nell’impatto paesaggistico che l’ampliamento della discarica esistente può avere sull’area interessata dall’intervento e, dall’altro, nella considerazione che la realizzazione del V bacino risulta urgente sotto l’aspetto della tutela sanitaria nel territorio regionale, in quanto facente parte del sistema integrato di gestione dei rifiuti in corso di realizzazione. E che ha considerato prevalente
l’interesse alla tutela igienico-sanitaria del territorio regionale e quindi di consentire la prosecuzione del procedimento diretto all’ampliamento della discarica di Roccasecca, attraverso la realizzazione del V Bacino.;”

Dal RIF_DD_G15189_14_12_2020, della Regione Lazio.

Molto grave, a mio avviso, anche il mancato invio dell’elenco dei siti provinciali alternativi che ha fornito un alibi di ferro a chi questa discarica voleva ampliarla fin dal primo secondo di questo lungo iter.

Ciclo dei rifiuti: intreccio di convergenze

E’ questo il ciclo provinciale “chiuso” ed innovativo di cui tanti si vantano?

  • Si ricorda la delibera che vede la MAD unitamente alla SAF ed all’impianto di San Vittore convergenti con gli obiettivi di produttività della Saxagrestone nel territorio di Roccasecca ed inoltre possono garantire lo smaltimento di rifiuti derivanti da bonifiche del territorio della Provincia di Frosinone che concorrono comunque agli obiettivi dell’aggiornamento del Piano.
  • Impianto SAF di Colfelice. L’impianto in questione è strettamente connesso con il vicino impianto della S.A.F (Società Ambiente Frosinone), impianto questo di trattamento meccanico e biologico dei rifiuti urbani (TMB) che vengono, quindi, stabilizzati nella loro frazione organica mediante compostaggio. La MAD è tenuta a smaltire nei propri bacini i rifiuti trattati dal citato impianto della SAF per almeno il 50%.
  • Tenuto conto altresì degli obiettivi di bonifica in particolare di tutte le aree della valle del Sacco ricadenti nella provincia di Frosinone, nonché delle aree recentemente individuate in diversi comuni del Frusinate che necessitano di bonifica, si ritiene comunque utile valutare la possibilità di poter comunque utilizzare una parte di volumetria, con le limitazioni meglio appresso specificate, eventualmente da riservare e destinare unicamente a smaltimento di rifiuti derivanti da discariche comunali da bonificare o altri siti di bonifica della Provincia di Frosinone che per necessità devono essere rimosse dagli attuali luoghi, al fine di garantire maggiori standard ambientali.Al momento non è possibile avere una stima di tali quantitativi di rifiuti da rimuovere non essendo ancora stati approvati i relativi progetti di bonifica appare comunque utile destinare una volumetria per tali attività di bonifica utili per il territorio della Provincia di Frosinone

Cosa fare adesso?

Oltre ai procedimenti in corso, a mio avviso, sono presenti elementi per un ulteriore ricorso al Tar. Un ultima carta da giocare. Su tutti vi è un motivo di estrema importanza. Il 17 novembre del 2020, la Corte Costituzionale, ha annullato il Piano Paesistico della Regione Lazio. L’iter per la costruzione del V bacino inizia nel autunno del 2015. Viene stoppato, proprio per la mancanza di un piano aggiornato. Riparte nell’autunno dello scorso anno a seguito dell’approvazione del Piano. Ora non serve un fine giurista per comprendere che non può essere corretto avallare un nuovo lotto di discarica, senza questo documento, giudicato fondamentale dallo stesso organo regionale in passato. Il Comune di Roccasecca ha sollevato la questione ma la risposta della Regione è stata a dir poco fantasiosa: l’aspetto non sarebbe di competenza comunale. Un assurdo.

Documenti Citati. Allegati:

Frosinone – Biodigestore, interviene Green Italia

Nel dialetto popolare c’è un proverbio che recita più o meno così: “Quando una persona è stata pizzicata da una vipera, ha paura anche della lucertola”. Il senso del detto è facilmente intuibile: quando una persona ha vissuto/ sta vivendo un problema drammaticamente serio e pericoloso sulla propria pelle, anche una situazione che non riscontra grosse problematiche viene vissuta con ansia e paura. In maniera non razionale. Se trasliamo il discorso e riportiamo tutto al tema della sostenibilità ambientale, potremmo dire chi da anni subisce un attacco duro, profondo, continuo sotto questo fronte (Inquinamento della Valle del Sacco, Discariche, Termovalorizzatori) ha una reazione eccessiva davanti anche all’impiantistica necessaria per sviluppare l’economia circolare.

Biodigestore Frosinone - La nota di Green ITalia
Nota Pubblicata sul Quotidiano L’Inchiesta

L’economia Circolare e i biodigestori


Con molta chiarezza dobbiamo esprimerci su un punto. Economia Circolare vuol dire anche costruire impianti. Aumentando, si spera sempre di più, la percentuale di raccolta differenziata negli anni, i biodigestori diventano impianti necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti. Senza impianti non restano che discariche e termovalorizzatori. Senza impianti non c’è riciclo e recupero. Dalla frazione organica lavorata nel biodigestore è possibile ottenere sia bio-metano che sostituisce quello di origine fossile, sia compost di qualità. Non è scontato ricordare che se vogliamo passare ad una società free-carbon, dobbiamo sostituire le fossili con le rinnovabili.
Possiamo anche comprendere le paure iniziali dei cittadini che in tanti e troppi casi hanno già dato sul tema, ma è proprio su questo punto che dovrebbe intervenire l’associazionismo di settore e la politica, prendendo posizioni scientifiche e non complottistiche. Quello che è accaduto nell’ultima settimana, invece, è l’esatto opposto: talune associazioni, invece di spiegare scientificamente la differenza tra le diverse tecnologie e tra i diversi tipi di impianto hanno creato confusione, accusando in maniera diretta il circolo di Legambiente di Frosinone e l’Associazione Nazionale, avanzando illazioni strumentali, da caccia alle streghe o se preferite alle scie chimiche. Un vero e proprio avvelenamento dei pozzi, sul quale come circolo locale di Green Italia non possiamo e non vogliamo tacere. È l’ultima cosa di cui ha bisogno questa Provincia, davvero dannata per le problematiche riguardanti il ciclo dei Rifiuti. “Una corsa che si deve fermare perché altrimenti si casca male e a Frosinone malissimo, perché il Dottor Stefano Ceccarelli, non è solo un galantuomo, ma un monaco dell’ambiente, di rito ortodosso e da decenni – spiega l’attivista, Armando Mirabella. Potrebbe essere contemporaneamente il nonno, il padre e il fratello di Greta Thunmberg.


E’ necessario aprire una riflessione sul ciclo dei rifiuti in provincia

Specificato questo punto, per noi inderogabile, si può aprire una discussione seria sulla localizzazione dell’impianto, sui criteri di valutazione della Regione, sulla quantità di rifiuti trattati, sull’elevato numero di progetti dello stesso tenore in un’area ristretta, sulle politiche di gestione del biodigestore, sul come si vuole migliorare un ciclo dei rifiuti che in questa provincia svuota le casse pubbliche ed arricchisce i privati, su come il nuovo piano dei Rifiuti impatterà l’intera provincia, da Fiuggi a San Vittore, sulle discariche autorizzate e su quelle non bonificate disseminate lungo l’asse provinciale. Insomma, sulla pianificazione e sulla progettazione che latitano da sempre sotto questo punto di vista.
Se non bastasse si potrebbe parlare del problema dell’amianto ancora troppo presente nelle nostre campagne, dell’efficientamento energetico degli edifici pubblici, di una mobilità sostenibile e leggera. Traducendo si potrebbe parlare di come intendiamo consegnare questo pezzo di mondo, che resta bello ed autentico, a chi verrà dopo di noi, magari aprendo un tavolo di confronto continuo e trasparente. Per farlo, però, occorre la serietà e non l’illazione, occorre la scienza e non il sensazionalismo, occorre studiare e non improvvisare, occorre, sicuramente anche combattere, unendo il cuore al cervello e non la pancia alla gola.

Green Italia – Provincia di Frosinone

L’emergenza Covid e la coperta troppo corta

Stanchi. Preoccupati. Sembriamo tutti caduti nel romanzo di Josè Saramango, Cecità. Procediamo ad occhi chiusi, a tentoni, mentre il virus propaga nelle città.

“Il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita.”

Josè Saramango – Cecità

La realtà è che nessuno sa come usciremo da questa drammatica situazione che stiamo vivendo. Non sappiamo come né usciremo sanitariamente, economicamente e socialmente. In questo tempo di domande, alcuni, riescono a sputare sentenze ogni giorno, più volte a giorno, riuscendo a dire tutto ed il contrario di tutto, sempre con una fottuta convinzione. Beati Loro.

L’unica certezza, per me, da cittadino è quella di procedere giorno dopo giorno. Adattarsi. Capire cosa è essenziale e cosa, per quel giorno, è superfluo. Ed è una fatica enorme. Aggrapparsi per non cadere e scivolare.

Siamo spalle al muro: con un’emergenza sanitaria che viaggia verso la sua Cima Coppi e un’emergenza economica che ci attende alla fine della strada. Saranno solamente i numeri quotidiani che ci diranno se si eviterà un nuovo lockdown più o meno generalizzato. E’ del tutto evidente che lockdown o meno, se non ci sarà una situazione sanitaria stabile non potrà mai esserci una vera e propria ripresa economica. Questo va detto a chiare lettere.

Politicamente, invece, siamo di fronte ad una coperta troppo corta. Si pagano e si scontano gli errori dei decenni passati, sia a livello sanitario, sia a livello economico. Si poteva programmare meglio nei mesi passati, certamente sì: trasporti, tracciamento e tamponi, sopratutto. Aver pensato alle distanze tra i banchi per mesi e non aver pensato a come i ragazzi arrivassero in classe, è un’offesa all’intelligenza. Certamente, però, migliaia di infermieri non si fermano in 5 mesi. Certamente, però, la mobilità delle nostre città, non cambia in 3 mesi estivi. Certamente, i processi sociali che infiammano i quartieri popolari non nascono nell’ultimo anno. Certamente, non aiuta chi per guadagnare consensi, ha detto tutto ed il contrario tutto, soffiando su quella cenere incandescente.

Non c’è bisogno, invece, di arroganza comunicativa. Ci deve essere la tutela della salute pubblica, prima di tutto. Deve esserci la capacità di ascolto e quella di risoluzione dei problemi, dopo, per interi settori. Non è semplice ma magari, prima di annunciare chiusure totali o parziali, sarebbe il caso di procedere, nero su bianco, con i sussidi per quelle persone che non possono lavorare. Alla stessa maniera c’è bisogno di vedere realmente applicate le norme ed i divieti, altrimenti un commerciante che vede chiusa la sua attività avrà le sue sacrosante ragioni a protestare. A proposito delle proteste, occhio a non banalizzare. A dire che sono tutti criminali. Certamente, a Napoli, c’era anche gente poco raccomandabile ed, ovviamente, senza se e senza ma vanno condannate le violenze alle forze dell’ordine e ai giornalisti, ma pensare che in piazza ci fossero solamente fascisti e camorristi è un errore che non possiamo permetterci, ora e in futuro. Come dicono quelli bravi, “rischiamo la tenuta del Paese”, questa volta per davvero, aggiungo io.

San Giovanni Incarico: il consiglio comunale del 8 settembre

Consiglio Comunale San Giovanni Incarico

Dopo la pausa estiva, martedì 8 settembre si è riunito il Consiglio Comunale di San Giovanni Incarico. Il consiglio è stato richiesto dai Consiglieri di Minoranza: Bortone, Carbone e Toti.

Gli odg della discussioni sono visualizzabili, cliccando sul link sottostante

Come potete osservare si tratta di punti aperti che non necessitano, quindi, di una votazione ma di una discussione aperta in aula.

Organizzazione Spazi Scolastici

Il primo punto di discussione riguardava l’organizzazione degli spazi scolastici. Prima di tutto, ho ritenuto fondamentale non alimentare ulteriori elementi di confusione in un quadro che, dal livello nazionale al livello locale, risulta essere frammentato ed in continua evoluzione. Politicamente Primavera Sangiovannese ha sempre cercato di favorire una piena autonomia dell’istituzione scolastica, tenendola ben fuori dall’agone politico. Sull’argomento, ho chiesto quale fosse la posizione del nostro Comune, nell’incontro tra i dirigenti scolastici e i Primi Cittadini del plesso ( San Giovanni Incarico, Pontecorvo, Pico), previsto l’indomani. Il Sindaco Fallone, ha risposto che il Comune di San Giovanni Incarico, aveva ultimato i lavori di adeguamento necessari ma avrebbe lavorato per una scelta collettiva. Come tutti sapranno si è optato per un rinvio dell’apertura delle scuole.

Non ho avallato la richiesta di Istituzione di una commissione ad hoc sul tema scuola, relazionata dal Consigliere Toti, perché pur condividendo la natura di questa proposta, non è stato presentato alcun documento sulla struttura e sul funzionamento della stessa,se non dei generici intenti. Vivendo un periodo delicato e dovendo essere l’azione politica sull’istruzione particolarmente rapida, chiara ed efficace, non ho ritenuto utile richiedere , in questa occasione, una votazione sulla proposta. Nulla vieta, ovviamente, che si possa in futuro giungere ad una proposta strutturata da sottoporre al Consiglio Comunale, al quale sicuramente non farò mancare il mio appoggio e supporto.

Cosa fare dell’ex scuola Pasquale Cayro?

Ho sottolineato prima di tutto la pessima esperienza vissuta dall’Associazione Culturale che presiedevo. 6 anni fa siamo stati invitati a liberare la sede che ci era stata concessa, entro una settimana, a causa dell’inagibilità della struttura. Era la settimana di ferragosto. Tempi e metodi di una certa politica.

Detto questo ho sottolineato come numeri alla mano non sia funzionale pensare a quella struttura come nuovo edificio scolastico. Quell’edificio, una volta messo in sicurezza, potrebbe essere invece utilissimo ad aiutare le associazione del territorio,una sorta di “Casa dell’associazionismo locale”. In più, viste le esigenze di molti lavoratori, sarebbe molto interessante creare degli spazi di co-working, lavoro condiviso. La crescita esponenziale dello smart working è una chiave per rivitalizzare i borghi e generare entrate per le attività commerciali. Una grande occasione che dobbiamo essere in grado di sfruttare.

Il primo cittadino ha risposto che l’idea era certamente interessante ma l’edificio, a breve, diventerà un centro diocesano.

Contributi a Fondo Perduto ai commercianti

Come si potrebbe essere concettualmente contro ad una misura di questo genere? Ovviamente, però, bisogna coniugare la proposta con l’equilibrio delle finanze comunali, tema a cui ho sempre prestato una rigorosa attenzione. Ho chiesto al Consigliere Carbone, relatore della stessa, se era già stata pensata una somma da destinare ai commercianti. Mi è stato risposto negativamente e che questo onere, a suo avviso, spettava alla maggioranza. Facendo un conto, di massima, sulla natura dell’impegno, ritengo che per essere efficace, dovrebbe essere stimato in almeno 60.000,00 €, una cifra certamente importante per le casse, non floride, di San Giovanni Incarico.

Su questo punto mi piacerebbe lanciare un’idea: non sarebbe interessante capire di cosa hanno bisogno le aziende/attività commerciali presenti sul tessuto comunale, stilare una lista delle priorità ed investire questo denaro in investimenti su strutture, eventi ed infrastrutture fisiche e digitali? A mio avviso, inoltre, non è più rinviabile, la creazione di uno sportello dedicato alle opportunità di finanziamento delle imprese.

Installazione traliccio telefonico Madonna della Guardia

Su questo argomento, al di là del caos che si è generato e delle vere e proprie liti di questi giorni, sostengo a nome del mio gruppo una cosa molto semplice: Primavera Sangiovannese è contro nuove installazioni di questo genere, a qualsiasi prezzo offerto dal gestore, nelle immediate vicinanze di un luogo di culto così importante per la popolazione sangiovannese.Riteniamo, inoltre, che si debba risolvere al più presto la controversia legale per i ripetitori già presenti e procedere con un piano di pianificazione urbanistica avente lo scopo di pianificare e minimizzare i valori di campo elettromagnetico, ove necessario.

Nel corso di questi 3 anni di attività consiliare, ho incrociato quest’argomento nella Primavera del 2018, durante l’approvazione del bilancio di Previsione. Ho chiesto più volte chiarimenti, senza fortuna, sull’evidenza che vedete in immagine. Sfruttando l’occasione, ho chiesto direttamente chiarimenti al Consiglio.

Il primo cittadino ha sostenuto che l’aumento di entrate fosse motivato dal risarcimento derivante l’ipotetica vittoria della causa riguardante il traliccio attualmente presente sul Santuario della Madonna della Guardia, utilizzato dall’emittente Teleuniverso. Spiegazione che a dir la verità non ci lascia convintissimi, poiché, o è stato redatto in maniera poco chiara il testo a corredo del documento contabile o si rafforza la convinzione di aver fatto bene a non votare quel bilancio di previsione, viste le stime che potremmo definire “fantasiose”.

Nota a margine: il clima politico

Possono capitare e capiteranno discussioni accese e vivaci in Consiglio. La politica è anche contrapposizione. Scontro costruttivo. Senza alcuna ipocrisia, anche io, in passato ne ho avute di serrate. Quello che non condivido, però, è il clima da far west che si è palesato negli ultimi due consigli comunali. Discussioni che non sono funzionali ma strumentali: “Faccim ammuina”. Non diamo una bella immagine del nostro lavoro di Consiglieri ai cittadini, ma soprattutto non diamo lustro all’istituzione che rappresentiamo. Ben vengano discussioni, anche accese, sul futuro e sulle prospettive di San Giovanni Incarico, ma al contempo mi auguro che la bagarre delle ultime sedute sia una parentesi breve e già chiusa.

Caszely, Allende e Pinochet

Caszely abbraccia Salvador Allende

Caszely e la partita fantasma

Prima scena. Una delle immagini più incredibili di sempre viste su un campo da calcio. Ci sono 15 mila spettatori. Ci sono militari intorno al campo. C’è un dittatore sulle tribune. Ci sono 11 giocatori. Non ventidue, ma solo e soltanto 11. C’è un pallone. Iniziano a giocare, da soli, e segnano un goal simbolico. Su quel campo dovevano esserci i giocatori dell’Unione Sovietica che decisero di non presentarsi: “Su quel campo noi non giochiamo”. No, non c’entra nulla la struttura dello Stadio, il manto erboso o l’altura, come può capitare in alcuni luoghi del Sud America. I giocatori sovietici in quello stadio non vogliono mettere piede perché ci troviamo in Cile ed è il 21 novembre del 1973. E’ lo spareggio per accedere ai mondiali della primavera successiva. In quello stadio, il Generale Augusto Pinochet fino a poche settimane prima aveva torturato e massacrato oppositori politici, giornalisti, donne e uomini cileni. Praticamente, chiunque non fosse dalla sua parte.

Il nostro protagonista, negli spogliatoi, si sente male per la vergogna. Vomita. Per lo schifo di quella parata a cui non è riuscito a sottrarsi, ma giura che è l’ultima volta che dirà sì.

Quando Caszely incrociò le braccia davanti a Pinochet

Secondo atto. Iniziò giugno del 1974. La nazionale cilena sta per partire per i mondiali di calcio tedeschi del 1974. Quelli dell’Olanda di Crujff e della Germania di Beckhenbauer. Una delle edizioni più belle e significative di sempre. Prima di partire il Generale vuole salutare la squadra, ed è, anche avvisato, del caso particolarmente spinoso di un’attaccante, non propriamente allineato al regime. Il generale prosegue e saluta i giocatori, fino a quando arriva di fronte a quello che in Cile chiamano il “Re del metro quadrato”, per la sua abilità finalizzativa nell’area di rigore. Se preferite il soprannome spagnolo, “El Dueno de l’Area chica” (il padrone dell’area piccola).

Si fermano. Si guardano. Si scrutano. Il tempo si ferma e gli attimi diventano secoli. Carlos Humberto Caszely, figlio di padre ungherese, amico di Salvator Allende, incrocia le braccia. Non allunga la mano. Trova quel coraggio che non aveva avuto in precedenza. In quei secondi sicuramente penserà ai suoi familiari, ai suoi amici, alle conseguenze di quel gesto. La sua dignità gli impone di non stringere quella mano, bagnata di sangue e di morte. Se fosse un film ci sarebbe la musica da duello West di Ennio Morricone. Ma diavolo no, non è un film. Caszely dice no, per i suoi compagni ammazzati, per il Presidente Allende, per le donne torturate dai generali cileni. Dice no e ce ne vuole di coraggio. Ce ne vuole tanto, forse troppo per noi comuni mortali. Eppure, Carlos Humberto Caszely, figlio di mamma Olga, nato a Santiago del Cile, il 5 luglio del 1950, vissuto nel barrìo popolare di San Fernando, dice no e ci ricorda, una volta di più che sono gli uomini che fanno la storia. Sono le decisioni di chiunque ad incrinare il tavolo degli eventi.

Caszely e Salvador Allende

La terza immagine ci porta indietro nel tempo. Nel giugno del 1973, Caszely gioca nel Colò Colo, la squadra cilena più forte e conosciuta. I cileni sono impegnati nella finale di Copa Libertadores, La Champions League Sud America (Competizione che si chiama in questo modo per omaggiare il “Libertador”, Simon Bolivar, ma questa è un’altra storia). Allende e Caszely si trovano uno di fronte all’altro ed il Presidente a chiedere una foto. Il simbolo della squadra, l’attaccante del popolo che abbraccia il Presidente. Il ragazzo del quartiere popolare che continua a studiare (“non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti”) che ai tempi del Liceo scopre l’amore per la politica e diventa “militante” per Allende e le sue “Unidad Popular”, da una parte.  Dall’altra c’è lui, Salvador Allende. Antonio SKÁRMETA su Repubblica, nel 2013 lo descrive in maniera esemplare.

“Salvador Allende non era un guerrigliero che un giorno scese dalla montagna, non era un profeta visionario che sbarcò da un’arca con angeli armati fino ai denti, e non era nemmeno un poeta fuori dal mondo che confondeva le nuvole con i carri armati. Era la cosa più simile che ci fosse a un cittadino comune. Non un’apparizione improvvisa, ma una persona che stava tutti i giorni lì dove doveva stare….Per i cileni la sua “rivoluzione” non era l’esercizio della violenza per “far partorire” la storia, ma la paziente, laboriosa lotta di una vita per conquistare, nel 1970, la presidenza della Repubblica che gli avrebbe consentito di dare forma al sogno suo e della società che rappresentava: promuovere un socialismo democratico – con tutte le libertà permesse- differente dai socialismio comunismi esistenti nel mondo. Con espressione fin troppo folcloristica Allende la chiamò «una rivoluzione che sa di empanada e vino rosso»”

Il sogno di un socialismo democratico, raggiunto con mezzi pacifici. Un paese felice. Un popolo che riacquista la sua autonomia ed indipendenza dalle potenze straniere. Per tutti questi motivi, La Cia Finanziò Pinochet. Per tutti questi motivi, “la più grande democrazia occidentale” finanziò un sanguinoso dittatore e gettò tra le sue braccia un popolo intero. Quell’utopia diventata realtà non poteva continuare ad esistere.

La vittoria del “NO” e la fine di Pinochet

L’ultimo frame che utilizzerò per concludere questa storia è la partita di addio al calcio di Caszely. Una partita che diventò un’immensa manifestazione contro la dittatura. I tempi stavano cambiando. Da un tunnel lungo e buio, si iniziava di nuovo ad intravedere la luce. Luce che diventa abbagliante quando il popolo cileno, il 5 ottobre 1988, votando NO, al referendum sbarra la strada alla dittatura cilena.

Il referendum è raccontato splendidamente nel film “No- I giorni dell’arcobaleno”. Chi l’ha visto ricorderà che la chiave di volta per raggiungere la vittoria sarà una brillante comunicazione. Farebbe scuola anche oggi a tanti partiti. In uno di quei video compare la signora Olga, un gagliardetto del Colo Colo e ovviamente il protagonista di questa storia.

 “Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”. Ad un certo punto entro in scena e inizio a spiegare le mie personali ragioni per il “no”:

“Perché la sua allegria è la mia allegria.

Perchè i suoi sentimenti sono i miei sentimenti.

Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere”.

“E perché questa bella signora è mia madre”.

Willy e la banalità del male

Willi Monteiro_ La banalità del male

Davanti alla morte di un ragazzo di 21 anni è sempre difficile dire qualcosa. Se poi la morte arriva per un pestaggio, le parole si bloccano. Ti restano in gola, perchè è semplicemente inaccettabile parlare di una morte che ha interrotto una vita nell’età dei sogni e delle possibilità.

 Per questo c’è prima di tutto da riflettere. Pensare. Ponderare e pesare ogni parola. Non scadere nel sensazionalismo, né nella superficialità.

Quando un ragazzo di 21 anni viene ucciso a colpi di botte è sintomo di qualcosa di malato e profondo presente nella società che non si risolve né vietando le arti marziali ( magari, però, controlliamo se tutto è a norma in quella palestra), né parlando genericamente di periferie degradate, specie se chi lo scrive non sa nulla della vita di provincia. Non servono slogan. Serve un’azione lunga e continua con investimenti mirati in cultura ed istruzione. Non servono spot, servono anni ed investimenti, il resto sono chiacchiere buone a riempire le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il problema non è Colleferro, Artena o Paliano. Anche se ci fa paura dobbiamo ammettere che quell’episodio sarebbe potuto accadere ovunque. Ovunque.

Quando viene ucciso un ragazzo di 21 anni c’è da riflettere sui tanti sciacalli che da anni avvelenano i pozzi dell’informazione, c’è da ripensare ad ogni fakenews pubblicata sui social utile solamente a fomentare odio e a mostrare una sterile indignazione da leoni del web. Tanti scrivono bestialità, commentando questa o quella notizia, nascondendosi dietro uno schermo. Pochi, ma con evidenti problemi, a quella spirale di odio danno poi seguito nella vita reale.

Quando si è di fronte ad una tragedia come questa non bisogna cedere anche se tremendamente difficile all’impulsi più beceri di una giustizia sommaria che alimenterebbe solo il circolo della violenza. C’è solamente da pretendere giustizia: certa, rapida e senza sconti.

Il problema di fondo è che da troppo tempo in questo Paese dividiamo le persone tra noi e loro ( e la classificazione di loro non è sempre e solo razziale) e sempre troppo spesso sull’altro, su quello che è diverso da noi, scarichiamo tutti i problemi delle nostre esistenze.  Un meccanismo perverso e pericoloso che porta a considerare l’altro da noi semplicemente un intralcio alla nostra vita quotidiana. Non un essere umano, con i suoi sogni, i suoi bisogni, la sua anima, ma un numero, quando va bene. Un’identità non definita. Da questo nasce quella frase che fa rabbrividire: “Che hanno fatto? Hanno ucciso un immigrato.

So già che nella mente di tanti, purtroppo, c’è l’osservazione tipica: Perché non hai/avete scritto questo quando.. citando l’episodio di cronaca x,y o z? La mia risposta è molto semplice: perché questo omicidio mostra e dimostra che evidentemente c’è qualcosa non va nella società e la società è fatta da individui ( anche da me e da te che stai leggendo questo articolo). Non ci troviamo davanti al gesto sconsiderato di un folle, di un omicida, nero, giallo, bianco, rosso che sia, ma di qualcosa di premeditato. Verrebbe da dire, di un vero e proprio stile di vita.  Per questo non è derubricale solamente alla cronaca nera ma ci costringe a riflettere su cosa bolle nella pancia di questo Paese. Pancia pronta sempre a mostrare e gonfiare i muscoli per non fare i conti con il suo vuoto esistenziale e la solitudine. Il rischio evidente è che si finisca come nel libro di Hanna Arendt, “La Banalità del Male”. Uomini superficiali che commettono efferati crimini, azioni orribili, non rendendosi minimante conto di quello che stanno facendo. Superficiali ed inetti, “inabili a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.