Willy e la banalità del male

Willi Monteiro_ La banalità del male

Davanti alla morte di un ragazzo di 21 anni è sempre difficile dire qualcosa. Se poi la morte arriva per un pestaggio, le parole si bloccano. Ti restano in gola, perchè è semplicemente inaccettabile parlare di una morte che ha interrotto una vita nell’età dei sogni e delle possibilità.

 Per questo c’è prima di tutto da riflettere. Pensare. Ponderare e pesare ogni parola. Non scadere nel sensazionalismo, né nella superficialità.

Quando un ragazzo di 21 anni viene ucciso a colpi di botte è sintomo di qualcosa di malato e profondo presente nella società che non si risolve né vietando le arti marziali ( magari, però, controlliamo se tutto è a norma in quella palestra), né parlando genericamente di periferie degradate, specie se chi lo scrive non sa nulla della vita di provincia. Non servono slogan. Serve un’azione lunga e continua con investimenti mirati in cultura ed istruzione. Non servono spot, servono anni ed investimenti, il resto sono chiacchiere buone a riempire le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il problema non è Colleferro, Artena o Paliano. Anche se ci fa paura dobbiamo ammettere che quell’episodio sarebbe potuto accadere ovunque. Ovunque.

Quando viene ucciso un ragazzo di 21 anni c’è da riflettere sui tanti sciacalli che da anni avvelenano i pozzi dell’informazione, c’è da ripensare ad ogni fakenews pubblicata sui social utile solamente a fomentare odio e a mostrare una sterile indignazione da leoni del web. Tanti scrivono bestialità, commentando questa o quella notizia, nascondendosi dietro uno schermo. Pochi, ma con evidenti problemi, a quella spirale di odio danno poi seguito nella vita reale.

Quando si è di fronte ad una tragedia come questa non bisogna cedere anche se tremendamente difficile all’impulsi più beceri di una giustizia sommaria che alimenterebbe solo il circolo della violenza. C’è solamente da pretendere giustizia: certa, rapida e senza sconti.

Il problema di fondo è che da troppo tempo in questo Paese dividiamo le persone tra noi e loro ( e la classificazione di loro non è sempre e solo razziale) e sempre troppo spesso sull’altro, su quello che è diverso da noi, scarichiamo tutti i problemi delle nostre esistenze.  Un meccanismo perverso e pericoloso che porta a considerare l’altro da noi semplicemente un intralcio alla nostra vita quotidiana. Non un essere umano, con i suoi sogni, i suoi bisogni, la sua anima, ma un numero, quando va bene. Un’identità non definita. Da questo nasce quella frase che fa rabbrividire: “Che hanno fatto? Hanno ucciso un immigrato.

So già che nella mente di tanti, purtroppo, c’è l’osservazione tipica: Perché non hai/avete scritto questo quando.. citando l’episodio di cronaca x,y o z? La mia risposta è molto semplice: perché questo omicidio mostra e dimostra che evidentemente c’è qualcosa non va nella società e la società è fatta da individui ( anche da me e da te che stai leggendo questo articolo). Non ci troviamo davanti al gesto sconsiderato di un folle, di un omicida, nero, giallo, bianco, rosso che sia, ma di qualcosa di premeditato. Verrebbe da dire, di un vero e proprio stile di vita.  Per questo non è derubricale solamente alla cronaca nera ma ci costringe a riflettere su cosa bolle nella pancia di questo Paese. Pancia pronta sempre a mostrare e gonfiare i muscoli per non fare i conti con il suo vuoto esistenziale e la solitudine. Il rischio evidente è che si finisca come nel libro di Hanna Arendt, “La Banalità del Male”. Uomini superficiali che commettono efferati crimini, azioni orribili, non rendendosi minimante conto di quello che stanno facendo. Superficiali ed inetti, “inabili a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.

BlacksLiveMatter: lo sport americano si ferma

Milwaukee_Bucks_Boicotaggio

Abbiamo visto l’orrendo video in cui, nel Wisconsi, nostro stato d’origine, Jacob Blake veniva colpito alla schiena sette volte da un agente di polizia a Kenosha e poi l’ulteriore sparatoria contro i manifestanti. Nonostante l’enorme richiesta di cambiamento, non c’è stata alcuna azione, quindi la nostra attenzione oggi non può essere sul basket. Quando andiamo in campo e rappresentiamo Milwaukee e Wisconsin, ci si aspetta che giochiamo ad alto livello e diamo il massimo impegno sentendoci responsabili a vicenda delle nostre azioni. Ci atteniamo a questo standard e in questo momento chiediamo lo stesso ai nostri legislatori e alle forze dell’ordine. Chiediamo giustizia per Jacob Blake e chiediamo che gli ufficiali colpevoli” di quel gesto “siano ritenuti responsabili…è imperativo che la Legislatura dello Stato del Wisconsin si riunisca nuovamente dopo mesi di inattività e adotti misure significative per affrontare le questioni relative alle responsabilità della polizia, alla brutalità perpetrata e alla riforma della giustizia penale. Incoraggiamo tutti i cittadini a istruirsi, intraprendere azioni pacifiche e responsabili e ricordarsi di votare a novembre

Parole di una semplicità disarmante. Parole che rappresentano una vera e propria deflagrazione nel mondo del NBA americano e quindi della società americana nel suo complesso. Parole rivoluzionarie. Parole che significano noi non giochiamo più.

I Milwaukee Bucks dicono basta

Procediamo con ordine. In questi giorni si stavano disputando le fasi finali dell’Nba. Ieri sera era previsto l’incontro tra Milwaukee Bucks ed Orlando. Alle 22 italiane, circa, i giocatori di Milwaukee hanno preso una decisione rivoluzionaria: questa sera non si gioca. Lo hanno fatto scavalcando dirigenti e responsabili di Lega. Hanno chiesto un telefono ed hanno parlato con il procuratore generale del Wisconsin, Josh Kaul, e il governatore dello Stato, Mandela Barnes. Stop. Lo spettacolo non può continuare. Lo hanno fatto senza sapere cosa sarebbe successo: squalifica, multa, partita persa. Lo hanno fatto da uomini prima che da atleti. Lo hanno fatto perché hanno deciso che la situazione degli afroamericani in America non è più tollerabile e la loro non potevano tirarsi indietro. Lo hanno fatto per le continue violenze mortali della polizia americana. Non potevano, più, far finta di nulla.

Sport e Antirazzismo: le vicende del passato

Fa sorridere oggi chi critica questa decisione dicendo “Sport e Politica sono due cose distinte e separate”. Mi viene da rispondere, distinte e separata come il sugo per la pasta, il sale per il Mare, il Teatro per un tenore. Non sanno forse che questa era la stessa teoria del Presidente del CIO, Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage, quando rassicurava gli atleti di colore prima delle Olimpiadi del 1936 a Monaco e invitava gli atleti americani a non immischiarsi nella “questione ebraica”.

  Molti sociologhi concordano in un assunto: negli Usa non c’è una storia antica, millenaria ( la loro storia tra l’altro inizia con un genocidio) come quella che ha vissuto l’Italia, per esempio. L’epica, dunque, si è sempre spostata nel racconto contemporaneo ed in questo contesto nasce un tipo di narrazione sportiva nella quale l’eroe è proprio l’atleta e l’impresa epica è la performance sportiva. Conseguentemente cambia anche la predisposizione mentale dello sportivo rispetto ai temi sociali. Le parole e le vicende di Muhammed Alì, non potranno mai essere confinate nel recinto della prestazione sportiva, seppur eccelsa. Sono altro. Sono rivoluzionarie tanto quelle di Martin Luter King.

 Il podio di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, nelle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, è a mio avviso una delle immagini più iconiche del 900, sicuramente una delle più popolari del movimento antirazzista americano.

Per gli appassionati di basket, come non citare, tra l’altro l’incredibile storia di Kareem Abdul-Jabbar, che alle Olimpiadi messicane non andò per niente.

Dai Milwaukee Bucks a Naomi Osaka: si ferma lo sport americano

Allora mi vien da dire solo bravi. Complimenti per il coraggio che avete dimostrato. Non è questione di essere miliardari, come alcuni cinici analisti oggi provocatoriamente dicono. Per degli atleti, così vicini ad un traguardo importante, contano in quel momento la fatica fatta per raggiungere l’obiettivo, il sudore, la voglia di vincere. Dire basta, fermarsi e mettersi di traverso, senza sapere cosa sarebbe successo dopo, è un gesto nobile che scuote le coscienze di chi guarda, di chi riflette, delle ragazze e dei ragazzi americani e del mondo intero ( se io dall’altra parte del Pianeta sto scrivendo queste parole).

L’effetto sul mondo dello sport a stelle e strisce è stato quello di un effetto domino. La partita di ieri sera non si è più giocata perché i cestisti di Orlando hanno appoggiato la protesta. A quel punto si sono fermate tutte e tre le partite previste nella giornata. Posticipate a data da destinarsi, con l’ipotesi di una non assegnazione del titolo. A catena, hanno deciso di non scendere in campo giocatori di Baseball, Mlb, e di calcio, Mls.

Ha seguito l’esempio dei colleghi cestisti, anche la tennista Osaka, numero 10 al mondo, impegnata nella semifinale a New York.

Come molti di voi sapranno, dovevo giocare la mia semifinale domani. Tuttavia, prima che essere un’atleta, sono una donna di colore. E come donna di colore credo che ci siano cose più importanti cui prestare attenzione piuttosto che guardarmi mentre gioco a tennis. Non credo succederà nulla di drastico se non gioco, ma iniziare una conversazione in uno sport principalmente bianco è un passo nella giusta direzione. Guardare il continuo genocidio della gente di colore per mano della polizia mi dà il voltastomaco. Non ne posso più di vedere spuntare un nuovo hashtag ogni giorno e sono stanca di ripetere sempre i soliti discorsi. Quando ne avremo abbastanza?”.

Ben detto Naomi, ne abbiamo, davvero tutti abbastanza è ora di dire basta e di pretendere un cambiamento drastico ed immediato. Dai Milwaukee Bucks è arrivata una sveglia al mondo

Consiglio Comunale: le mie proposte sulla partecipazione popolare

Democrazia Partecipativa

Lunedì 20 luglio, dopo molti mesi, c’è stato un ricco e lungo Consiglio Comunale, iniziato alle 19:00 e terminato dopo le 23:00.


Prima di analizzare le questioni inerenti il bilancio e le finanze comunali ritengo utile concentrarmi su un macrotema che mi sta molto a cuore: quello sulla partecipazione popolare.

Da sempre, anche prima della nascita di Primavera Sangiovannese, ho argomentato e proposto su questo punto. Non per vezzo, non per moda, ma per esigenza. Un cambiamento profondo del Paese non può prescindere da una rinnovata e continua partecipazione popolare alla vita politica del paese, da parte di tutti. Non esistono le bacchette magiche, né gli uomini solo al comando capaci di affrontare tutto. Il rinnovamento o è partecipato o non lo è. Ritengo che debba esistere un sentimento diffuso e “popolare” orientato alla valorizzazione delle tante risorse ( umane e paesaggistiche) presenti nel nostro Paese.

E’ vero che i nostri giorni sono segnati comunque dal pericolo Covid, ma l’assise comunale praticamente vuota di cittadine/i dopo lunghi mesi in cui il Consiglio si riuniva deve far riflettere tutti, partendo ovviamente dal sottoscritto. Riusciamo ad interessare i cittadini con le discussioni politiche che animano il Paese? Io ritengo che i cittadini siano interessati a discussioni concrete che riguardano la loro vita quotidiana e soprattutto le prospettive del nostro Paese.

L’argomento partecipazione è stato oggetto di un dibattito franco nel corso della prima parte della seduta.


Riprese dei Consigli Comunali

Chi ha seguito Primavera Sangiovannese sa che questa è una delle proposte hanno animato la nostra Campagna Elettorale. La prima richiesta al Consiglio, in tal senso, è stata protocollata a dicembre 2017. In prima battuta, in massima franchezza, non è stata presa sul serio ( a cosa serve mettere le telecamere in Consiglio?) ma poi forse anche a causa dell’emergenza sanitaria vissuta in questi mesi, è stata riconosciuta la bontà della proposta. Meglio tardi che mai.

Il nuovo regolamento del Consiglio Comunale di San Giovanni Incarico, votato lunedì scorso, prevede la possibilità della ripresa dell’assise pubblica. Questa potrà avvenire sia sugli organi ufficiali del Comune, sia ( su mio emedamento) da parte di cittadini, associazioni, privati che dovranno fare apposita richiesta. Ora manca l’ultimo step: il regolamento attuativo specifico che abbiamo già predisposto e protocollato. Ci auguriamo possa essere rapidamente approvato.

Questo strumento non va a vantaggio di questa o quella parte politica, va esclusivamente a vantaggio della popolazione di San Giovanni, in particolar modo di chi svolge un lavoro che lo tiene lontano da casa, praticamente tutta la giornata ed è così impossibilitato a seguire i lavori del Consiglio Comunale. Sempre in quest’ottica ho proposto due ulteriori integrazioni

Petizioni Popolari:

1.Il Consiglio Comunale con il fine di incentivare la partecipazione popolare alla vita politica del Paese, ha la facoltà di discutere anche proposte di deliberazione promosse da singoli cittadini ed associazioni. Tali petizioni devono essere sottoscritte da almeno da almeno 30 (trenta) persone aventi residenza nel territorio comunale e/o attività economiche o sociali che operano nel Comune San Giovanni Incarico. La sottoscrizione per essere valida dovrà contenere nome, cognome, indirizzo, data di nascita e firma e dovrà essere presentata all’ufficio Protocollo del Comune.

2. Il Presidente del Consiglio, con l’ausilio del Segretario Comunale, acquisiti i pareri dei responsabili di Area, provvederà entro 30 (trenta giorni) ad assegnare la proposta all’organo consiliare per la trattazione di merito


ARTICOLO 9 CONSIGLIO COMUNALE APERTO

1. Il Presidente quando si verificano rilevanti motivi d’interesse della comunità può convocare l’adunanza “aperta” del Consiglio Comunale:

a) di sua iniziativa;

b) su richiesta di almeno di 5 (cinque) consiglieri o del Sindaco;

c) su richiesta di almeno 100 residenti. La richiesta dovrà essere protocollata all’apposito Ufficio Comunale e dovrà contenere nome, cognome, residenza, data di nascita e firma dei richiedenti.


2. La seduta può svolgersi nella sua sede abituale od anche nei luoghi particolari previsti

3. Tali adunanze hanno carattere straordinario ed alle stesse, con i consiglieri comunali, possono essere invitati parlamentari, rappresentanti della regione, della provincia, di altri comuni, delle circoscrizioni, degli organismi di partecipazione popolare e delle associazioni sociali, del volontariato, politiche e sindacali interessate ai temi da discutere.

4. In tali particolari adunanze il Presidente, garantendo la piena libertà di espressione dei membri del Consiglio Comunale, consente anche interventi di cittadini presenti in aula, dei rappresentanti come sopra invitati, che portano il loro contributo di opinioni, di conoscenze, di sostegno e illustrano al Consiglio Comunale gli orientamenti degli enti e delle parti sociali rappresentate.

5. Durante le adunanze “aperte” del Consiglio Comunale non possono essere assunti impegni di spesa, anche di massima, a carico del bilancio comunale.

6. Gli unici membri deputati alla votazione delle proposte discusse e proposte dall’assemblea sono i membri in carica del Comune di San Giovanni Incarico.


Di comune accordo con maggioranza e minoranza questi punti sono stati aggiornati alla prossima discussione preferendo discuterli con una specifica discussione sullo Statuto Comunale e non sul Regolamento del Consiglio. Per me, per noi, nessun problema, ma certamente non molleremo la presa.

In sintesi cosa mi spinge a insistere e a presentare queste proposte? Voglio dare la possibilità a tutte le cittadine ed i cittadini del mio Paese di essere informati sulla vita politica del Paese, senza passare per il sentito dire, ascoltando direttamente ciò che accade nei momenti di confronto pubblico. Voglio a dare alla cittadinanza e alle associazioni, strumenti in grado di renderli non spettatori passivi delle decisioni, ma attori protagonisti. Rompere l’apatia, abbattere la noia, costruire sulla contaminazione delle idee un futuro più bello, più giusto, più equo.

Discarica di Roccasecca: le ultime novità ed il punto della situazione

L’arrivo dell’estate non ha fermato, purtroppo, le notizie, le novità (non buone) e i vari colpi bassi, riguardo il ciclo dei rifiuti regionale e provinciale.  Le notizie riguardano sia la Mad, con quello che ormai è diventato un romanzo infinito, chiamato V bacino, sia il rinnovo dei vertici della Saf con la relativa approvazione di bilancio.  

Discarica: lo stato dell’arte

Tanti cittadini si perdono e fanno confusioni tra i vari procedimenti attivi, i ricorsi e carte bollate. Parto quindi con il definire la situazione attuale che, ahinoi, ha visto un procedimento recentemente approvato ed un altro in itinere.

Quello già approvato riguarda la sopraelevazione del IV Bacino. Nella scorsa Primavera, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, smentendo una sua stessa decisione, ha avallato la Richiesta della Regione Lazio di concedere una proroga per la sopraelevazione della discarica di Roccasecca, fino al 31-12-2020. Per intenderci questa decisione rappresenta il fondamento sul quale vediamo crescere la montagna artificiale di rifiuti giorno dopo giorno.  

Qui trovate le osservazioni che ho preparato riguardo quella sciagurata decisione.

Il secondo punto riguarda la costruzione del famigerato V Bacino. La ditta che gestisce la discarica di Roccasecca ha presentato un progetto di ampliamento per la costruzione di un nuovo ed intero lotto di discarica nell’autunno del 2015. Il progetto era stato sospeso dalla Regione Lazio per mancanza del PTPR ( Piano Territoriale Paesaggistico Regionale). Non appena è stato approvato in aula, ancor prima della sua pubblicazione ufficiale, il progetto per la costruzione del V Bacino è stato riattivato dall’ente regionale. Lo stesso ente non ha ascoltato le numerose osservazioni di contrarietà promosse dal Comune di Roccasecca e da alcuni dei Comuni Limitrofi, dalla Provincia di Frosinone, Dal Ministero dei Beni Culturali, dall’Autorità di Bacino (Qui trovate le mie osservazioni) ed ha autorizzato il primo passo per la costruzione: la famosa V.I.A (valutazione di impatto ambientale). Il Comune di Roccasecca ha fatto ricorso al T.A.R riguardo questa richiesta ed il tribunale gli ha dato ragione. 

Hanno partecipato ad adiuvandum il Comune di Colfelice e quello di San Giovanni (quest’ultimo su richiesta e sollecitazione del sottoscritto, approvata dall’Amministrazione Comunale).

LA REGIONE LAZIO RICORRE DI NUOVO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Notizia del 26 giugno è che la Regione Lazio per quanto riguarda la costruzione del V bacino, non ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato, ma di intraprendere una strada politica, ovvero andare di nuovo a bussare alla Presidenza del Consiglio. Oltre all’evidente significato politico del gesto e della decisione che sarà presa in quella sede, c’è da dire che il T.A.R nella sentenza emessa contestava all’ente proprio il mancato coinvolgimento dell’organo politico in quanto vi era un conflitto tra la suddetta Regione e il Ministero dei Beni Culturali che continua ad opporsi fermamente agli ampliamenti in quanto nell’area sono presenti vincoli territoriali.

Tutti gli enti interessati sono stati chiamati a partecipare ad una nuova “riunione di coordinamento” per giovedì 2 luglio 2020, alle ore 15:00.

ROMA: LA DISCARICA DI MONTE CARNEVALE

Come sappiamo e ricordiamo tutti, uno dei principali fattori che ha creato questa situazione è la cronica ed eterna mancanza di impianti della Capitale (non ho parlato solo di discariche ma di impianti, perché questo punto ci tornerà utile nella disamina sulla Saf). Questo ha fatto sì che le volumetrie disponibili per la Provincia di Frosinone si siano rapidamente esaurite.

Dallo scorso inverno, c’è in corso l’iter per la costruzione di una discarica a Monte Carnevale, a Roma. Per uno strano caso del destino, è proprio dello stesso proprietario della discarica di Roccasecca che sempre per quello stesso caso del destino proprietario della discarica di Civitavecchia.

Cosa è successo di rilevante in questi giorni, circa questo argomento? La discarica di Monte Carnevale non sarà assoggettata a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), perché la richiesta della ditta proponente è di solo 75.000 tonnellate complessive quando la Capitale produce, ad oggi, circa 1000 Tonnellate al giorno di scarti da inviare in discarica. La capienza del sito complessiva, ovviamente, è “tarata” sull’effettiva necessità della Capitale.

FROSINONE: LA NUOVA DISCARICA DI SERVIZIO

Oltre ai problemi riguardanti la capitale, se non sarà prevista la costruzione del V bacino, la discarica di Roccasecca potrà essere utilizzata fino al 31-12-2020. È evidente quindi che nel breve periodo o dovrà essere individuata una nuova sede per la discarica di servizio della Provincia di Frosinone poiché ad oggi sia a monte, percentuale di raccolta differenziata sotto i livelli richiesti, sia a valle, scarti prodotti dal TMB di Colfelice o la Provincia di Frosinone, dovrà essa stessa, come fatto per anni da Roma scaricare fuori A.T.O

Nella discussione che si è sviluppata su quest’argomento nessuno ha sottolineato un elemento per me fondamentale: l’eventuale nuova discarica dovrà essere pubblica. Nessun privato può continuare ad arricchirsi sulle spalle della collettività. Bisogna spezzare assolutamente questo circolo vizioso che perdura ormai da anni.

La seconda osservazione, ovvia ma fondamentale è che bisogna fare presto. Cosa succede se non si individua rapidamente una nuova discarica? Il rischio fin troppo evidente è che si ripeta quanto scritto nella V.I.A precedentemente autorizzata dalla Regione Lazio: saranno ridotte le volumetrie (ma non saranno tarate ovviamente sul fabbisogno della Provincia di Frosinone) del V bacino e sarà evidenziato come questo ampliamento sia necessario per evitare l’emergenza nella provincia di Frosinone.

Terza osservazione: bisogna imporre da subito un limite temporale breve per la durata del nuovo sito. Non ammissibile, ovunque, essa sorga che possa durare venti anni e che per 20 anni ancora il ciclo dei rifiuti preveda un’enorme percentuale di rifiuti da destinare in discarica.

In tutto questo restano ancora nero su bianco le osservazioni dell’Ispra-Crn che evidenziano numerosi ed evidenti sforamenti dei valori di contaminazione per numerose sostanze. Ad oggi non c’è nessuno studio che smentisce quei dati ma sembra che per la Regione e Governo non siano mai esistiti.

Un modello popolare per salvare lo sport di base e dilettantistico

Chi vive in Provincia, in un piccolo centro o in un borgo, che piaccia o non piaccia, sa che difficilmente si esula da tre punti cardinali: la piazza, la chiesa, per chi crede, ma soprattutto il campo sportivo. Quest’ultimo non è solamente il luogo dove si fa sport, che già non sarebbe poco, ma è il luogo principale dell’aggregazione sociale. Dove cresci, fa esperienze, ti confronti e a volte ti scontri. Questo triangolo in pratica sostituisce i 4 consueti punti cardinali nella crescita di ogni abitante di quel luogo. Così, vale anche nelle periferie delle grandi città nelle quali, in molti casi, le società sportive diventano praticamente l’unico servizio di welfare esistente, nel dopo scuola.

Senza girarci intorno, una delle tante conseguenze del Covid 19 è il rischio concreto della distruzione di questo tessuto dilettantistico e di base. La stagione attuale è, ovviamente, chiusa ma stando così le cose anche la prossima è forte rischio. Le giuste e doverose norme a tutela della sicurezza difficilmente riusciranno ad essere attuate dalle società che si barcamenano tra mille difficoltà ed in molti casi si basano su un lavoro volontario o quasi.

Le conseguenze sociali sarebbero catastrofiche. Le conseguenze sulla salute dei ragazzi sarebbero davvero serie.

Eppure, una strada per tentare di evitare il disastro c’è. Il primo punto, ovviamente, è la stesura di protocolli sanitari ad hoc per queste piccole realtà. La seconda osservazione è di gestione e prospettiva, riguarda il modello sul quale ricostruire il sistema, ovvero quello di un azionariato popolare e diffuso. L’unico modello attualmente sostenibile che consentirebbe, da una parte, di ridare maggiore stabilità alle Asd, dall’altra, di unire come un collante l’attività sportiva e la comunità. In una parola: coesione sociale. Uno sport che può e deve tornare ad essere popolare, uno sport che deve essere permesso a tutti, uno sport che non può essere un lusso per pochi circoli.  Difficilmente ci saranno mecenati, grandi o piccoli, pronti a sobbarcarsi le spese delle piccole società, difficilmente le spese saranno sostenute dai Comuni, certamente, però, potrebbero essere sostenute dall’intera comunità.

L’azionariato popolare all’estero.

Se guardiamo all’Europa, questo modello è normato e normalmente utilizzato, anche dalle società professionistiche. Per rendere più chiaro il concetto facciamo alcuni esempi “celebri”. Il più eclatante è certamente il Barcelona, il club simbolo dell’identità catalana, è posseduto da 170.000 soci. In Bundesliga, la serie A tedesca di calcio, i tifosi detengono, democraticamente strutturati, il 51% dei club. In Inghilterra si stanno sviluppando sempre di più i “Supporter Trust”: organizzazione in associazioni o cooperative di tifosi, che hanno, fra gli scopi sociali, quello di acquisire delle quote societarie del club di riferimento.

La situazione in Italia

Come spesso accade, la realtà è già più avanti della politica. Dopo il fallimento della società, in molti casi è avvenuto che intere città si mobilitassero per salvare il club, Ancona, Palermo e Taranto, solo per citarne alcune.  Degna di nota è sicuramente la vicenda de “Il Centro Storico Lebowski che centra in pieno lo spirito di questa proposta. Da un’intervista su un sito web locale si può leggere:

“Possiamo dire che grazie allo strumento cooperativo adesso il Lebowski è davvero una proprietà collettiva dei suoi tifosi, indifferente a ogni tentativo di scalata, di accentramento, a ogni invadenza del mercato”. “La nostra idea – proseguono – è che un Club debba rappresentare un territorio, una comunità, e vivere del coinvolgimento del territorio stesso. Di regola, un club dovrebbe investire nel suo progetto sportivo non un euro in più di quanto la mobilitazione del territorio a suo sostegno gli permette. Se in tanti danno poco, il club ha un futuro garantito e una base solida su cui programmare”. “Perché questo avvenga – rilanciano – è necessario che il Club si dimostri un punto di riferimento simbolico e materiale per la comunità. Quello che non fanno più nel professionismo e, purtroppo, sempre meno anche tra i dilettanti. Un Club deve occuparsi di educazione, di solidarietà, di lavoro, di aggregazione, della salute, di arte, di musica, di poesia; deve essere consapevole di avere le risorse per occuparsi dei temi che sono maggiormente sentiti dalla popolazione. Questo è quello che cerchiamo di fare con il Centro Storico Lebowski”.

Un altro esempio degno di nota è quello delle palestre popolari: la più famosa si trova a Roma, è la storica palestra popolare di San Lorenzo, ed è raccontata splendidamente qui.

Cosa è che manca allora in Italia? Una legge chiara e semplice che vada a definire un unico soggetto giuridico attraverso il quale realizzare l’azionariato popolare, magari incentivando con sgravi fiscali le donazioni elargite per sostenere lo sport popolare. La definizione di un partenariato pubblico (Enti Locali) – Privato (Impresa) – Comunità (Popolo), sarebbe preziosa come acqua nel deserto.

Questo tipo di modello, of course, sarebbe auspicabile anche nei club professionistici, ma quella, “è un’altra storia” e magari ci tornerò.

Quello che mi interessa, adesso, ed è una vera urgenza sociale è salvare questo mondo fatto di uomini e donne, di ricordi, di polvere e di fango, di sudore, di anima popolare, di felicità e di passione vera. Di salvarlo e di migliorarlo. Molte volte questi argomenti escono completamenti dai ragionamenti politici, vengono snobbati, eppure basterebbe guardarsi intorno una domenica qualsiasi per capire cosa rappresenta questo mondo e quanto è importante per una fetta enorme del Paese.

Umberto Zimarri, Ufficio di Presidenza Green Italia

23 maggio

23 maggio 1992

Della retorica non abbiamo bisogno. Di ragionamenti sì, sempre ed in particolare il 23 maggio. Se tanto si conosce sulla strage, poco si conosce sul prima e sul dopo. Sul prima è evidente che ancora non si conoscono quelle “menti raffinatissime” etichettate così dallo stesso giudice successivamente all’attentato all’Addaura, sul dopo e su come sia cambiato quel mondo mafioso, escludendo i sensazionalismi, si parla troppo poco. Fu Giovani Falcone, il primo ad intuire che la mafia non era una somma di fenomeni locali, ma un fenomeno estremamente complesso, convergenza di tanti fattori politici, culturali, e sociali e per sconfiggere questa piaga, dunque, l’azione deve essere svolta a 360 gradi su queste tematiche. La cronaca di questi giorni ci racconta di cosche attivissime nel cercare di rilevare imprese sane in difficoltà, di farsi stato parallelo ed arrivare prima delle istituzioni.

Giovanni Falcone in vita ha perso sempre, oggi certa stampa non si sarebbe fatta troppi scrupoli nel definirlo “perdente”. Ma è proprio in quella piega che si trova l’essenza principale del suo messaggio: fare il proprio lavoro, farlo sempre con dignità. Convivere con la paura, ma non piegarsi ad essa. Impegnarsi totalmente per dare liberta ad una terra e ad una nazione ma vivere da prigioniero, da morto che cammina dicevano i mafiosi e non solo. Dopo la sua più grande vittoria, quella del maxi processo a Palermo gli edili issavano cartelli: Viva Ciancimino, viva la mafia. Al giornale di Sicilia arrivavano lettere da cittadini che non potevano riposare per le sirene assordanti della scorta del giudice. Fateli vivere tutti isolati a noi questa guerra non interessa, vogliamo la tranquillità.

E’ nella quotidianità che possiamo dare un senso a quei sacrifici, con le scelte. Le scelte di comprare o meno quella casa, di comprare o meno quel prodotto, di andare o meno in quel ristorante, di votare o no quel politico.

Grazie Giovanni, Grazie Francesca, Grazie Vito, Grazie Rocco, Grazie Antonio

Cdp e Ics: le opportunità per gli enti locali

Rinegoziazione mutui per gli enti locali: più ossigeno per il nostro Comune! Cassa Depositi Prestiti e l’Istituto per il Credito Sportivo offrono, rispettivamente, la possibilità di rinegoziare e sospendere i finanziamenti concessi agli Enti Locali.

Rinegoziazione mutui per l’anno 2020 dei prestiti concessi agli Enti Locali dalla CDP

Tra le misure messe in campo dal Governo per fronteggiare la crisi del Covid19 c’è la possibilità per gli Enti Locali di rinegoziare per l’anno 2020 i prestiti concessi dalla Cassa Depositi e Prestiti. Tale operazione, che è entrata in vigore lo scorso 6 maggio ed avrà un periodo di adesione fino al 27 maggio, permette a circa 7200 enti locali di accedere a risorse fino a 1,4 miliardi di euro e di sfruttarle direttamente per il territorio.

In particolare, la circolare n.1300 di Casse depositi e prestiti del 23 aprile 2020 (https://cdp.it/resources/cms/documents/Circolare-CDP_n.1300-2020_Rinegoziazione-enti-locali.pdf) specifica quali prestiti potranno essere rinegoziati, connotati dalle seguenti caratteristiche:

  • prestiti ordinari, a tasso fisso o variabile, e flessibili; 
  • oneri di ammortamento interamente a carico dell’Ente beneficiario; 
  • in ammortamento al 1° gennaio 2020, con debito residuo a tale data pari o superiore ad euro 10.000,00, e scadenza successiva al 31 dicembre 2020.

Come si può aderire a tale rinegoziazione? In modo molto semplice l’istituto, tramite il proprio sito web, mette a disposizione l’elenco dei Prestiti Originari e rende note le condizioni applicate alla rinegoziazione. Dunque, attraverso un’apposita sezione sul sito internet di CDP, ciascun ente locale potrà seguire step by step la procedura di adesione articolata in tre fasi:

  1. Scelta delle condizioni
  2. Domanda di adesione
  3. Perfezionamento del contratto

In dettaglio, la documentazione da presentare dovrà comprendere:

  • la proposta contrattuale irrevocabile di rinegoziazione; 
  • la determinazione a contrattare; 
  • il modulo per l’attestazione dei poteri di firma del sottoscrittore del contratto; 
  • il consenso al trattamento dei dati personali ed informativa privacy; 
  • le delegazioni di pagamento in originale. 

La documentazione, comprendente gli originali cartacei delle delegazioni di pagamento relative a ciascun prestito negoziato, deve essere inviata a CDP entro e non oltre il 3 giugno 2020.

Per maggiori informazioni: https://cdp.it/sitointernet/it/rinegoziazione_mutui.page

Sospensione finanziamenti ICS

Anche l’Istituto per il Credito Sportivo ha previsto un piano per sospendere i finanziamenti concessi agli Enti Locali, in particolare <<L’Istituto ha aderito all’accordo ABI, ANCI e UPI e procederà quindi alla sospensione per un anno della quota capitale delle rate dei finanziamenti in scadenza fino al 31 dicembre 2020 su esplicita richiesta di Comuni, Province ed altri Enti Locali, come definiti dall’art. 2 del D.lgs. 267/2000.>>

Come si legge dal sito dell’ICS per poter beneficiare della sospensione, i finanziamenti devono avere le seguenti caratteristiche:

  • Stipulati secondo la forma tecnica del mutuo;
  • Essere intestati agli Enti Locali con oneri di rimborso interamente a proprio carico;
  • Il soggetto debitore e il soggetto beneficiario devono essere coincidenti;
  • Non devono essere stati concessi in base a leggi speciali;
  • Devono essere in corso di ammortamento;
  • Non devono presentare rate scadute e non pagate da oltre 90 giorni al momento di presentazione della domanda;
  • La durata complessiva, a seguito della sospensione, non deve eccedere i 30 anni.

Come si può aderire? Il processo è diviso essenzialmente in due fasi: la prima prevede la semplice compilazione, entro il 20 maggio, del modulo online messo a disposizione da ICS (https://www.creditosportivo.it/covid19/sospensioneratecovid/sospensionerateentilocali_covid19.html) e, se non risultano incongruenze, si procede con la seconda fase, da adempiere entro il 26 maggio, che comprende i seguenti allegati:

  1. La domanda di sospensione predisposta con i dati da te immessi nel modulo (da firmare digitalmente)
  2. La determinazione del responsabile del procedimento di spesa (da compilare e firmare digitalmente – una unica anche per già di un finanziamento)
  3. La certificazione dei responsabili dei servizi (da compilare e firmare digitalmente – una unica anche per già di un finanziamento)
  4. La delega di pagamento (una per ciascun finanziamento) sulle entrate afferenti ai primi tre titoli di bilancio esente da imposte e tasse ai sensi dell’art. 15 DEL D.P.R. 29/9/1973 N. 601

Approfondimento a Cura di Francesco Rampini

Falsa ri(partenza)

Falsa (ri)partenza: E no, non ne siamo usciti affatto né migliori, né più più buoni, ma in realtà non è che ci avessi sperato poi molto in questa retorica da libro cuore.

L’incendio alla Adler di Ottaviano, gli sversamenti illegali a Castel Volturno (a proposito i droni che utilizzavamo per scovare la gente sulla spiaggia si possono utilizzare anche per questo), le mascherine gettate per strada come coriandoli, l’odio che riemerge con tutta la sua violenza verbale ed il web torna ad essere una fogna a cielo aperto.

4 notizie di cronaca che rappresentano delle chiare ed evidenti necessità politiche: sicurezza sul lavoro a 360 °, dal Covid in poi. Sì perché banalmente i dati Inail evidenziano 37.352 contagi sul posto di lavoro. La sacrosanta esigenza di ripartire deve andare di pari passo con la sacrosanta esigenza di tutelare la vita di chi va a lavorare. Si lavora per vivere e non si lavora per morire.

Tutto quello che riguarda la green economy rischia di essere travolto dalla banalità della politica dei due tempi: è sacrosanto quello che dici, ma non possiamo farlo adesso. Peccato che il secondo tempo di questa partita non arriva mai. Adesso, però, la raccolta differenziata langue, non si sa come affrontare il rebus mascherine e ci sono enormi pressioni per eliminare la plastic tax. Il rischio fin troppo evidente è che tutte queste tematiche tornino ad essere di nicchia, roba per chi sta bene, non considerando il fatto che un nuovo modello di sviluppo non è una scelta, ma un dovere se vogliamo continuare ad abitare questo pianeta.  Le polemiche sul riscatto di Silvia Romano, oltre ad aver abbassato di molto il livello di speranza sul futuro di questo paese, mi hanno spinto a ricordare una cosa molto semplice: sapete quante armi l’Italia ogni anno vende ai regimi vicini ai movimenti jihadisti?

Buon 1 maggio, coraggio!

Buon 1 maggio

E così, in questo tempo che sembra sospeso ma sospeso non è, è arrivato anche il 1 maggio.

Ci avete fatto caso che in questa crisi i lavoratori definiti essenziali sono quelli che vengono più bistrattati e sottopagati? I rider, che dipendono da un algoritmo, i braccianti agricoli (ora qualcuno si è accorto del caporalato, ma buongiorno), i lavoratori della grande distribuzione, le piccole partite iva…

Se qualcuno prova a dire così non va, ti si risponde: guarda a chi sta peggio di te? Molti un lavoro non ce l’hanno e voi vi lamentate? La scala allora, scende per tutti verso il basso. In una spirale infernale.

Con questa crisi tanti precari che provavano a vedere un minimo spiraglio di normalità, sono rimpiombati nel buio dell’incertezza. Tanti giovani, anche laureati, che non avevano un lavoro rischiano ancor di più di restare fuori, per sempre, dal mercato del lavoro. Un lavoro frammentato, diviso che rispecchia la società atomistica costruita negli ultimi 30 anni. Al camminare tutti insieme, culturalmente si è contrapposto, ed ha vinto, l’uomo solo al comando: privatamente, politicamente e socialmente.

Se per caso alziamo lo sguardo verso i dati riguardanti i morti sul lavoro, il quadro diventa drammatico. Nell’indifferenza pressoché totale sono deceduti sul posto di lavoro dal primo gennaio 2020, 153 lavoratori, ai quali vanno aggiunti 344 lavoratori morti a causa del coronavirus.

Insomma non per essere catastrofista, sintetizzando: tanti non hanno un lavoro, molti che lavorano 8-10 ore al giorno riescono a malapena a sopravvivere, i morti sul lavoro non si contano più.  

Un pensiero infine alle vittime  di Portella della Ginestra, la  prima strage di Mafia e di Stato in Italia era il primo maggio 1947

La regola è sempre la stessa: senza giustizia sociale non c’è democrazia. Senza un lavoro dignitoso, per tutte/i, non c’è giustizia sociale.

Buon 1 maggio, coraggio! Ne abbiamo bisogno.

Buon 25 Aprile

25 Aprile, il Natale della democrazia per un Paese intero. Suona diversa questa data in questo 2020 forse perché abbiamo vissuto anche noi per la prima volta una reale privazione della libertà. Abbiamo capito cosa significa non poter fare quello che si desidera. Questo virus ha colpito principalmente i testimoni diretti di quel drammatico periodo storico per questo cresce ancor di più la responsabilità collettiva di ogni cittadino italiano nella cosidetta “Memoria attiva”: ricordare non per retorica ma per difendere e trasmettere.  La memoria non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco.

Ha un sapore diverso questo 25 aprile: abbiamo riscoperto l’importanza del pubblico, del sociale e della socialità. Sentirete tanti parlare di libertà, in varie salse, pochi parlare di liberazione. A chi dice che è un giorno divisivo possiamo ricordare semplicemente che divide chi crede nell’Italia Repubblicana da chi sostiene un regime antidemocratico. Abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera, ricordava perfettamente Foa. Provate a dire ad un francese che il 14 luglio sia retorico, vedete cosa vi risponderà.  

Cosa significa oggi il 25 aprile: significa essere senza se e senza ma contro gli Orban, i Trump e i Bolsonaro, significa credere in uno sviluppo diverso e realmente sostenibile, significa pretendere per tutti un lavoro dignitoso e pretendere che nessuno muoia sul posto di lavoro, significa credere nella solidarietà tra popoli. Significa essere umani, Significa lottare per un mondo più giusto. Significa percorrere i sentieri tracciati con chiarezza dalla Costituzione italiana. Significa sognare un mondo migliore per noi e per chi verrà dopo di noi. Come ci hanno insegnato tanti anni fa, lassù in montagna.

Buon 25 Aprile