Un modello popolare per salvare lo sport di base e dilettantistico

Chi vive in Provincia, in un piccolo centro o in un borgo, che piaccia o non piaccia, sa che difficilmente si esula da tre punti cardinali: la piazza, la chiesa, per chi crede, ma soprattutto il campo sportivo. Quest’ultimo non è solamente il luogo dove si fa sport, che già non sarebbe poco, ma è il luogo principale dell’aggregazione sociale. Dove cresci, fa esperienze, ti confronti e a volte ti scontri. Questo triangolo in pratica sostituisce i 4 consueti punti cardinali nella crescita di ogni abitante di quel luogo. Così, vale anche nelle periferie delle grandi città nelle quali, in molti casi, le società sportive diventano praticamente l’unico servizio di welfare esistente, nel dopo scuola.

Senza girarci intorno, una delle tante conseguenze del Covid 19 è il rischio concreto della distruzione di questo tessuto dilettantistico e di base. La stagione attuale è, ovviamente, chiusa ma stando così le cose anche la prossima è forte rischio. Le giuste e doverose norme a tutela della sicurezza difficilmente riusciranno ad essere attuate dalle società che si barcamenano tra mille difficoltà ed in molti casi si basano su un lavoro volontario o quasi.

Le conseguenze sociali sarebbero catastrofiche. Le conseguenze sulla salute dei ragazzi sarebbero davvero serie.

Eppure, una strada per tentare di evitare il disastro c’è. Il primo punto, ovviamente, è la stesura di protocolli sanitari ad hoc per queste piccole realtà. La seconda osservazione è di gestione e prospettiva, riguarda il modello sul quale ricostruire il sistema, ovvero quello di un azionariato popolare e diffuso. L’unico modello attualmente sostenibile che consentirebbe, da una parte, di ridare maggiore stabilità alle Asd, dall’altra, di unire come un collante l’attività sportiva e la comunità. In una parola: coesione sociale. Uno sport che può e deve tornare ad essere popolare, uno sport che deve essere permesso a tutti, uno sport che non può essere un lusso per pochi circoli.  Difficilmente ci saranno mecenati, grandi o piccoli, pronti a sobbarcarsi le spese delle piccole società, difficilmente le spese saranno sostenute dai Comuni, certamente, però, potrebbero essere sostenute dall’intera comunità.

L’azionariato popolare all’estero.

Se guardiamo all’Europa, questo modello è normato e normalmente utilizzato, anche dalle società professionistiche. Per rendere più chiaro il concetto facciamo alcuni esempi “celebri”. Il più eclatante è certamente il Barcelona, il club simbolo dell’identità catalana, è posseduto da 170.000 soci. In Bundesliga, la serie A tedesca di calcio, i tifosi detengono, democraticamente strutturati, il 51% dei club. In Inghilterra si stanno sviluppando sempre di più i “Supporter Trust”: organizzazione in associazioni o cooperative di tifosi, che hanno, fra gli scopi sociali, quello di acquisire delle quote societarie del club di riferimento.

La situazione in Italia

Come spesso accade, la realtà è già più avanti della politica. Dopo il fallimento della società, in molti casi è avvenuto che intere città si mobilitassero per salvare il club, Ancona, Palermo e Taranto, solo per citarne alcune.  Degna di nota è sicuramente la vicenda de “Il Centro Storico Lebowski che centra in pieno lo spirito di questa proposta. Da un’intervista su un sito web locale si può leggere:

“Possiamo dire che grazie allo strumento cooperativo adesso il Lebowski è davvero una proprietà collettiva dei suoi tifosi, indifferente a ogni tentativo di scalata, di accentramento, a ogni invadenza del mercato”. “La nostra idea – proseguono – è che un Club debba rappresentare un territorio, una comunità, e vivere del coinvolgimento del territorio stesso. Di regola, un club dovrebbe investire nel suo progetto sportivo non un euro in più di quanto la mobilitazione del territorio a suo sostegno gli permette. Se in tanti danno poco, il club ha un futuro garantito e una base solida su cui programmare”. “Perché questo avvenga – rilanciano – è necessario che il Club si dimostri un punto di riferimento simbolico e materiale per la comunità. Quello che non fanno più nel professionismo e, purtroppo, sempre meno anche tra i dilettanti. Un Club deve occuparsi di educazione, di solidarietà, di lavoro, di aggregazione, della salute, di arte, di musica, di poesia; deve essere consapevole di avere le risorse per occuparsi dei temi che sono maggiormente sentiti dalla popolazione. Questo è quello che cerchiamo di fare con il Centro Storico Lebowski”.

Un altro esempio degno di nota è quello delle palestre popolari: la più famosa si trova a Roma, è la storica palestra popolare di San Lorenzo, ed è raccontata splendidamente qui.

Cosa è che manca allora in Italia? Una legge chiara e semplice che vada a definire un unico soggetto giuridico attraverso il quale realizzare l’azionariato popolare, magari incentivando con sgravi fiscali le donazioni elargite per sostenere lo sport popolare. La definizione di un partenariato pubblico (Enti Locali) – Privato (Impresa) – Comunità (Popolo), sarebbe preziosa come acqua nel deserto.

Questo tipo di modello, of course, sarebbe auspicabile anche nei club professionistici, ma quella, “è un’altra storia” e magari ci tornerò.

Quello che mi interessa, adesso, ed è una vera urgenza sociale è salvare questo mondo fatto di uomini e donne, di ricordi, di polvere e di fango, di sudore, di anima popolare, di felicità e di passione vera. Di salvarlo e di migliorarlo. Molte volte questi argomenti escono completamenti dai ragionamenti politici, vengono snobbati, eppure basterebbe guardarsi intorno una domenica qualsiasi per capire cosa rappresenta questo mondo e quanto è importante per una fetta enorme del Paese.

Umberto Zimarri, Ufficio di Presidenza Green Italia

23 maggio

23 maggio 1992

Della retorica non abbiamo bisogno. Di ragionamenti sì, sempre ed in particolare il 23 maggio. Se tanto si conosce sulla strage, poco si conosce sul prima e sul dopo. Sul prima è evidente che ancora non si conoscono quelle “menti raffinatissime” etichettate così dallo stesso giudice successivamente all’attentato all’Addaura, sul dopo e su come sia cambiato quel mondo mafioso, escludendo i sensazionalismi, si parla troppo poco. Fu Giovani Falcone, il primo ad intuire che la mafia non era una somma di fenomeni locali, ma un fenomeno estremamente complesso, convergenza di tanti fattori politici, culturali, e sociali e per sconfiggere questa piaga, dunque, l’azione deve essere svolta a 360 gradi su queste tematiche. La cronaca di questi giorni ci racconta di cosche attivissime nel cercare di rilevare imprese sane in difficoltà, di farsi stato parallelo ed arrivare prima delle istituzioni.

Giovanni Falcone in vita ha perso sempre, oggi certa stampa non si sarebbe fatta troppi scrupoli nel definirlo “perdente”. Ma è proprio in quella piega che si trova l’essenza principale del suo messaggio: fare il proprio lavoro, farlo sempre con dignità. Convivere con la paura, ma non piegarsi ad essa. Impegnarsi totalmente per dare liberta ad una terra e ad una nazione ma vivere da prigioniero, da morto che cammina dicevano i mafiosi e non solo. Dopo la sua più grande vittoria, quella del maxi processo a Palermo gli edili issavano cartelli: Viva Ciancimino, viva la mafia. Al giornale di Sicilia arrivavano lettere da cittadini che non potevano riposare per le sirene assordanti della scorta del giudice. Fateli vivere tutti isolati a noi questa guerra non interessa, vogliamo la tranquillità.

E’ nella quotidianità che possiamo dare un senso a quei sacrifici, con le scelte. Le scelte di comprare o meno quella casa, di comprare o meno quel prodotto, di andare o meno in quel ristorante, di votare o no quel politico.

Grazie Giovanni, Grazie Francesca, Grazie Vito, Grazie Rocco, Grazie Antonio

Cdp e Ics: le opportunità per gli enti locali

Rinegoziazione mutui per gli enti locali: più ossigeno per il nostro Comune! Cassa Depositi Prestiti e l’Istituto per il Credito Sportivo offrono, rispettivamente, la possibilità di rinegoziare e sospendere i finanziamenti concessi agli Enti Locali.

Rinegoziazione mutui per l’anno 2020 dei prestiti concessi agli Enti Locali dalla CDP

Tra le misure messe in campo dal Governo per fronteggiare la crisi del Covid19 c’è la possibilità per gli Enti Locali di rinegoziare per l’anno 2020 i prestiti concessi dalla Cassa Depositi e Prestiti. Tale operazione, che è entrata in vigore lo scorso 6 maggio ed avrà un periodo di adesione fino al 27 maggio, permette a circa 7200 enti locali di accedere a risorse fino a 1,4 miliardi di euro e di sfruttarle direttamente per il territorio.

In particolare, la circolare n.1300 di Casse depositi e prestiti del 23 aprile 2020 (https://cdp.it/resources/cms/documents/Circolare-CDP_n.1300-2020_Rinegoziazione-enti-locali.pdf) specifica quali prestiti potranno essere rinegoziati, connotati dalle seguenti caratteristiche:

  • prestiti ordinari, a tasso fisso o variabile, e flessibili; 
  • oneri di ammortamento interamente a carico dell’Ente beneficiario; 
  • in ammortamento al 1° gennaio 2020, con debito residuo a tale data pari o superiore ad euro 10.000,00, e scadenza successiva al 31 dicembre 2020.

Come si può aderire a tale rinegoziazione? In modo molto semplice l’istituto, tramite il proprio sito web, mette a disposizione l’elenco dei Prestiti Originari e rende note le condizioni applicate alla rinegoziazione. Dunque, attraverso un’apposita sezione sul sito internet di CDP, ciascun ente locale potrà seguire step by step la procedura di adesione articolata in tre fasi:

  1. Scelta delle condizioni
  2. Domanda di adesione
  3. Perfezionamento del contratto

In dettaglio, la documentazione da presentare dovrà comprendere:

  • la proposta contrattuale irrevocabile di rinegoziazione; 
  • la determinazione a contrattare; 
  • il modulo per l’attestazione dei poteri di firma del sottoscrittore del contratto; 
  • il consenso al trattamento dei dati personali ed informativa privacy; 
  • le delegazioni di pagamento in originale. 

La documentazione, comprendente gli originali cartacei delle delegazioni di pagamento relative a ciascun prestito negoziato, deve essere inviata a CDP entro e non oltre il 3 giugno 2020.

Per maggiori informazioni: https://cdp.it/sitointernet/it/rinegoziazione_mutui.page

Sospensione finanziamenti ICS

Anche l’Istituto per il Credito Sportivo ha previsto un piano per sospendere i finanziamenti concessi agli Enti Locali, in particolare <<L’Istituto ha aderito all’accordo ABI, ANCI e UPI e procederà quindi alla sospensione per un anno della quota capitale delle rate dei finanziamenti in scadenza fino al 31 dicembre 2020 su esplicita richiesta di Comuni, Province ed altri Enti Locali, come definiti dall’art. 2 del D.lgs. 267/2000.>>

Come si legge dal sito dell’ICS per poter beneficiare della sospensione, i finanziamenti devono avere le seguenti caratteristiche:

  • Stipulati secondo la forma tecnica del mutuo;
  • Essere intestati agli Enti Locali con oneri di rimborso interamente a proprio carico;
  • Il soggetto debitore e il soggetto beneficiario devono essere coincidenti;
  • Non devono essere stati concessi in base a leggi speciali;
  • Devono essere in corso di ammortamento;
  • Non devono presentare rate scadute e non pagate da oltre 90 giorni al momento di presentazione della domanda;
  • La durata complessiva, a seguito della sospensione, non deve eccedere i 30 anni.

Come si può aderire? Il processo è diviso essenzialmente in due fasi: la prima prevede la semplice compilazione, entro il 20 maggio, del modulo online messo a disposizione da ICS (https://www.creditosportivo.it/covid19/sospensioneratecovid/sospensionerateentilocali_covid19.html) e, se non risultano incongruenze, si procede con la seconda fase, da adempiere entro il 26 maggio, che comprende i seguenti allegati:

  1. La domanda di sospensione predisposta con i dati da te immessi nel modulo (da firmare digitalmente)
  2. La determinazione del responsabile del procedimento di spesa (da compilare e firmare digitalmente – una unica anche per già di un finanziamento)
  3. La certificazione dei responsabili dei servizi (da compilare e firmare digitalmente – una unica anche per già di un finanziamento)
  4. La delega di pagamento (una per ciascun finanziamento) sulle entrate afferenti ai primi tre titoli di bilancio esente da imposte e tasse ai sensi dell’art. 15 DEL D.P.R. 29/9/1973 N. 601

Approfondimento a Cura di Francesco Rampini

Falsa ri(partenza)

Falsa (ri)partenza: E no, non ne siamo usciti affatto né migliori, né più più buoni, ma in realtà non è che ci avessi sperato poi molto in questa retorica da libro cuore.

L’incendio alla Adler di Ottaviano, gli sversamenti illegali a Castel Volturno (a proposito i droni che utilizzavamo per scovare la gente sulla spiaggia si possono utilizzare anche per questo), le mascherine gettate per strada come coriandoli, l’odio che riemerge con tutta la sua violenza verbale ed il web torna ad essere una fogna a cielo aperto.

4 notizie di cronaca che rappresentano delle chiare ed evidenti necessità politiche: sicurezza sul lavoro a 360 °, dal Covid in poi. Sì perché banalmente i dati Inail evidenziano 37.352 contagi sul posto di lavoro. La sacrosanta esigenza di ripartire deve andare di pari passo con la sacrosanta esigenza di tutelare la vita di chi va a lavorare. Si lavora per vivere e non si lavora per morire.

Tutto quello che riguarda la green economy rischia di essere travolto dalla banalità della politica dei due tempi: è sacrosanto quello che dici, ma non possiamo farlo adesso. Peccato che il secondo tempo di questa partita non arriva mai. Adesso, però, la raccolta differenziata langue, non si sa come affrontare il rebus mascherine e ci sono enormi pressioni per eliminare la plastic tax. Il rischio fin troppo evidente è che tutte queste tematiche tornino ad essere di nicchia, roba per chi sta bene, non considerando il fatto che un nuovo modello di sviluppo non è una scelta, ma un dovere se vogliamo continuare ad abitare questo pianeta.  Le polemiche sul riscatto di Silvia Romano, oltre ad aver abbassato di molto il livello di speranza sul futuro di questo paese, mi hanno spinto a ricordare una cosa molto semplice: sapete quante armi l’Italia ogni anno vende ai regimi vicini ai movimenti jihadisti?

Buon 1 maggio, coraggio!

Buon 1 maggio

E così, in questo tempo che sembra sospeso ma sospeso non è, è arrivato anche il 1 maggio.

Ci avete fatto caso che in questa crisi i lavoratori definiti essenziali sono quelli che vengono più bistrattati e sottopagati? I rider, che dipendono da un algoritmo, i braccianti agricoli (ora qualcuno si è accorto del caporalato, ma buongiorno), i lavoratori della grande distribuzione, le piccole partite iva…

Se qualcuno prova a dire così non va, ti si risponde: guarda a chi sta peggio di te? Molti un lavoro non ce l’hanno e voi vi lamentate? La scala allora, scende per tutti verso il basso. In una spirale infernale.

Con questa crisi tanti precari che provavano a vedere un minimo spiraglio di normalità, sono rimpiombati nel buio dell’incertezza. Tanti giovani, anche laureati, che non avevano un lavoro rischiano ancor di più di restare fuori, per sempre, dal mercato del lavoro. Un lavoro frammentato, diviso che rispecchia la società atomistica costruita negli ultimi 30 anni. Al camminare tutti insieme, culturalmente si è contrapposto, ed ha vinto, l’uomo solo al comando: privatamente, politicamente e socialmente.

Se per caso alziamo lo sguardo verso i dati riguardanti i morti sul lavoro, il quadro diventa drammatico. Nell’indifferenza pressoché totale sono deceduti sul posto di lavoro dal primo gennaio 2020, 153 lavoratori, ai quali vanno aggiunti 344 lavoratori morti a causa del coronavirus.

Insomma non per essere catastrofista, sintetizzando: tanti non hanno un lavoro, molti che lavorano 8-10 ore al giorno riescono a malapena a sopravvivere, i morti sul lavoro non si contano più.  

Un pensiero infine alle vittime  di Portella della Ginestra, la  prima strage di Mafia e di Stato in Italia era il primo maggio 1947

La regola è sempre la stessa: senza giustizia sociale non c’è democrazia. Senza un lavoro dignitoso, per tutte/i, non c’è giustizia sociale.

Buon 1 maggio, coraggio! Ne abbiamo bisogno.

Buon 25 Aprile

25 Aprile, il Natale della democrazia per un Paese intero. Suona diversa questa data in questo 2020 forse perché abbiamo vissuto anche noi per la prima volta una reale privazione della libertà. Abbiamo capito cosa significa non poter fare quello che si desidera. Questo virus ha colpito principalmente i testimoni diretti di quel drammatico periodo storico per questo cresce ancor di più la responsabilità collettiva di ogni cittadino italiano nella cosidetta “Memoria attiva”: ricordare non per retorica ma per difendere e trasmettere.  La memoria non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco.

Ha un sapore diverso questo 25 aprile: abbiamo riscoperto l’importanza del pubblico, del sociale e della socialità. Sentirete tanti parlare di libertà, in varie salse, pochi parlare di liberazione. A chi dice che è un giorno divisivo possiamo ricordare semplicemente che divide chi crede nell’Italia Repubblicana da chi sostiene un regime antidemocratico. Abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera, ricordava perfettamente Foa. Provate a dire ad un francese che il 14 luglio sia retorico, vedete cosa vi risponderà.  

Cosa significa oggi il 25 aprile: significa essere senza se e senza ma contro gli Orban, i Trump e i Bolsonaro, significa credere in uno sviluppo diverso e realmente sostenibile, significa pretendere per tutti un lavoro dignitoso e pretendere che nessuno muoia sul posto di lavoro, significa credere nella solidarietà tra popoli. Significa essere umani, Significa lottare per un mondo più giusto. Significa percorrere i sentieri tracciati con chiarezza dalla Costituzione italiana. Significa sognare un mondo migliore per noi e per chi verrà dopo di noi. Come ci hanno insegnato tanti anni fa, lassù in montagna.

Buon 25 Aprile

Discarica di Roccasecca: L’economia circolare con il culo degli altri

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Non si può che partire dalla celeberrima frase di George Orwell per raccontare l’ennesimo scempio che le istituzioni hanno compiuto alla bassa Ciociaria e all’Alta terra di Lavoro. Ieri, La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha deliberato la revoca della sua stessa decisione presa il 7 marzo 2019: la montagna di immondizia continuerà a crescere, fino al 31/12/2020 fino a toccare la vetta di 16 metri. La motivazione, tra le righe, è sempre la stessa o questo sito o c’è l’emergenza. Emergenza che dura da quando io frequentavo le scuole medie. Motivazione tra l’altro palesemente falsa in quanto sono disponibili delle volumetrie in altre discariche pubbliche della Regione.  

Non si tratta di seguire la logica non nel mio giardino, semplicemente ci si aspetterebbe dalle Istituzioni che rappresentano anche i cittadini dei paesi limitrofi gli impianti il rispetto dei diritti costituzionali. In particolare dell’articolo 3, quello che ci ricorda che tutti i cittadini sono uguali. Ancora una volta la volontà politica si è piegata alla legge del più forte e al potere economico. Non conta nulla la relazione dell’Ispra che evidenzia ripetuti superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione, non conta nulla la delibera successiva della Provincia di Frosinone, non conta nulla il parere negativo del Ministero dei Beni Culturali, non contano nulla due interrogazioni parlamentari nel giro di pochi mesi presentate da Rossella Muroni al  Ministro Costa, alle quali ovviamente non c’è stata nessuna risposta

Alex Langer sosteneva che la conversione ecologica potrà affermarsi solo quando apparirà socialmente desiderabile: qui nel basso Lazio è diventata una necessità inderogabile per la salute pubblica e del territorio, peccato che chi ci governa la ritenga solamente uno slogan buono per riempire le prima pagine dei giornali. E’ facile dire economia circolare con il culo degli altri.

2 minuti – Luis Sepulveda: sogni, resistenza e lentezza

Per una legge fantastica della vita la gente che è stata fottuta s’incontra, ha scritto in uno dei suoi racconti Luis Sepulveda. Lui che da sempre si è definito il narratore degli ultimi, di quelli che si trovano nella parte sbagliata della medaglia, se ne è andato insieme a tanti di loro a causa di questo maledettissimo corona virus.

Cosa ci lascia? Tanto, tantissimo, troppo. In questo podcast lo riassumerò in tre grandi parole: sogni, resistenza e lentezza.

Sepulveda ci ha ricordato, e coniugare questo verbo al passato fa male come un pugno allo stomaco, quanto sia fondamentale per l’uomo sognare. Sognare che si traduce nell’avere una visione, nel perseguire una strada, nel credere in quello che si è ed in quello che si dice, ma soprattutto ci insegna che sognare ci rende migliori.

Vi è poi la resistenza, la resistenza alle storture della vita, la resistenza degli umili che senza grandi genti ci ricordano che è possibile vivere in piedi, la resistenza che ti permette di gustare la libertà.

La terza parola è lentezza. L’aveva capito, da attento ambientalista, che questo mondo viaggiava ad una folle velocità e prima o poi sarebbe andato a sbattere. L’aveva capito che questo sistema di vita era insostenibile per l’uomo, per la sua mente e per l’ambiente e per questo in maniera anticiclica predicava lentezza. Faccio un passo alla volta per capire dov’è che stiamo andando.

In questi giorni, in cui la natura ci ha dimostrato che non siamo padroni ma ospiti sulla terra, ci sentiamo davvero più soli e più tristi senza un maestro capace di illuminarci il cammino. Buon Viaggio Luis

2 minuti: il Mio Podcast

E così, ho deciso di creare un mini podcast: 2 minuti

2 minuti possono pure sembrare pochi, ma ne possono succedere di cose in 2 minuti. 2 minuti sono il tempo di un caffè, sono il tempo di una telefonata, sono stati pure il tempo per ribaltare una Champions League. 2 minuti è il mio podcast: in 120 secondi, così mi alleno ad essere sintetico come richiedono i miei amici, proverò a riflettere su fatti che hanno catturato la mia attenzione. Dall’oggi per costruire il domani.

Untori, sceriffi e la legge di Pareto per il mondo che verrà

Ascolta “2 minuti” su Spreaker.

La notte in cui tutte le vacche sono nere

Ogni giorno un sovranista italiano si sveglia e sa che dovrà gridare ancora più forte “Prima Gli Italiani” e correre più veloce del sovranista austriaco…
Ogni giorno un sovranista austriaco si sveglia e sa che dovrà gridare ancora più forte “Prima Gli Austriaci” e dovrà correre più veloce del sovranista tedesco..
Ogni giorno un sovranista tedesco si sveglia e sa che dovrà gridare ancora più forte “Prima i Tedeschi” e dovrà correre più veloce del sovranista olandese…
Ogni giorno un sovranista olandese si sveglia e sa che dovrà gridare ancora più forte “Prima Gli Olandesi” e dovrà correre più veloce di tutti gli altri sovranisti, per dimostrare di essere il più nazionalista di tutti gli altri.

Chi ha seguito la mia e la nostra campagna elettorale di un anno fa, lo ricorderà, lo ripetevamo spesso: l’internazionale nazionalista ha un piano chiaro, quello di far saltare l’Unione Europea, tout court. Il problema che sta venendo fuori in queste ore è politico, totalmente politico, il problema non è l’Europa ma il nazional-sovranismo. Può sembrare banale ma l’Europa non è un’entità astratta, l’Europa è fatta, banalmente, dagli Europei. Europei che votano i Governi. Chi ha il potere di prendere le decisioni, in questo momento, non sono i parlamentari europei, ma i Governi eletti da ogni stato membro. Pensateci, la vittoria dell’estrema destra in Olanda era stata festeggiata e acclamata da Fratelli D’Italia come se fosse una vittoria dello stesso partito. Semplicemente è così. Il partito dell’internazionale sovranista aveva vinto, ed oggi governa secondo quei dettati politici per loro sacrosanti che non prevedono certamente la solidarietà tra Stati e la visione continentale.

Stanno venendo fuori quei problemi cronici che mai si è avuto il coraggio di affrontare, su tutti, i processi di democratizzazione delle istituzioni europee e l’assenza di partiti, realmente, europei capaci di declinare in ogni nazione lo stesso paradigma: lingue diverse per un unico grande messaggio. L’estrema destra, sfruttando la sua natura l’ha fatto, gli altri l’hanno timidamente accennato. La mancanza di un unica voce la stiamo pagando a caro prezzo, così come l’abbiamo pagata per l’incapacità di gestire il problema migratorio.

Non esiste però la notte in cui tutte le vacche sono nere. Questo lo dobbiamo rigettare.

Come possiamo vincere il pregiudizio dei paesi del nord, a cominciare proprio dalla Germania, che non vogliono condividere i rischi della nuova crisi con i paesi più deboli economicamente perché non vogliono pagare per il nostro debito?

È nel loro interesse collaborare. Questa è una crisi senza precedenti e tutti i paragoni che si possono fare con la crisi dell’euro sono fuori luogo. Nessuno era preparato a questa crisi, sicuramente non eravamo preparati economicamente. E’ chiaro che questa crisi ha bisogno di una risposta europea perché nessuno può farcela da solo. Anche la Germania da sola non può farcela, perché nessuno potrà comprare i suoi prodotti. Non è possibile immaginare che nell’Unione Europea un paese da solo possa recuperare.

Queste parole, per esempio, non sono state pronunciate da un italiano o da uno spagnolo. Ma da Ska Keller, la leader dei verdi tedeschi in Europa. Lo stesso potremmo dire del discorso da Gerhard Schröder sui Corona Bond

Se è vero che bisogna fare di più e sono inaccettabili i veti di Olanda ( lo apriamo un dicorso sui paradisi fiscali?) e Germania, è altrettanto sacrosanto che senza l’ombrello di Bruxelles, saremo in una situazione che definire drammatica sarebbe estremamente riduttivo.

Ora, però, bisogna fare e non si può fallire: o se ne uscirà insieme o non se ne uscirà. E’ il tempo in cui i ragionamenti globali devono diventare rapidamente azioni locali.