Perché il passaggio decisivo del discorso di Reggio Emilia non è quello sulle primarie
Il discorso di Elly Schlein alla chiusura della Festa nazionale dell’Unità contiene un programma.
Le agenzie hanno battuto il titolo prevedibile: le primarie, il «non abbiamo paura del voto», l’«io ci sono». Poi i retroscena, le reazioni degli alleati, i conti su chi vincerebbe i gazebo. Non sono cose irrilevanti, ci mancherebbe. Ma sono cose di ingegneria politica. Il discorso di Elly, anzi Elena, per tre quarti della sua durata, ha provato a fare un’altra operazione, molto più rischiosa ma evidentemente necessaria: dire a cosa serve il Partito Democratico e quale idea di Paese ha in testa.
Il criterio
Trent’anni fa Norberto Bobbio, in un libretto che si legge in due ore e che ancora oggi nessuno è riuscito fino in fondo a confutare, sosteneva che destra e sinistra non si distinguono per i mezzi, per il temperamento o per le alleanze, ma per l’atteggiamento verso l’uguaglianza: quanto una disuguaglianza esistente è considerata naturale e inevitabile, e quanto invece è considerata prodotta e quindi modificabile. È un criterio. E’ un segno nel campo: o di là, o di qua. Il PD, per quindici anni, ha avuto paura di applicarlo a se stesso. Siamo nati come sintesi di culture diverse e abbiamo scambiato quella pluralità per una collocazione, scambiando il riformismo con il neoliberismo. La pluralità, invece, è una ricchezza soltanto se esiste un asse attorno a cui si compone.
A Reggio Emilia quell’asse è stato nominato: socialismo riformista, socialdemocrazia, famiglia socialista europea. Non è una citazione erudita, né un’operazione nostalgica. È l’accettazione di un criterio: le disuguaglianze che vediamo sono il risultato di precise scelte politiche, e possono essere modificate con altre scelte politiche. Perchè la politica significa scegliere.
Nel solco delle socialdemocrazie: il programma di Elly Schlein
Il secondo passaggio è la critica al modello economico degli ultimi trent’anni. Qui va evitata la pigrizia lessicale, perché gli avversari hanno buon gioco a rispondere che l’Italia, con la sua spesa pubblica e la sua pressione fiscale, è un improbabile paradiso del laissez-faire. È un’obiezione che ci sta e merita un ragionamento. Ne “La grande trasformazione” si descrive un mercato che si disancora dai legami sociali, e che comincia a trattare come merci ordinarie tre cose che merci non sono, come il lavoro, la terra, il denaro. Il punto non è la quantità di Stato. È se la vita delle persone sia governata da relazioni sociali o consegnata a un automatismo di mercato.
Da questo punto di vista l’Italia è un caso da manuale: uno Stato ingombrante e una società profondamente mercificata allo stesso tempo. Spesa pubblica elevata e lavoro povero. Tutele formali e precarietà sostanziale.
Polanyi, autore di quel saggio, ci dice anche la seconda cosa, quella che ci riguarda direttamente: al disancoraggio segue sempre un contromovimento di protezione. La domanda politica, quindi, non è se ci sarà, ma chi la intercetterà. Negli ultimi vent’anni, in tutto l’Occidente, l’ha intercettata la destra, offrendo protezione in forma di confini e di nemici. Ribaltando completamente la scala dei valori.
“Un’Italia alla portata di tutti”: perché la formula è giusta
Se si dovessero riassumere in unica frase i concetti emersi, potremmo utilizzare qualcosa tipo, un’Italia alla portata di tutti. Perché «alla portata» non dice permesso, dice che si può fare. Ciò che conta ribadire e sottolineare è che oggi nel Nostro Paese, le capacità reali differiscono dalle libertà formali che una persona dispone sulla carta. Un patto di Governo dovrebbere avere come priorità principale il riavvicinamento tra questi due concetti. Nessuna legge italiana vieta a un ragazzo di Scampia di diventare medico, né a una famiglia monoreddito di comprare casa a Milano. Sono entrambe cose perfettamente legali ma difficilmente realizzabili. Un sistema che si limita a non vietare, e non si cura della convertibilità, produce libertà nominali. L’ingiustizia non nasce dalla disuguaglianza in sé, ma dalla conversione illegittima di un bene in un altro: quando il denaro smette di comprare soltanto ciò che il denaro deve comprare e comincia a comprare la salute, l’istruzione, la sicurezza, il tempo, l’accesso alla decisione politica. È la definizione esatta dell’Italia di oggi: liste d’attesa che si accorciano pagando, quartieri che determinano scuole, case che si ereditano e non si guadagnano. Perché questo è il punto politico. In Italia non c’è soltanto una parte del Paese che è povera. C’è una parte enorme di ceto medio che si è impoverita: persone che lavorano regolarmente e che non riescono più a permettersi una casa, cure in tempi decenti, per i figli le stesse opportunità che hanno avuto loro. L’OCSE, nel 2018, ha stimato che in Italia servono circa cinque generazioni perché una famiglia povera raggiunga il reddito medio. Cinque. Non è una società in movimento: è una società ereditaria con retorica meritocratica.
È la rottura di un patto. Per due generazioni in questo Paese è valsa una promessa implicita: se studi e lavori, starai un po’ meglio dei tuoi genitori e i tuoi figli staranno meglio di te. Quella promessa oggi non è più credibile, e chi la vede tradita chiede che torni a funzionare. Vuol dire ricostruire mobilità sociale. Vuol dire uguaglianza delle opportunità, non come formula costituzionale da convegno ma come qualcosa di misurabile. Quanto costa una casa rispetto a uno stipendio? Quanto si aspetta per una visita? Quanto pesa il codice postale di nascita sul destino di un ragazzo?
E vuol dire anche ricostruire una cosa che abbiamo progressivamente perso: un’idea di comunità nazionale nella quale il destino di uno non sia completamente separato da quello dell’altro. La destra su questo ha costruito la sua egemonia offrendo un surrogato: un’appartenenza fatta di confini e di nemici. Noi abbiamo l’unica alternativa seria: un’appartenenza fatta di diritti esigibili da tutti, sanità, casa, salario, scuola.
Una serie di previsioni sbagliate
A questo punto conviene fare un’osservazione che non riguarda i contenuti ma chi li giudica. L’ha messa bene in fila Francesco Cancellato su Fanpage, ed è un esercizio che vale la pena ripetere.
Schlein non doveva vincere le primarie: era l’outsider, la non iscritta, contro il presidente di regione che aveva vinto nei circoli. Le ha vinte, e ha poi offerto la presidenza del partito allo sconfitto. Doveva essere la segretaria debole, ostaggio delle correnti: è la prima a completare i quattro anni di mandato, in un partito oggi meno correntizio di quanto sia stato per un decennio. Doveva far perdere voti al PD con le sue posizioni: il PD è passato dal 19 per cento delle politiche del 2022 a oltre il 24 per cento delle europee del 2024, e non ha più lasciato il secondo posto. Doveva schiantarsi contro l’impossibilità dell’alleanza con i Cinque Stelle: quell’alleanza governa insieme in mezza Italia. Doveva guidare una coalizione spacciata in partenza: da mesi quella coalizione è avanti nei sondaggi. Doveva essere la vittima designata di Giuseppe Conte…
Si può discutere ciascuno di questi punti. Quello che non si può discutere è il pattern: un errore di valutazione ripetuto, sempre nella stessa direzione, sempre da parte degli stessi ambienti.
Perché si dice che Schlein non abbia un programma?
Da qui, arriviamo all’altro punto, estremamente curioso. E’ davvero inconcepibile che si continui a ripetere che la segretaria non avrebbe un programma.
Un programma, nella sua impostazione di fondo, c’è ed è chiaro: cambiare il modello economico, ridurre le disuguaglianze, redistribuire ricchezza e opportunità, con i terreni concreti già nominati: salario minimo, sanità pubblica, casa, congedi, precarietà, transizione ecologica, sostegno all’Ucraina, riconoscimento allo Stato Palestinese. Si può discutere di come. Con quali risorse, con quale fisco, con quali tempi, con quale rapporto tra pubblico e privato. E bisogna discuterne sul serio, perché è lì che una proposta diventa credibile o resta un’intenzione.
Ma sospetto che dietro quell’obiezione ci sia qualcosa che pezzi di establishment vorrebbero: la riduzione della politica ad amministrazione. L’idea post-ideologica per cui esiste una sola soluzione tecnicamente corretta e tutto il resto è ideologia. In quella cornice, chi propone un’alternativa di modello non sembra avere un programma diverso: sembra non avere un programma.
Chi dice che non c’è un programma, quasi sempre, sta dicendo che non gli piace quel programma. È una posizione legittima, ma sarebbe molto più onesto formularla così.
Il lavoro che comincia adesso
Resta la parte difficile, e non è dell’ufficio stampa: è dei circoli, delle federazioni, degli amministratori.
Perché «un’Italia alla portata di tutti» diventi più di una bella formula servono tre cose. Proposte scritte e coperte, perché la buona fede senza numeri in politica non conta nulla. Un linguaggio che non sia quello dei nostri convegni. E la disponibilità ad andarle a dire dove non ci votano più da molto tempo. Gramsci scriveva che il senso comune è il terreno su cui si vince o si perde davvero, e che si trasforma lentamente, con un lavoro capillare e poco spettacolare. Vale anche per noi.
La Festa è finita: comincia quel lavoro lì.
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