Mercoledì 26 agosto 2026, alle 8:40 del mattino ora locale, un’onda di acqua, fango e massi ha travolto la valle del Bhote Koshi, nel distretto nepalese di Rasuwa, al confine con il Tibet. In poche ore ha percorso decine di chilometri verso sud, cancellando villaggi, ponti, centrali idroelettriche e l’unica strada che collega quella regione al resto del Paese. La cosa che è bene chiarire subito è che non stava piovendo. È questo il dettaglio che ha colto tutti di sorpresa, autorità comprese.
Le immagini che circolano e che stiamo vedendo, raccontano il vero e proprio collasso di un pezzo di montagna.
Cosa è successo, passo dopo passo
La ricostruzione degli scienziati è ancora provvisoria, ma la sequenza degli avvenimenti, dovrebbe essere ormai abbastanza e tragicamente chiara.
1. Il distacco. Le immagini satellitari mostrano che una porzione consistente della parte terminale di un ghiacciaio si è staccata a circa 5.200 metri di quota, precipitando per circa 1.200 metri fino al fondovalle. «Sembra che qualcuno abbia tagliato con un coltello enorme tutta la parte bassa, e sia caduta», ha descritto Jakob Steiner, geoscienziato dell’Università di Graz, parlando con l’Associated Press. Una massa di ghiaccio che cade da quell’altezza, ha aggiunto, può avere l’effetto di una bomba.
2. La valanga di ghiaccio e roccia. Precipitando, il ghiaccio ha raccolto detriti, roccia e sedimenti già saturi d’acqua per il monsone in corso. La colata ha raggiunto il Lhende Khola, un affluente del Bhote Koshi, nell’area a nord-est del valico di frontiera fra Nepal e Cina.
3. La diga naturale. Il materiale ha ostruito temporaneamente il corso del fiume, creando uno sbarramento. L’acqua si è accumulata dietro quel tappo di detriti.
4. Il cedimento. Quando lo sbarramento ha ceduto, tutta l’acqua trattenuta si è liberata in un colpo solo. È il momento in cui un evento di montagna diventa una catastrofe di valle.
Un dettaglio tecnico spiega perché nessuno ha potuto fuggire: secondo i ricercatori dell’ICIMOD di Kathmandu, il livello del fiume Trishuli è salito fino a 9 metri in trenta minuti. Non ci sono minuti utili per reagire a una cosa del genere.
Per capire l’impatto e la forza distruttiva di questo evento, c’è anche un equivoco iniziale che vale la pena chiarire, perché ha circolato molto nelle prime ore. Lo United States Geological Survey aveva rilevato un segnale sismico di magnitudo 4.4 e si era pensato a un terremoto come innesco. L’analisi successiva ha ribaltato la lettura: il segnale era prodotto dalla frana stessa, registrata poi come evento di magnitudo 5.2. Non è stato il terremoto a causare la frana, ma il cedimento della montagna a causare un terremoto.
Il percorso dell’onda
Dal Lhende Khola l’acqua è entrata nel Bhote Koshi, poi nel Trishuli, quindi nel Narayani — che in India, nel Bihar, prende il nome di Gandak. I primi insediamenti colpiti sono stati Rasuwagadhi, Timure e Syabrubesi, nel distretto di Rasuwa, a circa 160 chilometri da Kathmandu. Poi Nuwakot, Dhading, Gorkha, Chitwan, Nawalparasi. Alcuni corpi sono stati recuperati centinaia di chilometri a valle rispetto al punto d’impatto.
La nuova “normalità”?
Questa non è la prima volta. È la seconda in quattordici mesi.
Nel luglio 2025 lo stesso sistema fluviale , il Lhende Khola, era stato colpito da un’alluvione originata da un lago glaciale in Tibet: nove morti, il ponte dell’Amicizia fra Nepal e Cina distrutto, 211 MW di produzione elettrica fuori uso. Nel 2024 un’altra valanga di ghiaccio e roccia aveva interessato la stessa area. Nel 2015, dopo il terremoto, la regione del Langtang era stata devastata da valanghe. «Quello che è successo ieri è purtroppo la nuova normalità. E da qui in avanti peggiorerà», ha detto Steiner all’AP. Con una frase che pesa: in alcune zone del Nepal, sostiene, si è ormai superata una linea rossa oltre la quale vivere è semplicemente troppo rischioso.
Gli effetti dei cambiamenti climatici in Nepal
Su questo punto serve precisione, perché di fronte ad una tragedia di tale dimensioni serve precisione e accuratezza. Con grande sicurezza gli scienziati sostengono che il contesto in cui questi eventi accadono è cambiato radicalmente, e che la probabilità che accadano sta aumentando. Ovviamente è troppo presto per correlare direttamente la catastrofe al cambiamento climatico ma i dati riguardanti i ghiacciai nella zona sono questi:
- I ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya hanno perso ghiaccio il 65% più velocemente nel decennio 2011-2020 rispetto al decennio precedente.
- I ghiacciai nepalesi hanno perso circa un terzo del proprio volume in trent’anni.
- Il tasso di perdita di ghiaccio nella regione è raddoppiato dal 2000.
- L’Himalaya si sta scaldando sensibilmente più in fretta di molte altre parti del pianeta.
- Il 78% della superficie glaciale della regione si trova fra i 4.500 e i 6.000 metri: la fascia più esposta al riscaldamento.
- Le osservazioni satellitari mostravano condizioni insolitamente calde attorno al ghiacciaio interessato prima del crollo, con una copertura nevosa notevolmente ridotta e più ghiaccio nudo esposto.
Il meccanismo fisico è intuitivo una volta spiegato. Quando un ghiacciaio si ritira, la roccia che prima era isolata e sostenuta dal ghiaccio resta esposta a temperature più alte, alla pioggia, a cicli ripetuti di gelo e disgelo. Il permafrost, il terreno rimasto congelato per anni, si scongela e indebolisce pareti e versanti. L’acqua di fusione si accumula in sacche instabili dentro e attorno al ghiaccio.
«Le probabilità che del materiale inizi a scendere dalle montagne aumentano», sintetizza Steiner. Un ghiacciaio che si scioglie, insomma, rende la montagna instabile.
Sullo sfondo, il quadro globale: fra il 2000 e il 2019 i ghiacciai hanno perso in media 267 gigatonnellate di ghiaccio l’anno. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che, anche riuscendo a contenere il riscaldamento entro 1,5 °C, entro il 2100 potremmo perdere fino alla metà di tutti i ghiacciai del mondo (Groenlandia e Antartide escluse). Le politiche attualmente in vigore ci portano invece verso i 2,8 °C entro fine secolo.
L’ingiustizia climatica non è uno slogan
Il Nepal contribuisce alle emissioni globali di gas serra in misura trascurabile: una frazione di punto percentuale, con emissioni pro capite di un ordine di grandezza inferiori a quelle dei Paesi industrializzati. Non ha costruito la propria ricchezza su due secoli di carbone e petrolio. È però uno dei Paesi più esposti agli effetti del riscaldamento globale, e uno di quelli con meno risorse per proteggersi, per costruire sistemi di allerta, per ricostruire. Questo squilibrio ha un nome tecnico nei negoziati climatici: loss and damage, perdite e danni. Esiste un fondo dedicato istituito alla COP28, la cui dotazione resta però ampiamente inferiore alle stime dei danni annuali subiti dai Paesi vulnerabili. Chi ha emesso di più non è chi paga per primo. E chi paga per primo, di solito, è chi ha meno strumenti per non pagare.
Resta una valle irriconoscibile. Resta un Paese che ha perso in mezz’ora una porzione della propria rete elettrica e la propria principale via commerciale verso nord. Restano centinaia di famiglie in attesa di identificare i propri morti. La Polizia nepalese ha dovuto pubblicare un sito dedicato alle salme non identificate.
Chiamarla “catastrofe naturale” non è tecnicamente sbagliato, ma è una definizione che non tiene conto di un aspetto cruciale: la natura non si vendica. Reagisce, secondo leggi fisiche che conosciamo bene e che altrettanto bene abbiamo scelto di ignorare per decenni.
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