C’è una cosa che ho capito guardando Due Spicci, la nuova serie di Zerocalcare su Netflix: che ridere meno non significa che non funziona. Significa, semmai, che ha colpito da un’altra parte.
Perché è questo che succede: non ci si straccia più dalle risate. Si sorride. E la differenza non è piccola. Ridere è una risposta immediata, fisica, liberatoria. Sorridere è qualcosa che rimane dopo, quella lieve contrazione che accompagna il riconoscersi in qualcosa di vero e non del tutto comodo. Due Spicci è piena di quella roba lì.
Prima, però, un attimo di contesto per chi è appena atterrato.
Zerocalcare, Michele Rech, nato ad Arezzo nel 1983 ma cresciuto a Rebibbia, Roma, è quel fumettista che da anni riesce nell’impresa quasi impossibile di essere popolarissimo senza scendere nella banalità. Strappare lungo i bordi (2021) aveva convinto anche i più scettici: sei episodi brevi, un viaggio in treno, l’Armadillo doppiato da Valerio Mastandrea come proiezione della coscienza del protagonista, e quella capacità rara di parlare di ansia, precarietà e affetti senza che suonasse né assistenzialismo né lagna. Questo mondo non mi renderà cattivo (2023) aveva alzato la posta sul piano politico e collettivo. Ora arriva questa terza serie, la chiusura di un trittico, anche se lui non l’ha mai chiamato così ufficialmente, e la sensazione è che si metta a posto qualcosa. Non necessariamente a lieto fine. A posto, nel senso che torna al suo posto.
La trama: Zero e Cinghiale gestiscono insieme un piccolo locale di quartiere, spunto in parte autobiografico, visto che Rech è davvero socio di un’osteria romana. I conti non tornano. Dietro i debiti di Cinghiale c’è qualcosa di più torbido, una dimensione quasi noir che nelle serie precedenti non esisteva. La struttura è più pesante, più lenta. È un difetto e insieme una scelta.
Due Spicci, Rebibbia: La metro di Zerocalcare
Capisco cosa si prova a muoversi in quella zona perché lavoro in quella zona. La linea B, direzione Rebibbia, della metropolitana ha un suo carattere preciso: è meno turistica, meno pettinata, più verace di certi tratti della A. Scendi in alcune fermate e la città cambia faccia. Rebibbia è la fine della corsa, in senso geografico e nelle mani di Zerocalcare, anche in senso narrativo. È il posto dove si torna, dove si resta, dove certi destini si depositano per inerzia o per scelta. Due Spicci usa Roma con la stessa precisione degli altri lavori: è un personaggio a tutti gli effetti. Fa parte del gioco. I locali di quartiere che resistono per miracolo, i debiti che si accumulano in silenzio, la geografia umana di certi quartieri varia ma non cambia fino in fondo, o quantomeno mai abbastanza in fretta. Insomma, c’è qualcosa di familiare che fa effetto con le facce mezze addormentate o indaffarate che in incrociano ogni giorno. Qualcosa di più scomodo.

Due spicci – Il tema generazionale, detto senza troppi giri.
Sono nato nel 1989. Zerocalcare nel 1983. Quindi essenzialmente si tratta della stessa generazione. Ma la sostanza di quello che racconta Due Spicci ci riguarda, nel senso di noi vissuti a cavallo tra l’epoca analogica, digitale, direttamente: è una storia su cosa succede quando arrivi ai quaranta o ti ci avvicini pericolosamente, con certe idee in testa che alla fine non cambiano mai, perchè sono quelle con cui sei cresciuto e ti sei formato. I legami contano, il gruppo salva, che stare insieme è già una forma di resistenza pur essendo consapevoli che il mondo non ha avuto (sempre) la cortesia di comportarsi di conseguenza. Zerocalcare ha presentato la serie al Salone del Libro di Torino dicendo che è crepuscolare perché lui stesso sta in un momento crepuscolare, e che fatica a scrivere qualcosa di più pagliaccesco. È una confessione rara per qualcuno che ha costruito buona parte della sua identità pubblica sull’autoironia come scudo. Due Spicci diventa il racconto di quando lo scudo si abbassa un po’.
I personaggi: ognuno ha preso la sua strada. Nessuno è sparito.
Qui sta la cosa più interessante, e quella che si rischia di leggere male per eccesso di malinconia. Cinghiale ha fatto il passo grande: sposato, due figli, il locale in proprio. Ha rispettato, almeno in apparenza, i dettami sociali della sistemazione. Salvo che adesso è in un mare di guai che la metà basta. È il personaggio che ha corso di più e si è trovato a correre nella direzione sbagliata senza accorgersene subito. Porta sulle spalle il peso di chi ha scelto di avere qualcosa da perdere.
Sara è ai ferri corti con la compagna Stella. Il suo arco tocca qualcosa che nelle serie precedenti restava in penombra: le relazioni che si consumano, la difficoltà di stare in coppia quando non si è del tutto risolti da soli. Come sempre in Zerocalcare, è una dimensione tutta di testa: la fisicità assente, le emozioni invece enormi, il corpo che esiste solo come una grande ed enorme sede di ansia.
Smeralda è la wild card: una vecchia cotta di Zero che riaffiora, in fuga da una relazione violenta. Il suo ritorno costringe il protagonista a fare i conti con responsabilità che aveva accuratamente evitato.
E poi, non poteva mancare, Secco. Il personaggio la cui assenza serpeggia nella prima parte della serie come un silenzio che pesa più delle parole. La sua storia si chiarisce nella seconda parte con qualcosa di definitivo. Zero, per tutto il tempo, ha dato la colpa ad una causa specifica per questa distanza tra loro. Poi si accorge, con quella autoironia tagliente che ancora funziona bene, che lui stesso, accumulando impegni, tour, presentazioni, fiere, firmacopie, ha contribuito eccome a svuotare i riti quotidiani dell’amicizia. La domanda che rimane appesa e in sospeso, ci porta a domandarci chi è sparito per davvero?
Non si rompono, si evolvono.
Ed è qui che bisogna correggere la lettura più pigra di questa serie. Due Spicci non racconta amicizie che si spezzano. Le amicizie qui resistono, ma cambiano forma. Si consumano lentamente sotto il peso della “responsabilità”. Di vite che prendono binari diversi, ma alla fine, in qualche modo, restano. Cambia il modo di stare insieme, non la sostanza di starci. Il finale mostra Zero e Sara che vanno a trovare Cinghiale insieme. Le promesse di rivedersi ci sono ancora. La banda non funziona più come a vent’anni, non si riunisce più per niente, non si condivide più tutto. Ma non è finita. È maturata, nel senso più scomodo del termine: ha perso la leggerezza e guadagnato una consistenza diversa, più pesante e forse più onesta.
Due Spicci è, in fondo, una serie sui debiti: economici, certo, ma soprattutto emotivi. I buffi che ci trasciniamo dietro da anni, le responsabilità rimandate, le paure che continuiamo a nascondere sotto il tappeto mentre fingiamo di essere ancora ragazzi. Non racconta la fine di qualcosa. Racconta il momento in cui smetti di fingere.
Sull’ironia: c’è ancora, ma lavora diversamente.
Nelle opere precedenti, l’umorismo era una specie di meccanismo di difesa narrativo: battuta, autoreferenzialità, citazione pop, autoironia spinta fino al limite. Qui il registro è cambiato. A volte la battuta arriva un secondo troppo tardi, o sembra che debba arrivare per contratto, per mantenere un patto con il pubblico che si aspetta quel tipo di linguaggio. Qualcosa di meno fluido rispetto al meglio del passato. È anche vero che Strappare lungo i bordi parlava a chiunque perché toccava paure più universali. Questa serie è più specifica, più chiusa, più rivolta a chi sta attraversando esattamente quella stagione esistenziale. È la serie meno accessibile della trilogia e la più precisa. Per chi quella stagione la sta attraversando — o l’ha appena attraversata — la specificità è esattamente il punto.
Cosa rimane di Due Spicci, la serie Netflix di Zerocalcare
Rimane la sigla di Giancane, Non ti riconosco più, che arriva come una piccola mazzata morbida nel posto giusto. Rimane Mastandrea che doppia l’Armadillo con quella voce da qualche parte tra la saggezza e la rassegnazione.
Rimane Coez con Ci vuole una laurea, che è forse il titolo di brano più generazionalmente preciso degli ultimi anni. Rimane la sensazione di guardare qualcuno che parla di cose che conosci, con un linguaggio che riconosci, su temi che comunque stanno là. Nel percorso di crescita si direbbe in aziendalese.
Due Spicci è la serie di Zerocalcare che ride meno ma forse fa sorridere (amaramente) di più. Certamente è la meno brillante, a volte pare quasi forzata nel voler mantenere tutto questo caos esistenziale, geografico, civile e interiore, ma al contrario di quello che si potrebbe pensare guardandola, racconta come si resta, quando restare diventa più complicato. Per una generazione abituata a ironizzare su tutto per non piangere davvero, era necessario anche che arrivasse qualcosa così.
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