C’è una domanda che mi ronza in testa da un po’, e ve la giro così com’è: cosa farebbe Enrico Berlinguer se fosse vivo oggi? È una domanda politica vera. Anzi, fastidiosa nel senso migliore del termine.
Partiamo da un fatto: Berlinguer è morto nel 1984, sul palco di Padova, con un’emorragia cerebrale mentre parlava. Aveva 62 anni. Era esausto. Aveva passato anni a combattere su fronti impossibili: contro il terrorismo, contro la corruzione, contro un sistema che già allora mostrava le crepe che avrebbero portato a Tangentopoli. E lo aveva fatto con una coerenza che oggi, nel panorama politico italiano, sembra materiale da fantascienza. Quarant’anni dopo, il Partito Comunista Italiano non esiste più. Quel mondo in cui è vissuto non c’è più. La sinistra italiana è un arcipelago di sigle e/o correnti che si coalizzano, litigano, si rifondano, cambiano nome. E ogni volta che qualcuno vuole darsi un’aria di serietà morale, tira fuori Berlinguer. Come una reliquia. Come un santino. Berlinguer è tutto però, fuorchè un santino. Ecco, dunque, il problema profondo: lo usano tutti, e nessuno lo segue.
Berlinguer oggi: la questione morale è ancora aperta
Nel 1981 Berlinguer disse una cosa che fece scandalo: la questione morale è al centro della politica italiana. I partiti sono diventati macchine di potere e di clientele. Parlò di degenerazione. Usò quella parola lì, senza giri di parole. Lo intervistò Eugenio Scalfari su Repubblica. Fu un terremoto.
Oggi, rileggere quell’intervista fa un effetto strano, perchè sembra un editoriale scritto la settimana scorsa. Cambiamo i nomi dei partiti, aggiorniamo qualche riferimento, e si potrebbe pubblicarla domani mattina, senza che nessuno noti la differenza.
Questo dovrebbe farci riflettere. Non sul fatto che Berlinguer fosse un profeta, i profeti sono comodi perché sono morti e non si candidano, dovrebbe farci riflettere su quanto poco sia cambiato, nonostante tutto sia cambiato. O almeno così ci hanno detto.
Il compromesso storico, trent’anni dopo
Una delle cose che viene dimenticata, o ricordata male, è che Berlinguer non era un oltranzista. Era un pragmatico con una bussola morale. Il compromesso storico, l’idea di governare insieme alla Democrazia Cristiana, era la convinzione che in un paese con quella storia, con quella fragilità democratica, servisse un patto largo. Attenzione, non un compromesso al ribasso ma un allargamento alle forze popolari, per tenere in piedi il sistema democratico italiano. In un momento storico, era il 1973, in cui era stato assassinato Allende in Cile.
Aveva ragione sulla diagnosi. Ma la domanda che mi faccio è: quanti leader politici italiani oggi sono capaci di ragionare in quei termini? Di guardare oltre il ciclo elettorale, oltre il sondaggio della settimana, oltre il post su Instagram e di guidare un “popolo” verso una direzione del genere? Quanto coraggio ci vuole?
L’eurocomunismo: una scommessa perduta o solo in anticipo?
C’è un altro capitolo che si tende a liquidare in fretta: l’eurocomunismo. A metà degli anni Settanta, Berlinguer costruì insieme a Santiago Carrillo del PCE spagnolo e a Georges Marchais del PCF francese qualcosa di inedito: l’idea che il comunismo in Europa occidentale potesse percorrere una strada diversa da quella sovietica. Democrazia pluralista, alternanza al potere, libertà di stampa. Roba che a Mosca non digerivano. Era una rottura teorica vera. Berlinguer stava dicendo, con tutta la chiarezza che si poteva permettere, che il modello sovietico non era esportabile né desiderabile. E lo diceva da segretario di uno dei partiti comunisti più grandi d’Europa, con tutto il peso politico che questo comportava. L’eurocomunismo non sfondò. Marchais fece marcia indietro quasi subito, il PCF tornò nell’orbita moscovita. Carrillo rimase più coerente, ma la Spagna era un contesto diverso, appena uscita dal franchismo. Il PCI rimase l’esperimento più avanzato, e anche il più isolato.
Oggi quell’intuizione andrebbe riletta con occhi nuovi. L’idea di una sinistra europea che non si appiattisce né sull’ortodossia ideologica né sul liberalismo senza aggettivi è esattamente il buco nero della politica continentale attuale. La sinistra europea o insegue il centro oppure si rifugia nel radicalismo identitario. Una via autonoma, con una proposta economica e sociale chiara, non ce l’ha nessuno. Berlinguer ci aveva provato. Con i limiti del tempo e del linguaggio. Ma ci aveva provato.
Una politica estera che non chiedeva il permesso
Collegato all’eurocomunismo c’è un aspetto ancora meno celebrato: la capacità di Berlinguer di tenere una linea autonoma in politica estera, in un’epoca in cui l’Italia era un paese di frontiera nella Guerra Fredda e ogni passo fuori dal seminato costava carissimo.
La famosa intervista a Giampaolo Pansa del 1976, quella in cui disse di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della NATO, viene spesso letta come un’apertura all’Occidente, quasi una resa. È una lettura parziale. Berlinguer non stava abbracciando l’atlantismo. Stava dicendo che l’Italia, per via della sua storia e della sua posizione geografica, aveva bisogno di stabilità, e che quella stabilità non poteva venire da un’avventura filosoviética. Ma non stava rinunciando a pensare con la propria testa. Sulla questione mediorientale, sulla critica all’interventismo americano in America Latina, sulla condanna dell’invasione sovietica in Afghanistan nel 1979, quando moltissimi partiti comunisti europei si girarono dall’altra parte, il PCI di Berlinguer prese posizioni autonome, scomode, impopolari in certi ambienti. Mai per calcolo, sempre per coerenza con i principi.
Oggi, in un’Europa che fatica a elaborare una politica estera comune e in cui l’Italia ondeggia tra atlantismo riflesso e tentazioni sovraniste, quella capacità di ragionare in modo indipendente senza per questo diventare antioccidentale o filoautoritaria sembra un lusso perduto. Eppure sarebbe esattamente ciò che servirebbe.
La pace non è una bandierina
C’è una cosa che Berlinguer ripeteva con una costanza che a qualcuno sembrava quasi ossessiva: pace. È la condizione di tutto il resto. Senza pace non c’è giustizia sociale, non c’è sviluppo, non c’è futuro da costruire.
Lo diceva in un’epoca in cui la Guerra Fredda rendeva quel tema quotidiano e concreto: i missili a Comiso, euromissili NATO, il mondo diviso in due blocchi che si guardavano in cagnesco con le testate nucleari puntate. Ma non lo diceva per paura. Lo diceva come atto di visione. La pace, per Berlinguer, era l’orizzonte dentro cui aveva senso qualsiasi altro progetto politico. Non il punto di arrivo di una trattativa, ma la premessa morale della civiltà.
Oggi quella parola viene usata in modo esattamente opposto. La pace è diventata una bandierina che si agita a seconda della convenienza. C’è chi la invoca per coprire resa e capitolazione. Chi la usa per attaccare l’avversario interno senza fare i conti con la realtà dei conflitti.
Berlinguer avrebbe trovato tutto questo insopportabile. Non perché fosse un pacifista da salotto, era tutt’altro, ma perché sapeva che la pace va costruita, con il negoziato, con la diplomazia, con la disponibilità a rinunciare a qualcosa. Non si ottiene urlando più forte degli altri. E non si difende equipaggiando eserciti all’infinito senza mai chiedersi dove si vuole arrivare.
La lezione berlingueriana sulla pace come categoria strutturale, nella quotidianità odierna, sarebbe un antidoto prezioso. Una guida lucida, per ricordarsi che ogni guerra ha un giorno in cui deve finire, e che quel giorno va preparato. La pace come orizzonte della civiltà è la cosa più concreta che esista. Perché senza di essa tutto il resto, i diritti, il lavoro, la giustizia, la democrazia, diventano carta straccia.
Il paradosso dell’eredità
C’è un paradosso enorme nella memoria di Berlinguer: viene celebrato da persone che farebbero esattamente le cose che lui combatteva. Viene citato da chi accumula incarichi. Da chi non ha mai rinunciato a niente. Da chi usa la politica come ascensore sociale e poi parla di “valori”. Da chi fa campagna elettorale sul “cambiamento” e poi governa esattamente come chi è venuto prima. Berlinguer aveva rinunciato persino all’appartamento di servizio.
Cosa direbbe oggi
Allora torno alla domanda di partenza. Cosa farebbe Berlinguer oggi?
Probabilmente parlerebbe di disuguaglianze. Di come il lavoro precario ha smontato pezzo per pezzo quella dignità che lui considerava il fondamento di tutto. Parlerebbe di ambiente, perché era già sensibile a questi temi quando ancora non si chiamavano “temi”. Parlerebbe di Europa, con la stessa ambivalenza lucida che aveva allora: né antieuropeismo da osteria, né europeismo acritico. E soprattutto parlerebbe di partecipazione. Di ricostruire un rapporto vero tra politica e società. Attraverso la presenza fisica, il radicamento nei quartieri, la fatica lenta e poco glamour di stare con le persone. Quella roba lì non fa visualizzazioni. Non finisce nei trend. Ma è l’unica cosa che, storicamente, ha mai funzionato.
La verità è che Berlinguer appartiene a un modo di fare politica che è quasi estinto: quello in cui la coerenza tra parole e vita non era un optional, ma il presupposto di tutto. E forse è proprio per questo che lo citiamo tanto. Perché parlare di lui è più comodo che imitarlo.
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