Amendolara, 1° giugno: come è avvenuta la strage dei braccianti

Sono le 12.45 di lunedì 1° giugno quando un carabiniere della forestale, fuori servizio, nota un minivan Fiat Ulysse procedere in modo irregolare sulla statale ionica. Otto persone a bordo, sette posti. Qualcuno lancia sacchetti di plastica dal finestrino. Il militare ferma il veicolo, rimprovera i passeggeri, poi si allontana. È questione di minuti. Quei minuti bastano per trasformare un’auto in una camera a gas.

Appena la pattuglia sparisce, i due caporali pakistani a bordo, Ahmed Safeer, detto “Bat”, e Ali Raza, entrambi 31 anni, mettono in atto un piano evidentemente già deciso. Uno rompe dall’interno le maniglie delle portiere per bloccarle. L’altro scende, apre il portellone posteriore, versa benzina direttamente sui passeggeri. Poi lancia un accendino all’interno. Le telecamere della stazione di servizio riprendono tutto: l’auto che ondeggia mentre gli uomini dentro cercano disperatamente di uscire con braccia e gambe, le fiamme che avvolgono l’abitacolo, i due assassini che si allontanano verso la boscaglia circostante.

L’unico a salvarsi è Taj Mohammad Alamyar, afghano di 35 anni. Con le braccia già in fiamme riesce a scavalcare lo schienale posteriore, a buttarsi nel vano bagagli, a uscire dal portellone ancora aperto, lottando fisicamente con Ali Raza che tenta di fermarlo. Cade sull’asfalto. Si rialza. Spegne le fiamme sul proprio corpo da solo. Poi racconta ai carabinieri quello che è successo, e la sua testimonianza chiude il cerchio in poche ore: i due assassini vengono trovati a Villapiana, ancora vestiti allo stesso modo delle telecamere.

Il questore di Cosenza, 34 anni di servizio alle spalle, dirà che una crudeltà simile non l’aveva mai vista.

Oggi Taj Mohammad Alamyar è sparito e la sua scomparsa dice forse più di qualsiasi altra cosa quanto sia profonda la paura che avvolge questo mondo.

Braccianti migranti uccisi per aver chiesto il salario

Per capire il movente bisogna entrare nella vita quotidiana di questi uomini. No, qui ho commesso un errore, non si può parlare di vita ma di una condizione di schiavitù, amministrata con metodo.

Lo ha raccontato lo stesso superstite con parole che non lasciano spazio all’equivoco: «Avevamo un contratto ma lavoravamo in nero, il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo 10 persone». Sembrano parole provenire direttamente dal 800: padroni, caporale, invece sono odierne. Li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare. Non li pagavano da oltre un mese. Da mangiare sì. Un posto dove dormire sì. I soldi no.

Quando Amin, Waseem, Safi e Ullah (e gli altri con loro) si sono ribellati, hanno firmato la propria condanna. Secondo il Gip di Castrovillari, che ha convalidato il fermo dei due indagati per omicidio plurimo aggravato, la strage è maturata proprio da quella protesta: le vittime si erano lamentate di dover vivere in dieci in una stanza. Una lamentela. Bastata per morire. Bruciati vivi. Il più giovane aveva 19 anni.

Capolarato in Calabria. La Sibaritide: un nome che sa di miele e di schiavitù

La Sibaritide, è un’ampia area agricola cosentina che si estende tra il Pollino e la Sila, lungo la costa ionica. E’ uno di quei luoghi che gericamente viene definito come uno dei polmoni produttivi del Mezzogiorno. Fragole, olive, agrumi, pesche, riso: ogni stagione richiama migliaia di lavoratori migranti, senza i quali la raccolta si fermerebbe. Sono il motore invisibile di una filiera che porta cibo sulle tavole di tutta Italia. Invisibili finché non muoiono. Soltanto che dentro questo polmone c’è l’inferno in terra.

Questo territorio non è nuovo a queste storie. Da anni la procura di Castrovillari, i sindacati, le associazioni documentano un sistema di caporalato radicato e diffuso: intermediari illegali che reclutano manodopera straniera, organizzano i trasporti, gestiscono gli alloggi, trattengono quote del salario. Stanze affittate a prezzi indecenti, immobili fatiscenti trasformati in dormitori, brande stipate in spazi invivibili. Una rendita dell’indecenza che si intreccia con il caporalato e lo rafforza.

Secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro e del Cnr-Ismed, il lavoro grigio-nero nel settore agricolo calabrese oscilla stabilmente tra il 40 e il 50% del totale.

Uno studio dello stesso Cnr-Ismed ha scritto qualcosa che oggi suona come una profezia: «Nel contesto calabrese, la violenza non è episodica ma strutturale». Il rapporto tra caporale e bracciante si costruisce sul controllo della persona, sulla dipendenza economica, sulla minaccia fisica. Amendolara non è un’anomalia. È il punto di arrivo logico di un sistema che funziona così da decenni, che viene documentato, denunciato, e mai davvero smantellato.

La Flai Cgil, che oggi guida la manifestazione nazionale ad Amendolara con Landini e Schlein, lo ripete da anni. Il segretario Giovanni Mininni l’ha detto con chiarezza: «Quello che è successo in Calabria non è un semplice fatto di cronaca nera. È un crimine politico e sociale, un orrendo atto di ritorsione contro chi ha avuto il coraggio di pretendere che il proprio lavoro fosse retribuito». Non ci basta l’arresto del caporale di turno, ha aggiunto. Perché il caporale è solo un anello della catena. E la catena è lunga…

Il costo nascosto del cibo: sfruttamento agricolo e grande distribuzione

C’è un filo che collega quella stazione di servizio sulla Statale 106 al banco della frutta del nostro supermercato. Non è un filo metaforico. È letterale.

La destagionalizzazione dei consumi, la nostra pretesa di avere fragole a febbraio, pomodori a dicembre, tutto sempre disponibile a prezzi convenienti, richiede sistemi produttivi intensivi e una disponibilità continua di lavoro a basso costo. La competizione al ribasso nella grande distribuzione scarica il costo della “convenienza” sull’anello più debole della filiera: il bracciante. Spesso straniero. Spesso irregolare. Sempre ricattabile. Il suo salario nella Sibaritide varia tra 35 e 45 euro al giorno, dipende dal permesso di soggiorno, dall’alloggio, dalla possibilità di spostarsi in autonomia. Escono prima dell’alba. Tornano al tramonto. E a volte non vengono pagati per settimane.

Federconsumatori, dopo la strage di Amendolara, ha usato tre parole che non ammettono equivoci: basta cibo sporco di sangue. Ha chiesto un sistema di etichettatura sociale obbligatoria per i prodotti agricoli. Una tracciabilità che non si fermi alla provenienza geografica ma certifichi le condizioni di lavoro di chi ha raccolto ciò che mangiamo. È una scelta politica e la poltica dovrebbe servire esattamente a questo.


Caporalato, braccianti e politica: perché la destra tace sullo sfruttamento nei campi

E qui arriviamo al cuore politico della questione. Perché oltre alle parole sbagliate, il ministro Piantedosi che di fronte alla strage parla di contrasto all’immigrazione irregolare, come se il problema fossero le persone e non il sistema che le sfrutta, c’è qualcosa di ancora più rivelatore. C’è il silenzio. Decennale, strutturale, conveniente. Quanto poco si sia parlato di questa strage tremenda e truce, rispetto a tanti altri fatti di cronaca minuziosamente rivisti al microscopio o al plastico. Se ne parla poco perchè smonta una narrazione falsa e pericolosa. Perchè mette l’intero sistema produttivo allo specchio. Le nostre comodità. I nostri privelegi. Ma se esiste un privilegio, l’altro lato della medaglia è lo sfruttamento. E’ una legge non scritta.

La destra italiana ha costruito la propria fortuna elettorale sul tema della sicurezza a forza di slogan. Eppure di fronte a un sistema criminale che opera nei campi del Sud da decenni, che è documentato, che viene denunciato ogni anno dai sindacati e dalle procure, non ha trovato né la volontà né il coraggio di intervenire davvero. Giorgia Meloni, dopo la strage, ha scritto su X che “l’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie”. Parole giuste. Ma la barbarie non è apparsa dal nulla il 1° giugno 2026. Si è accumulata in anni di politiche migratorie che hanno reso questi lavoratori sempre più vulnerabili. Soli. Abbandonati. Schiavi.

I decreti sicurezza, i CPR, i respingimenti, la criminalizzazione sistematica della presenza irregolare non hanno ridotto di un’unità la presenza di lavoratori stranieri nei campi, perchè l’agricoltura italiana non reggerebbe senza di loro. Hanno solo prodotto una massa crescente di persone prive di diritti effettivi, disponibili a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. E questa vulnerabilità è stata consegnata pari pari agli sfruttatori. Chi non ha permesso di soggiorno non denuncia. Chi non denuncia è ricattabile. Chi è ricattabile lavora per 35 euro al giorno e dorme in dieci in una stanza.

Il silenzio della destra su tutto questo è conveniente in tre modi precisi. È conveniente economicamente, perché il caporalato abbassa il costo del lavoro agricolo e tiene bassi i prezzi della filiera; un vantaggio diffuso che nessuno vuole mettere davvero in discussione. È conveniente elettoralmente, perché i braccianti migranti non votano e non hanno rappresentanza. Ed è conveniente socialmente, perché alzare la testa su questo significa toccare il cuore di alcuni interessi. E quelli invece servono eccome in campagna elettorale.

La destra grida all’invasione quando si tratta di costruire muri. Tace quando si tratta di garantire un salario, un contratto vero, un letto in una stanza che non ne contenga altri nove. Urla sicurezza quando si tratta di sgomberare i migranti dai centri cittadini. Si gira dall’altra parte quando si tratta di sgomberare i caporali dai campi. Annuncia ispezioni straordinari, come ha fatto la ministra Calderone dopo Amendolara, ma non spende i fondi europei già disponibili per superare i ghetti e costruire alloggi dignitosi.

Chiedere conto a chi governa È il minimo che dobbiamo a Waseem, Amin, Safi e Ullah.

Il 2 giugno e la Repubblica fondata sul lavoro (di tutti)

C’è una crudele ironia nella data. Il 2 giugno, la Festa della Repubblica, gli ottant’anni dal referendum che scelse la democrazia, le parate e i discorsi sull’Italia fondata sul lavoro è anche il giorno in cui l’Italia ha scoperto che quattro lavoratori venivano bruciati vivi perché avevano osato chiedere il salario che avevano guadagnato. Il più giovane aveva 19 anni.

L’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sul lavoro di alcuni. Sul lavoro. Di tutti. Anche di Waseem, Amin, Safi e Ullah.

Celebrare la Repubblica ignorando le condizioni in cui lavorano e muoiono migliaia di persone nelle nostre campagne puzza di ipocrisia.

Il sangue chiede risposta

«La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo», ha scritto il vescovo di Cassano allo Ionio citando la Genesi. È una parola che vale per tutti, credenti e non credenti.

Il sangue di Waseem, Amin, Safi e Ullah grida dal suolo della Sibaritide. Grida contro chi li ha uccisi. Auguriamoci che la giustizia farà il suo corso. Ma grida anche contro l’indifferenza di chi sapeva e ha taciuto, contro la complicità di un sistema economico che li ha resi usa e getta, contro la politica che per anni ha trasformato i migranti in nemici da respingere invece che in lavoratori da tutelare.

Ullah aveva 19 anni. Stava raccogliendo le fragole che finivano sui nostri tavoli. Chiedeva solo di essere pagato.

Non possiamo far finta di non sapere più.


0 commenti

Lascia un commento

Segnaposto per l'avatar

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *