Elezioni Midterm 2026: l’onda democratica travolge Trump

I democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, con un’ondata blu che ha attraversato Stati che due anni fa sembravano consegnati per una generazione al Partito repubblicano. La Camera è arrivata per prima, chiamata da MS NOW poco prima delle 22 ora di New York (le 4 in Italia), seguita da CNN, NBC e CBS. Il Senato, la sfida che a inizio ciclo sembrava impossibile, è caduto poco dopo le 23:30. Questo fracasso smonta l’idea diffusa che la storia contemporanea sia il prodotto esclusivo, da sottolineare la parola esclusivo, di “uomini forti”, algoritmi impenetrabili o grandi manovre ideologiche. Poi arrivano le notti elettorali come quella delle Midterm americane del novembre 2026, con i Democratici che riconquistano sia la Camera che il Senato strappando seggi ritenuti blindati in Ohio, Iowa, Kansas e Maine, e la realtà torna a bussare alla porta.

La lezione che arriva dagli Stati Uniti è tanto semplice quanto spietata: è la gente che fa la storia. Sempre. Anche nel 2026. E la gente, quando vede la propria quotidianità sacrificata sull’altare di una “cultura di guerra”, interna ed esterna, che non scalda i cuori e non riempie i frigoriferi, volta le spalle anche al leader, autoproclamotosi al di sopra di tutto e tutti, che aveva illuso gli americani proprio giocandosi queste carte.

Il malinteso su Trump: non una questione repubblicana, ma una questione democratica

Leggere Trump come “il candidato della destra” è la scorciatoia che ci ha fatto capire poco in dieci anni. Sull’economia, come osserva Francesco Costa, Trump ha spostato il Partito repubblicano verso il centro più che verso destra: dazi, protezionismo, addio al liberismo dei tagli alle tasse dell’era Reagan e Bush. La sua vera rivoluzione è stata un’altra: si è preso il partito. Oggi un elettore su cinque si definisce “repubblicano MAGA”, e vota repubblicano al 99%. La sua ascesa è stata, paradossalmente, una questione squisitamente democratica. Quando il Partito Democratico americano si è gradualmente trasformato nel partito delle metropoli costiere, dei professionisti laureati della New Economy e della finanza globale, ha lasciato scoperto il fianco che aveva protetto fin dai tempi del New Deal di Roosevelt: la classe lavoratrice. I numeri del Cooperative Election Study sono impietosi: nel 2012 il 40% della coalizione democratica era composto da lavoratori con redditi sotto i 40.000 dollari, contro appena il 25% dei repubblicani. Nel 2024 quel divario si era di fatto azzerato. Milioni di elettori bianchi non laureati, seguiti da quote crescenti di operai ispanici e afroamericani delle aree non urbane, non sono diventati improvvisamente “ideologi di destra”. Hanno usato la scheda elettorale come un martello per segnalare che il patto democratico si era rotto.

La linea di frattura, in questi due anni, si è successivamente spostata. Non è passata tra destra e sinistra, rep o dem, ma tra chi rispetta le regole del gioco e chi le considera un ostacolo. A febbraio Trump ha detto al New York Times che nel 2020 avrebbe dovuto ordinare alla Guardia nazionale di prendere le macchine per il voto; nella sua cerchia circolava una bozza di decreto per dichiarare un’emergenza nazionale e assumere il controllo federale delle elezioni. Steve Bannon prometteva l’ICE attorno ai seggi. La Corte Suprema ha confermato che il dispiegamento della Guardia nazionale a Chicago era illegale. Gli americani hanno capito la posta e la risposta alla questione democratica l’ha data la democrazia stessa. Il giorno del voto è stato normale, i seggi aperti, le schede contate. E nella notte Trump ha detto al New York Times di essere “absolutely willing to accept” il risultato. Un contrappeso, il Congresso, torna a esistere. Non lo ha restituito un tribunale né un generale: lo hanno restituito gli elettori.

Oltre le cartoline “pittoresche”: la rivolta della Rust Belt e dell’America rurale

Spesso i media delle grandi città raccontano la provincia americana con uno sguardo coloniale e condescendente: le contee agricole del Midwest o degli Appalachi vengono dipinte come luoghi “pittoreschi”, fermi nel tempo, abitati da persone ingenue o accecate dal risentimento culturale. Allo stesso modo, la Rust Belt, la cosiddetta “cintura della ruggine”, che attraversa Ohio, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, dove un tempo batteva il cuore siderurgico e automobilistico del pianeta, viene trattata come un reperto archeologico industriale. Ma dietro il folklore ci sono comunità che fanno conti feroci con la realtà. Nel 2024 avevano consegnato a Trump la Casa Bianca e il Congresso su una promessa precisa: protezionismo intelligente per riportare le fabbriche a casa, abbattimento immediato dei prezzi al consumo e fine delle avventure geopolitiche dispendiose.

Cosa è successo nei due anni successivi?

  1. L’economia reale contro i dazi: Nelle campagne dell’Iowa, del Kansas e del Nebraska, le guerre commerciali e la crisi della manodopera agricola hanno lasciato campi non raccolti e aziende familiari sull’orlo della bancarotta, mentre i grandi conglomerati agroindustriali incassavano i dividendi del nazionalismo economico.
  2. La sanità e il carrello della spesa: Secondo il maxi-sondaggio AP-KFF dell’autunno 2026, il 90% degli elettori rurali chiedeva risposte urgenti sul costo della salute e della spesa alimentare, ma solo il 40% promuoveva l’operato economico della Casa Bianca. I tagli alla rete di protezione sociale contenuti nelle manovre fiscali del 2025 hanno finito per colpire proprio gli ospedali di provincia e i sussidi da cui dipendono le contee operaie.
  3. La stanchezza per la “cultura di guerra”: Che si tratti di tensioni militari internazionali o della “guerra culturale” permanente (culture war) combattuta a colpi di slogan identitari, polarizzazione estrema e nemici interni, l’operaio di Toledo (Ohio) o l’allevatore del Maine hanno mandato un messaggio chiarissimo: non ci appassiona più. La guerra culturale funziona come anestetico solo finché i conti tornano. Quando la bolletta sale e l’ospedale di contea chiude, diventa un insulto.

Un agricoltore del Minnesota l’ha detto meglio di qualunque analista: siamo entrati in queste guerre e “all of a sudden, our diesel prices double”.

Le voci democratiche della notte

Sei volti diversi, una stessa notte. Un cristiano progressista, un moderato anticorruzione, la prima donna nera eletta governatrice, il primo senatore musulmano, l’ex presidente e la leader della sinistra. Non si somigliano, e proprio per questo hanno vinto insieme. Basta mettere in fila i discorsi della notte per capire quanto sia larga questa vittoria.

  • In Texas, James Talarico, 37 anni, ex insegnante passato per il seminario e primo democratico eletto senatore dal 1988, ha parlato con il tono di un predicatore gentile: ha raccontato la sua corsa come Davide contro Golia e ha chiuso con una frase da manifesto: “L’odio è noioso, l’odio non può abbassare le nostre bollette” (Houston Chronicle).
  • In Georgia, Jon Ossoff, che i repubblicani consideravano il senatore più facile da battere, ha scelto invece la durezza: gli americani, ha detto, hanno respinto “la depravazione, la corruzione e l’incompetenza” di un presidente a fine corsa (NBC News), e lo hanno fatto restando uniti senza rinunciare alla chiarezza.
  • Sempre dalla Georgia è arrivata la notizia più storica: Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, è la prima donna nera eletta governatrice nella storia americana. Ha battuto un miliardario che aveva speso oltre 200 milioni di tasca propria, ha ricordato il nonno costretto a entrare dalle porte di servizio e ha detto di sentirsi in piedi su “spalle d’acciaio” (Newsweek), promettendo di governare per tutti.
  • In Michigan, Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani e primo musulmano eletto al Senato, ha risposto con ironia a mesi di attacchi islamofobi: ha ricordato a Vance che a gennaio dovrà farlo giurare, e ha trasformato il suo “Inshallah” in “Alhamdulillah”, continuando: “A tutti i genitori che hanno faticato a spiegare perché il presidente prenda apertamente in giro qualcuno per il suo nome o per il modo in cui prega: domani dite ai vostri figli che i cattivi hanno perso”.

Poi le voci nazionali. Barack Obama, con la pacatezza di sempre, ha letto nel voto la richiesta di “una politica che unisce invece di dividere” (NBC Washington), ma ha chiesto ai democratici di non fermarsi alla festa: restano due anni di Trump da arginare. Alexandria Ocasio-Cortez, che ha passato la campagna nei distretti in bilico e in quelli repubblicani, aveva già detto tutto alla vigilia: “Non possiamo esistere solo dove la nostra base esiste già”. Un predicatore, un combattente, una governatrice nera, un medico musulmano, un ex presidente e la leader della sinistra: voci diversissime, una sola vittoria.

È la gente che fa la storia

Per due anni ci siamo raccontati che certe Americhe erano perdute per sempre: le campagne, le fabbriche, i ragazzi, i latinos. Stanotte quelle stesse persone hanno cambiato idea, e lo hanno fatto nel modo più semplice e più potente che esista: votando.

In Texas James Talarico ha preso due terzi del voto latino, contro il 47% del candidato democratico al Senato del 2024 (NBC News). In Kansas un elettore di Trump su dieci ha votato democratico. In Ohio e in Pennsylvania hanno vinto un operaio metallurgico iscritto al sindacato e un vigile del fuoco sindacalista. Nessuno di loro apparteneva a un partito per diritto di nascita. Il voto non si eredita e non si possiede: si guadagna, ogni volta. E si perde nel momento esatto in cui lo si dà per scontato.

Per anni abbiamo scambiato la rabbia per un’identità. Era una domanda. Chi l’ha sfruttata ha vinto una stagione; chi ha provato ad ascoltarla ha ritrovato un Paese. Chi si sente dimenticato non chiede di essere compatito, e nemmeno di essere arringato: chiede di essere visto. La dignità non si promette dal palco di un comizio, si riconosce.

La storia non la scrivono i presidenti, né gli algoritmi, né i sondaggi. La scrive la gente quando decide che la vita che sta vivendo non è quella che le era stata promessa. È il vantaggio delle democrazie su qualsiasi altro sistema: possono correggersi. Ed è un avvertimento anche per chi ha vinto: gli stessi elettori che stanotte hanno consegnato il Congresso ai democratici, fra due anni possono riprenderselo. Stanotte l’America lo ha ricordato a se stessa, e al mondo.
In democrazia nessun potere è per sempre: è la sua promessa più bella.


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