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  • Di chi sono i nostri giorni?

    Di chi sono i nostri giorni?

    Di chi sono i nostri giorni? Dopo aver visto il nuovo capolavoro di Paolo Sorrentino, si esce dalla sala con questa domanda che continua a ronzare nella testa, così come accadeva in Parthenope con la proverbiale «è impossibile essere felici nel posto più bello del mondo» e come avveniva con l’iconico «non ti disunire» in È stata la mano di Dio.

    Il regista napoletano, con La Grazia, compie una vera e propria impresa: costruisce un film per sottrazione, più diretto e meno lirico, eppure capace di accogliere, come fossero definitivamente sedimentati, tutti i grandi nuclei del suo cinema.
    La novità sta nel modo in cui questi temi emergono: non vengono ostentati, ma si rivelano progressivamente, con naturalezza. Dai dilemmi morali de L’uomo in più, al peso dell’attesa che grava su Titta Di Girolamo in Le conseguenze dell’amore, fino alle maschere grottesche del potere nella spericolata deformazione della cronaca italiana che va da Il divo a Loro; per approdare infine alla fase più intimista, in cui figure in parte autobiografiche affrontano i propri traumi alla ricerca di una leggerezza nuova e inattesa.

    Eppure Mariano De Santis, il protagonista, non è la copia di nessuno dei personaggi che hanno abitato finora i lungometraggi di Sorrentino: è altro, pur portandone dentro, in filigrana, i temi fondamentali.

    La Grazia – La trama in sintesi

    La storia, in apparenza, è di una semplicità disarmante; eppure, come tutte le cose semplici, contiene in sé l’universale. Mariano De Santis, Presidente della Repubblica italiana, è giunto alla fine del suo mandato e si trova ad affrontare dilemmi morali laceranti: una legge sull’eutanasia, due richieste di grazia da concedere a condannati per omicidio. Ma all’interno di questo perimetro istituzionale, passo dopo passo, affiorano i dubbi dell’uomo: il tempo che fugge, le conseguenze delle decisioni, le esitazioni, le fragilità, il peso di ciò che è rimasto irrisolto nella propria vita.

    Chi è Mariano De Santis

    Mariano De Santis – uno straordinario Toni Servillo – è un giurista democristiano vedovo. E’ il Presidente della Repubblica nel semestre bianco. Il suo soprannome dice tutto della sua personalità: “cemento armato“.

    In questo nome si nasconde invece la chiave di lettura politica del film. Perché De Santis incarna una concezione della politica ormai quasi estinta: quella della responsabilità assoluta. Ogni decisione che prende può cambiare una vita, salvarne una o condannarne un’altra. E lui lo sa. Per questo pesa, soppesa, indugia. Per questo fa impazzire chi gli sta intorno, il Governo che aspetta risposte, i media che lo incalzano, persino la figlia Dorotea (una straordinaria Anna Ferzetti) che vorrebbe vederlo prendere posizione con forza.

    Ma De Santis resiste. Continua a leggere fascicoli, a rileggere articoli di legge, a non ascoltare o farsi condizionare. Sorrentino, con una lucidità che lascia senza fiato, ci fa capire che quella lentezza è una parte della democrazia. È il tempo necessario perché il resti solo l’essenziale. Persino la tanto vituperata burocrazia si rivela utile, non come ostacolo ma come filtro. Un argine contro la tirannia dell’impulso.

    In un’epoca di tweet incendiari e dichiarazioni estemporanee, La Grazia ci restituisce l’immagine di un leader che sa che governare significa innanzitutto non fare danni. Riconosce che l’immobilismo può essere codardia, certo, ma anche l’unica difesa contro l’azione irriflessa. Il film insomma, senza essere didascalico ci spiega la natura profonda del diritto: quella stratificazione di norme, quella complessità molte volte inconcepibile esiste per rallentare chi ha fretta di decidere sulla pelle degli altri.

    Il dubbio come forma d’amore

    Le due richieste di grazia su cui De Santis è chiamato a pronunciarsi sono di una complessità morale devastante – No spoiler. Queste ci portano a riflettere su domande profonde.

    Si può uccidere per amore? Si può essere graziati senza pentimento? Dove finisce la giustizia e dove comincia la pietà?

    Ma soprattutto: “chi è autorizzato a decidere quando l’umano diventa insopportabile?

    Sorrentino non offre risposte, ed è un pregio del film. Invita a riflettere. Non vuole imporre il suo punto di vista, ma sottolinea la necessità della domanda e l’esigenza della ponderazione nel tempo delle certezze immediate e granitiche.
    Insomma, La Grazia rivendica il diritto sacrosanto all’esitazione. Il dubbio, così facendo, diviene l’unica postura etica possibile di fronte alla complessità irriducibile del reale.

    I Rapporti familiari: I figli come specchi, il rap come ponte

    Dorotea vorrebbe dal padre il coraggio della rottura. Vorrebbe vederlo firmare quella legge sull’eutanasia, concedere quelle grazie impossibili, lasciare un segno forte nella Storia. Ma De Santis esita, procrastina, pesa. E lei non lo capisce, o forse lo capisce fin troppo bene: riconosce in quel rigore la stessa distanza affettiva che ha caratterizzato il loro rapporto. “Ti conosco molto poco”, gli dice a un certo punto. E in quella confessione c’è tutto il dolore di una figlia che ha avuto un padre troppo occupato a essere Giurista/Politico/Presidente prima di essere padre.

    Riccardo, l’altro figlio, ha scelto l’esilio volontario: vive in Canada, lontano da tutto e da tutti. Qui c’è forse il coup de theatre più improbabile del film. De Santis cerca di raggiungerlo attraverso il canale più improbabile: il rap. Ascolta Guè, impara i versi di “Le bimbe piangono”, cerca di decifrare quel linguaggio generazionale che gli è estraneo. È un gesto goffo, commovente nella sua inadeguatezza. Un padre anziano che cerca di costruire un ponte verso un figlio volutamente distante usando parole che non sono le sue.

    Sorrentino costruisce questi rapporti familiari con una delicatezza inaudita. Sono carezze nell’anima o pugni nello stomaco. Descrive le distanze, i vuoti, i gesti mancati, i silenzi che diventano tempi lunghi nella regia del film.

    In tutto questo appare, come una presenza costante nel film e nei pensieri di De Santis, l’amore per la moglie defunta e la gelosia per un tradimento avvenuto 40 anni fa. Qui le riflessioni e la ricerca personale si mescolano con le domande che deve porsi il Presidente della Repubblica. Il limite di separazione, imperativo categorico nel palazzo, diventa una sottile linea di sabbia nell’anima e nella mente.
    Anche l’amore diventa pervaso dal tempo e dal dubbio, i temi trasversali del film. Non c’è amore romantico, nè erotico nella pellicola. L’amore ripercorre le tappe del film: è processuale, dubitante, faticoso ma profondo. E’ continuare ad amare una moglie morta che (forse) ti ha tradito. È amare la complessità impossibile della vita, con tutte le sue contraddizioni che non troveranno mai risposta.

    Leggerezza e gravità: la dialettica impossibile

    Il tema della leggerezza attraversa La Grazia come un’ossessione ineludibile. “Sei mai stato leggero?” chiede Dorotea al padre, e la domanda risuona come una beffarda condanna per chi ha passato la vita a essere “cemento armato”. De Santis stesso scherza con l’amica Coco, ironizzando definendosi “uno degli argomenti più noiosi del mondo” – eppure è proprio quello di cui ha disperatamente bisogno e nello scorrere del film lo comprende. Il presidente guarda affascinato le immagini dell’astronauta in orbita, quella lacrima sospesa nello spazio dove non c’è gravità, dove tutto fluttua libero. L’assenza di gravità diventa metafora perfetta della leggerezza cercata: non fuga né superficialità, ma liberazione dal peso che schiaccia. Il regista costruisce un’intera metafora esistenziale: da un lato il peso del potere, della responsabilità, della coscienza che “grava” inchiodando De Santis alle sue funzioni; dall’altro il sogno dello spazio, quella dimensione in cui finalmente ci si può permettere di essere fragili senza crollare. Non a caso nel finale dopo non aver più incombenze istituzionali chiede di essere libero di tornare a casa a piedi e di mangiare una pizza.
    La grazia confina proprio con la leggerezza.

    La grazia verso se stessi

    Il titolo del film ha una molteplicità di significati che si dispiegano progressivamente. C’è la grazia giuridica, quella che il Presidente può/ non può concedere ai condannati. C’è la grazia estetica della regia e dell’ambiente in cui viene costruito il film, c’è la grazia divina, evocata nel rapporto con il Papa descritto con quella vena eccentrica sorrentiniana, ma soprattuto c’è la grazia verso se stessi ( ” non bisogna amare nessuno più di se stessi”).
    Quella clemenza che De Santis deve imparare a concedersi nel finale del film e che anche sua figlia deve imparare a concedersi per ricercare la felicità.

    La decisione finale (o: quando il coraggio significa sorprendere)

    Non svelerò qui le scelte che De Santis compie alla fine del suo mandato. Sarebbe scorretto verso chi non ha ancora visto il film. Ma posso dire questo: sono decisioni che spiazzano tutti. Il governo, la figlia, l’opinione pubblica. Decisioni che Dorotea definisce “spericolate” da un punto di vista giuridico, proprio perché si spingono al limite di ciò che la legge consente.

    E qui si rivela il senso profondo del personaggio: non è un codardo, “cemento armato”. È uno che per tutta la vita ha avuto il coraggio di aspettare il momento giusto. Che ha resistito alle pressioni, alle tentazioni della presa di posizione facile, alla seduzione del consenso immediato. Per poi, alla fine, compiere gesti che hanno la radicalità di chi ha davvero riflettuto.

    Quindi di chi sono i nostri giorni?

    Di chi sono i nostri giorni? La risposta che La Grazia ci sussurra è semplice e rivoluzionaria: sono nostri.
    Se non ti disunisci, se impari a guardarti davvero, puoi tornare in possesso del tempo che vivi anche nel posto più bello del mondo. Altrimenti i giorni diventano di altri: dei ricordi che non elabori, delle aspettative che non hai scelto, di un presente che ti attraversa senza chiedere permesso.
    I nostri giorni appartengono alle scelte che compiamo, anche quando ci costano tutto. Alla ricerca ostinata della felicità, al coraggio di inseguire le proprie aspirazioni quando sarebbe più facile arrendersi. Appartengono alla capacità di riconoscere la bellezza negli altri e nella vita, anche quando tutto sembra grigio. Alla resistenza contro la banalità del quotidiano e la superficialità imperante. I nostri giorni sono nostri quando finalmente ci concediamo la grazia: quella di essere umani, imperfetti, ma finalmente liberi.

    Perché la libertà non è un privilegio della giovinezza e perchè sono solo le passioni che per definizione non possono essere tiepide che ci possono condurre alla felicità. Sono le uniche cose che restano quando tutto sembra perdersi. È qualcosa che si conquista, passo dopo passo, decisione dopo decisione, grazia dopo grazia.