La dimensione sociale odierna della rinuncia alla felicità
Uno dei paradossi dei nostri tempi è che la felicità fa spesso più paura dell’infelicità. Perché questa, per quanto ingiusta, è conosciuta. La felicità no. È incerta. Fragile. Chiede di credere che le cose possano andare diversamente.
Molte persone hanno paura della felicità perché sono state educate alla rinuncia, da un sistema o dagli eventi della vita. Non desiderare troppo. Non sperare troppo. È una sopravvivenza emotiva che ha un costo altissimo: una vita vissuta in sottrazione.
La paura della felicità nasce spesso dal timore di perderla. E’ la società del precariato. Chi lo ha sperimentato sa che tutto può finire. C’è poi una responsabilità collettiva, totalmente politica, in questa paura. Una società ingiusta non solo limita le possibilità materiali di essere felici, ma agisce anche sull’immaginario.
La politica della felicità
La politica del nostro tempo, dal canto suo, ha guidato questo processo degenerativo, lavorando alacremente per rimuovere dal proprio lessico la parola felicità. Ne ha conservata un’altra, invece, e la usa senza tregua: paura. Paura dell’altro, del futuro, del cambiamento, della povertà che incombe come una colpa individuale anziché come una questione collettiva. La destra ha costruito su questo terreno una parte decisiva del proprio consenso, trasformando l’insicurezza in ideologia e l’ansia verso l’altro, il diverso, in strumento di governo.
Ma una politica alternativa, se vuole tornare a essere necessaria, deve fare l’opposto: smontare la paura e rimettere al centro la felicità possibile, concreta, condivisa. Una sorta di felicità giusta.
Parlare di felicità non è un esercizio astratto né una fuga dalla realtà. Per la sinistra, la felicità è una questione profondamente materiale e politica. Ha a che fare con il lavoro e la sua dignità, con il tempo sottratto alla precarietà e restituito alla vita, con la salute, l’istruzione, il diritto a una casa, con relazioni sociali non schiacciate dalla competizione permanente. La felicità come progetto politico non è utopia naïf, è concretezza: salari dignitosi, tempo liberato, servizi universali, welfare robusto. Sono le condizioni materiali della felicità possibile. Nessuno può essere felice in una società attraversata da disuguaglianze strutturali, dove pochi accumulano troppo e molti vivono nell’incertezza cronica.
La paura, al contrario, è il grande anestetico del presente. Quando hai paura accetti ciò che non dovresti accettare: salari insufficienti, diritti ridotti, esistenze sospese, la privatizzazione dei servizi essenziali. Privazioni della speranza e dei sogni. Accetti che la rabbia venga indirizzata verso chi è più fragile, invece che verso chi concentra in maniera bulimica potere. Accetti una politica che rinuncia a trasformare e si limita ad amministrare, molte volte male, l’esistente.La paura disincentiva e diventa l’anticamera o della rabbia o della rassegnazione. Spegne i sogni e le speranze.
Se ci pensiamo, la sinistra è nata proprio come risposta a una paura radicale: quella di una vita condannata allo sfruttamento e alla miseria. Ma non ha mai promesso solo protezione. Ha promesso emancipazione. Sicurezza. Libertà. Un’esistenza che non sia sopravvivenza, ma dignità e sogni. Eppure negli ultimi decenni ha spesso risposto alle paure solo con la “gestione del peggio”, senza riuscire a proporre un orizzonte veramente desiderabile. Ha difeso l’esistente più che immaginare il possibile.
Siamo tornati dopo troppo tempo a pronunciare parole come giustizia sociale, redistribuzione, uguaglianza. Dobbiamo renderle una concreta alternativa. Immaginare un futuro migliore e diverso non può essere derubricato a un semplice atto di ingenuità. Perchè le ingiustizie sono evidenti. Crescono le disuguaglianze economiche e territoriali. Il lavoro si frammenta, si impoverisce, perde senso. I giovani vivono in un eterno rinvio del futuro. Le donne continuano a pagare un prezzo altissimo in termini di salario, carichi di cura, violenza di genere. Interi territori vengono svuotati o abbandonati. In questo scenario, limitarsi a gestire la paura significa arrendersi.
Dopo anni di precarietà, di rinunce, di aspettative sistematicamente abbassate, ci si abitua all’idea che “più di così non si può”. La paura diventa una condizione normale, quasi rassicurante. L’accontentarsi viene scambiato per realismo, mentre è solo rassegnazione. Si smette di desiderare davvero, perché desiderare espone al rischio di restare delusi.
In questo modo l’ingiustizia compie il suo capolavoro: non opprime soltanto, ma educa alla rinuncia. Convince che la felicità sia eccessiva, fuori luogo, persino sospetta. Che sia destinata solamente a qualcuno. Quel qualcuno che spesso la utilizza come una clava.
E invece è vero il contrario. A volte la politica dovrebbe avere il coraggio di dire che non basta sopravvivere, che non basta difendere il poco che resta. A volte si dovrebbe volere la luna. Non come illusione infantile, ma come gesto radicale di dignità. Perché solo chi osa desiderare può smettere di difendere l’esistente e iniziare a cambiarlo. L’accontentarsi è sempre funzionale a chi governa l’ingiustizia. La felicità esigente, quella che pretende condizioni materiali e dignità, è invece sovversiva per natura.
La felicità è anche una questione di tempo e di senso. Tempo per vivere, per amare, per partecipare, per prendersi cura. Una società che ruba tempo alle persone è una società infelice e ingiusta. Ridare tempo significa ridare potere. Significa rompere l’idea che il valore di una persona coincida con la sua produttività. Significa restituire alle persone la possibilità di esistere pienamente, non solo di funzionare.
Ma c’è un altro elemento da aggiungere: la felicità collettiva non è la somma di felicità individuali. È qualcosa di qualitativamente diverso. Nasce dalla solidarietà, dalla partecipazione, dal sentirsi parte di qualcosa di più grande. E questo è radicalmente incompatibile con una società che atomizza, che mette tutti in competizione, che trasforma ogni relazione in transazione, ogni spazio pubblico in luogo di consumo. Una politica della felicità è anche una politica delle relazioni, del tessuto sociale, dello spazio comune come luogo di incontro e non di mero passaggio.
Torniamo ad immaginare
Forse la sfida più grande, oggi, è offrire un orizzonte desiderabile, non solo un argine al peggio che viviamo con la peggiore destra al Governo. Torniamo a parlare alle persone nella loro interezza: non solo come individui spaventati da proteggere, ma come cittadini capaci di speranza, di desiderio, di costruzione collettiva.
Immaginare tutto questo, oggi, è davvero un atto sovversivo. E la politica ( ma forse anche le persone) ad ogni livello, dal locale all’Europeo, dovrebbe ripartire proprio da qui: non solo da cosa vuole evitare, ma da cosa vuole costruire. Dalla ricerca di un antitodo contro l’apatia più profonda.
In un tempo che ci vuole rassegnati, non c’è nulla di più radicale che rivendicare il diritto alla felicità contro ogni ingiustizia. Non la felicità individuale del consumatore soddisfatto, ma quella condivisa di chi costruisce insieme un mondo più giusto. La felicità degli orizzonti condivisi.

