EcoSportivamente: il podcast dedicato allo sport e alla sostenibilità

Sport e sostenibilità

In questo periodo ho collaborato attivamente alla nascita di alcuni progetti podcast, a tematica sportiva.  Il primo è EcoSportivamente, un progetto in collaborazione con Green Italia che punta a far conoscere storie sportive di sostenibilità.


Esiste un rapporto tra sport, sostenibilità e società? E’ possibile utilizzare il mondo ed i campioni dello sport per divulgare tematiche green, specie tra le giovani generazione? Qual è il legame tra sport e ambiente? Cosa può fare il mondo dello sport per sensibilizzare le persone ad una maggiore attenzione verso il creato?

Data la vastità del tema, le “puntate” saranno raggruppate in diverse macrotematiche:

  • Campioni della sostenibilità
  • Sport e Responsabilità Sociale d’impresa
  • Beni comuni, sport e comunità
  • La gestione delle grandi competizioni internazionali
  • Economia Circolare ed Efficienza Energetica nel mondo dello sport
  • Sport e turismo sostenibile. Vie d’acqua, cammini e cicloturismo

Ecosportivamente: l’intervista a Matteo Miceli


Durante la prima puntata, ho avuto il piacere di intervistare il velista romano, Matteo Miceli. La sua impresa ha avuto inizio il 19 ottobre 2014 alle ore 12 presso il porto Riva di Traiano di Civitavecchia. Matteo quel giorno è partito per circumnavigare il globo. Da Roma a Roma senza assistenza e senza scalo, in completa autonomia, alimentare ed energetica. L’imbarcazione, Eco 40, è stata da lui pensata e costruita. Da questa incredibile avventura è venuta fuori un’intervista davvero interessante e stimolante.

E’ venuta fuori un’intervista davvero interessante, stimolante ed utile per riflettere su molte tematiche legate alla salvaguardia del mare e degli oceani.

100 anni del Pci: l’oggi e il noi

E’ stato emozionante oggi scorrere la timeline di Facebook: ragazze/i, coetanei, adulti ed anziani tutti hanno voluto esprimere un pensiero su un compleanno che è evidentemente storia collettiva del Paese: i 100 anni del Pci. Pensieri “lunghi” e storie di tutti i giorni. Pensatori, padri e madri della patria e le storie di chi quel partito l’ha fatto e l’ha vissuto: le compagni e i compagni. Ognuno con il suo ricordo personale, con il suo aneddoto, con la sua vicenda personale immersa in quella collettiva.

Per me il Pci sono i ricordi di mia madre che mi racconta le discussioni tra mio Zio, Comunista, ed il resto della famiglia, prima di lui democristiana, sono dei biglietti della festa dell’Unità con i quali si sono conosciuti i miei genitori, sono i libri che mi ha regalato 10 anni fa Gianni sulla Storia del Partito, sono gli insegnamenti appassionati di Giovanni che mi ha ha raccontato del suo Pci (fin dalla prima chiacchierata di 3 ore fatta per strada), è il primo evento pubblico che abbiamo organizzato.

Allora mi è venuta in mente una domanda, si può essere nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto? Il destino ha voluto che sia nato nel dicembre del 89. Il muro già non c’era più. Berlinguer se ne era andato già da qualche anno. Si preparava “la svolta” e probabilmente si gettavano le basi per le divisioni che sarebbero avvenute nel corso degli anni. Ogni circolo si interrogava sul glorioso passato ma soprattutto sul futuro, come ci ha ricordato “Nanni Moretti” ne “La Cosa”.

Estratto da “La Cosa” di Nanni Moretti

Tornando alla domanda, la risposta è sì. Perché al netto degli errori, delle mancanze, della rigidità, appare evidente che essere militante ti faceva appartenere ad un noi. Un noi che non era la somma di tante personalità ed esigenze individuali, ma era un orizzonte collettivo e popolare. Lo rimpiangiamo perché ne sentiamo la mancanza. Ora. Sempre di più, perché vediamo intorno a noi una politica incapace di dare una direzione alla società, decisa solamente quando si tratta di difendere interessi particolari e mai generali, diventata, quando va bene delega ma più banalmente tifo. Basta guardare allo spettacolo degli ultimi giorni.

Un partito non è un cartello elettorale. Un partito non è la somma di buone idee. Un partito non è un’associazione. Un partito non si identifica solamente con il potere o con il Governo. Non è il fine ma è il mezzo per cambiare e migliorare la vita delle persone. Un partito deve rappresentare le istanze popolari e di un territorio. Di tutto questo oggi ne sentiamo la mancanza.

100 anni del PCI: le sfide di oggi

Quali sono gli obiettivi sui quali dovremmo ragionare oggi. Ci viene incontro direttamente il segretario più amato, Enrico Berlinguer. E’ il 1983.

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo

Tutte queste questioni oggi sono più vive che mai. Sono tutte sul piatto. Si sono amplificate di fronte a noi ma troppo spesso ci sentiamo troppo piccoli per affrontarle. Manca “il noi” del punto precedente e difettiamo di organizzazione, altra parola chiave che dovremmo portarci dal passato.

E’ cambiata la società, sono mutati i tempi, resta, invece, intatta la necessità di combattere affinché questo mondo sia un po’ più giusto o semplicemente di impegnarci per averlo ancora un mondo tra 100 anni. Un degno regalo di compleanno per celebrare questa data così significativa sarebbe una riflessione profonda con l’obiettivo di riflettere sulle condizioni utili e necessarie per (ri)dare un pensiero collettivo ed un’azione concreta sulle questioni del domani.

Assalto al Campidoglio: 6 brevi considerazioni

Assalto al Campidoglio – E’ passato qualche giorno dalle incredibili immagini che hanno battezzato il 2021: i suprematisti irrompono al Campidoglio. Sgomento, paura, rabbia, indignazione, per tutte e tutti, sono state le reazioni a caldo. Un film distopico? Una serie uscita troppo bene da sembrare vera? No, è la realtà o meglio una pagina di storia, brutta e pericolosa. La storia, però, va analizzata non solo commentata, altrimenti si confondono le cause e gli effetti, i come ed i perché, il particolare con il generale.

  1. Cosa spinge quelle persone a compiere gesti del genere? Cosa porta delle persone a vivere in un mondo parallelo, in cui complottismo e posizione antiscientifiche si mescolano in un maionese impazzita? 40 anni in cui l’unica ideologia è stata quella del denaro, dell’arricchimento, della predominanza della finanza speculativa, dell’io sempre e costantemente prima del noi, dell’idea che il “pubblico” fosse il demonio, del dogma in cui la stesso concetto di socialità è stato svuotato di ogni significato. Sei povero? E’ colpa tua. Non riesci a costruire la vita dei tuoi sogni? Sei un misero fallito. Non hai dei diritti? E’ colpa del nero che vuole sottrarti quei diritti e che si lamenta. Hai perso il lavoro? Mi dispiace ma non possiamo farci nulla. Hai perso la casa? Se non lavori. Hai dei problemi di salute e non puoi curarti decentemente? Se nella vita non hai mai lavorato. La perversa follia di Trump non è stata la causa di queste proteste, ma il mezzo. Il “Make America Great Again” ha prima illuso questi milioni di persone e poi incendiato la loro voglia di rivolta.
  2. Trump. Trump è un miliardario arrogante e come tutti i miliardari arroganti pretende di essere sopra le leggi ed i regolamenti. Per quelli come lui, la politica e le istituzioni sono intralci. L’uomo forte che non può perdere mai. L’audio di una settimana fa è illuminante in tal senso: mancano dei voti? Troviamoli. Cetto La Qualunque avrebbe detto coloriamo le schede.
  3. Le conseguenze del trumpismo. L’indebolimento delle istituzioni americane ed internazionali. Lo stretto rapporto ideologico con la polizia federale ( fondamentale il non intervento). L’aumento delle tensioni nella società americana. L’irresponsabilità di buttare benzina sul fuoco di questi problemi, dopo le elezioni. Rabbia, paura, senso di sentirsi soli ed imbrogliati dal mondo globale.
  4. E Adesso? Cosa succederà adesso. La facile illusione di sistemare tutto in poco tempo è utile a riempire gli editoriali. I processi sociali hanno bisogno di tempo. C’è bisogno di riassorbire questo malessere, di creare un mondo più inclusivo che risponda in maniera diversa alle domande poste al punto 1. Nuovi modelli culturali. Nuovi modelli sociali da pensare e mettere a terra, non solo nelle grandi città ma anche nelle periferie rurali. Non serve biasimare. Non serve condannare da un piedistallo o da un attico di New York.
  5. Il modello americano e noi. Siamo davvero così convinti che l’America sia il modello da democrazia da seguire, in tutto e per tutto? Le pagine di storia, compresa quella di pochi giorni fa, ci dicono altro.
  6. Il blocco Social. Attenzione. Oggi i social hanno più potere delle televisioni negli anni 90. Chi ha una carica pubblica e/o si occupa di politica lo sa perfettamente, meglio di chiunque altro. Pensiamo, solamente per fare un esempio recente, alle comunicazioni quotidiane che avvengono sul Covid. Serve un controllo sulle informazioni che passano su queste piattaforme? Sì, certamente sì. Il punto, però, è un altro. Chi decide questo controllo? La logica aziendale e di mercato ci porta a rispondere con il proprietario della piattaforma. Se, però, guardiamo alla visione politica/istituzione/governativa che Facebook,Twitter, Instagram hanno assunto capiamo che c’è un forte e preoccupante sbilanciamento di potere. Questo è un tema serio, molto più di Trump.

P.s Chi in Italia paragona le violenze tra il Black Lives Matter e l’assalto al Campidoglio di pochi giorni fa è in e evidente malafede. Da una parte non si riconosce il risultato delle elezioni, dall’altra si manifesta contro l’uccisione di un innocente. Precisazione che nell’Italia del 2021 diventa necessaria.

Frosinone – Biodigestore, interviene Green Italia

Nel dialetto popolare c’è un proverbio che recita più o meno così: “Quando una persona è stata pizzicata da una vipera, ha paura anche della lucertola”. Il senso del detto è facilmente intuibile: quando una persona ha vissuto/ sta vivendo un problema drammaticamente serio e pericoloso sulla propria pelle, anche una situazione che non riscontra grosse problematiche viene vissuta con ansia e paura. In maniera non razionale. Se trasliamo il discorso e riportiamo tutto al tema della sostenibilità ambientale, potremmo dire chi da anni subisce un attacco duro, profondo, continuo sotto questo fronte (Inquinamento della Valle del Sacco, Discariche, Termovalorizzatori) ha una reazione eccessiva davanti anche all’impiantistica necessaria per sviluppare l’economia circolare.

Biodigestore Frosinone - La nota di Green ITalia
Nota Pubblicata sul Quotidiano L’Inchiesta

L’economia Circolare e i biodigestori


Con molta chiarezza dobbiamo esprimerci su un punto. Economia Circolare vuol dire anche costruire impianti. Aumentando, si spera sempre di più, la percentuale di raccolta differenziata negli anni, i biodigestori diventano impianti necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti. Senza impianti non restano che discariche e termovalorizzatori. Senza impianti non c’è riciclo e recupero. Dalla frazione organica lavorata nel biodigestore è possibile ottenere sia bio-metano che sostituisce quello di origine fossile, sia compost di qualità. Non è scontato ricordare che se vogliamo passare ad una società free-carbon, dobbiamo sostituire le fossili con le rinnovabili.
Possiamo anche comprendere le paure iniziali dei cittadini che in tanti e troppi casi hanno già dato sul tema, ma è proprio su questo punto che dovrebbe intervenire l’associazionismo di settore e la politica, prendendo posizioni scientifiche e non complottistiche. Quello che è accaduto nell’ultima settimana, invece, è l’esatto opposto: talune associazioni, invece di spiegare scientificamente la differenza tra le diverse tecnologie e tra i diversi tipi di impianto hanno creato confusione, accusando in maniera diretta il circolo di Legambiente di Frosinone e l’Associazione Nazionale, avanzando illazioni strumentali, da caccia alle streghe o se preferite alle scie chimiche. Un vero e proprio avvelenamento dei pozzi, sul quale come circolo locale di Green Italia non possiamo e non vogliamo tacere. È l’ultima cosa di cui ha bisogno questa Provincia, davvero dannata per le problematiche riguardanti il ciclo dei Rifiuti. “Una corsa che si deve fermare perché altrimenti si casca male e a Frosinone malissimo, perché il Dottor Stefano Ceccarelli, non è solo un galantuomo, ma un monaco dell’ambiente, di rito ortodosso e da decenni – spiega l’attivista, Armando Mirabella. Potrebbe essere contemporaneamente il nonno, il padre e il fratello di Greta Thunmberg.


E’ necessario aprire una riflessione sul ciclo dei rifiuti in provincia

Specificato questo punto, per noi inderogabile, si può aprire una discussione seria sulla localizzazione dell’impianto, sui criteri di valutazione della Regione, sulla quantità di rifiuti trattati, sull’elevato numero di progetti dello stesso tenore in un’area ristretta, sulle politiche di gestione del biodigestore, sul come si vuole migliorare un ciclo dei rifiuti che in questa provincia svuota le casse pubbliche ed arricchisce i privati, su come il nuovo piano dei Rifiuti impatterà l’intera provincia, da Fiuggi a San Vittore, sulle discariche autorizzate e su quelle non bonificate disseminate lungo l’asse provinciale. Insomma, sulla pianificazione e sulla progettazione che latitano da sempre sotto questo punto di vista.
Se non bastasse si potrebbe parlare del problema dell’amianto ancora troppo presente nelle nostre campagne, dell’efficientamento energetico degli edifici pubblici, di una mobilità sostenibile e leggera. Traducendo si potrebbe parlare di come intendiamo consegnare questo pezzo di mondo, che resta bello ed autentico, a chi verrà dopo di noi, magari aprendo un tavolo di confronto continuo e trasparente. Per farlo, però, occorre la serietà e non l’illazione, occorre la scienza e non il sensazionalismo, occorre studiare e non improvvisare, occorre, sicuramente anche combattere, unendo il cuore al cervello e non la pancia alla gola.

Green Italia – Provincia di Frosinone

L’emergenza Covid e la coperta troppo corta

Stanchi. Preoccupati. Sembriamo tutti caduti nel romanzo di Josè Saramango, Cecità. Procediamo ad occhi chiusi, a tentoni, mentre il virus propaga nelle città.

“Il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita.”

Josè Saramango – Cecità

La realtà è che nessuno sa come usciremo da questa drammatica situazione che stiamo vivendo. Non sappiamo come né usciremo sanitariamente, economicamente e socialmente. In questo tempo di domande, alcuni, riescono a sputare sentenze ogni giorno, più volte a giorno, riuscendo a dire tutto ed il contrario di tutto, sempre con una fottuta convinzione. Beati Loro.

L’unica certezza, per me, da cittadino è quella di procedere giorno dopo giorno. Adattarsi. Capire cosa è essenziale e cosa, per quel giorno, è superfluo. Ed è una fatica enorme. Aggrapparsi per non cadere e scivolare.

Siamo spalle al muro: con un’emergenza sanitaria che viaggia verso la sua Cima Coppi e un’emergenza economica che ci attende alla fine della strada. Saranno solamente i numeri quotidiani che ci diranno se si eviterà un nuovo lockdown più o meno generalizzato. E’ del tutto evidente che lockdown o meno, se non ci sarà una situazione sanitaria stabile non potrà mai esserci una vera e propria ripresa economica. Questo va detto a chiare lettere.

Politicamente, invece, siamo di fronte ad una coperta troppo corta. Si pagano e si scontano gli errori dei decenni passati, sia a livello sanitario, sia a livello economico. Si poteva programmare meglio nei mesi passati, certamente sì: trasporti, tracciamento e tamponi, sopratutto. Aver pensato alle distanze tra i banchi per mesi e non aver pensato a come i ragazzi arrivassero in classe, è un’offesa all’intelligenza. Certamente, però, migliaia di infermieri non si fermano in 5 mesi. Certamente, però, la mobilità delle nostre città, non cambia in 3 mesi estivi. Certamente, i processi sociali che infiammano i quartieri popolari non nascono nell’ultimo anno. Certamente, non aiuta chi per guadagnare consensi, ha detto tutto ed il contrario tutto, soffiando su quella cenere incandescente.

Non c’è bisogno, invece, di arroganza comunicativa. Ci deve essere la tutela della salute pubblica, prima di tutto. Deve esserci la capacità di ascolto e quella di risoluzione dei problemi, dopo, per interi settori. Non è semplice ma magari, prima di annunciare chiusure totali o parziali, sarebbe il caso di procedere, nero su bianco, con i sussidi per quelle persone che non possono lavorare. Alla stessa maniera c’è bisogno di vedere realmente applicate le norme ed i divieti, altrimenti un commerciante che vede chiusa la sua attività avrà le sue sacrosante ragioni a protestare. A proposito delle proteste, occhio a non banalizzare. A dire che sono tutti criminali. Certamente, a Napoli, c’era anche gente poco raccomandabile ed, ovviamente, senza se e senza ma vanno condannate le violenze alle forze dell’ordine e ai giornalisti, ma pensare che in piazza ci fossero solamente fascisti e camorristi è un errore che non possiamo permetterci, ora e in futuro. Come dicono quelli bravi, “rischiamo la tenuta del Paese”, questa volta per davvero, aggiungo io.

Caszely, Allende e Pinochet

Caszely abbraccia Salvador Allende

Caszely e la partita fantasma

Prima scena. Una delle immagini più incredibili di sempre viste su un campo da calcio. Ci sono 15 mila spettatori. Ci sono militari intorno al campo. C’è un dittatore sulle tribune. Ci sono 11 giocatori. Non ventidue, ma solo e soltanto 11. C’è un pallone. Iniziano a giocare, da soli, e segnano un goal simbolico. Su quel campo dovevano esserci i giocatori dell’Unione Sovietica che decisero di non presentarsi: “Su quel campo noi non giochiamo”. No, non c’entra nulla la struttura dello Stadio, il manto erboso o l’altura, come può capitare in alcuni luoghi del Sud America. I giocatori sovietici in quello stadio non vogliono mettere piede perché ci troviamo in Cile ed è il 21 novembre del 1973. E’ lo spareggio per accedere ai mondiali della primavera successiva. In quello stadio, il Generale Augusto Pinochet fino a poche settimane prima aveva torturato e massacrato oppositori politici, giornalisti, donne e uomini cileni. Praticamente, chiunque non fosse dalla sua parte.

Il nostro protagonista, negli spogliatoi, si sente male per la vergogna. Vomita. Per lo schifo di quella parata a cui non è riuscito a sottrarsi, ma giura che è l’ultima volta che dirà sì.

Quando Caszely incrociò le braccia davanti a Pinochet

Secondo atto. Iniziò giugno del 1974. La nazionale cilena sta per partire per i mondiali di calcio tedeschi del 1974. Quelli dell’Olanda di Crujff e della Germania di Beckhenbauer. Una delle edizioni più belle e significative di sempre. Prima di partire il Generale vuole salutare la squadra, ed è, anche avvisato, del caso particolarmente spinoso di un’attaccante, non propriamente allineato al regime. Il generale prosegue e saluta i giocatori, fino a quando arriva di fronte a quello che in Cile chiamano il “Re del metro quadrato”, per la sua abilità finalizzativa nell’area di rigore. Se preferite il soprannome spagnolo, “El Dueno de l’Area chica” (il padrone dell’area piccola).

Si fermano. Si guardano. Si scrutano. Il tempo si ferma e gli attimi diventano secoli. Carlos Humberto Caszely, figlio di padre ungherese, amico di Salvator Allende, incrocia le braccia. Non allunga la mano. Trova quel coraggio che non aveva avuto in precedenza. In quei secondi sicuramente penserà ai suoi familiari, ai suoi amici, alle conseguenze di quel gesto. La sua dignità gli impone di non stringere quella mano, bagnata di sangue e di morte. Se fosse un film ci sarebbe la musica da duello West di Ennio Morricone. Ma diavolo no, non è un film. Caszely dice no, per i suoi compagni ammazzati, per il Presidente Allende, per le donne torturate dai generali cileni. Dice no e ce ne vuole di coraggio. Ce ne vuole tanto, forse troppo per noi comuni mortali. Eppure, Carlos Humberto Caszely, figlio di mamma Olga, nato a Santiago del Cile, il 5 luglio del 1950, vissuto nel barrìo popolare di San Fernando, dice no e ci ricorda, una volta di più che sono gli uomini che fanno la storia. Sono le decisioni di chiunque ad incrinare il tavolo degli eventi.

Caszely e Salvador Allende

La terza immagine ci porta indietro nel tempo. Nel giugno del 1973, Caszely gioca nel Colò Colo, la squadra cilena più forte e conosciuta. I cileni sono impegnati nella finale di Copa Libertadores, La Champions League Sud America (Competizione che si chiama in questo modo per omaggiare il “Libertador”, Simon Bolivar, ma questa è un’altra storia). Allende e Caszely si trovano uno di fronte all’altro ed il Presidente a chiedere una foto. Il simbolo della squadra, l’attaccante del popolo che abbraccia il Presidente. Il ragazzo del quartiere popolare che continua a studiare (“non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti”) che ai tempi del Liceo scopre l’amore per la politica e diventa “militante” per Allende e le sue “Unidad Popular”, da una parte.  Dall’altra c’è lui, Salvador Allende. Antonio SKÁRMETA su Repubblica, nel 2013 lo descrive in maniera esemplare.

“Salvador Allende non era un guerrigliero che un giorno scese dalla montagna, non era un profeta visionario che sbarcò da un’arca con angeli armati fino ai denti, e non era nemmeno un poeta fuori dal mondo che confondeva le nuvole con i carri armati. Era la cosa più simile che ci fosse a un cittadino comune. Non un’apparizione improvvisa, ma una persona che stava tutti i giorni lì dove doveva stare….Per i cileni la sua “rivoluzione” non era l’esercizio della violenza per “far partorire” la storia, ma la paziente, laboriosa lotta di una vita per conquistare, nel 1970, la presidenza della Repubblica che gli avrebbe consentito di dare forma al sogno suo e della società che rappresentava: promuovere un socialismo democratico – con tutte le libertà permesse- differente dai socialismio comunismi esistenti nel mondo. Con espressione fin troppo folcloristica Allende la chiamò «una rivoluzione che sa di empanada e vino rosso»”

Il sogno di un socialismo democratico, raggiunto con mezzi pacifici. Un paese felice. Un popolo che riacquista la sua autonomia ed indipendenza dalle potenze straniere. Per tutti questi motivi, La Cia Finanziò Pinochet. Per tutti questi motivi, “la più grande democrazia occidentale” finanziò un sanguinoso dittatore e gettò tra le sue braccia un popolo intero. Quell’utopia diventata realtà non poteva continuare ad esistere.

La vittoria del “NO” e la fine di Pinochet

L’ultimo frame che utilizzerò per concludere questa storia è la partita di addio al calcio di Caszely. Una partita che diventò un’immensa manifestazione contro la dittatura. I tempi stavano cambiando. Da un tunnel lungo e buio, si iniziava di nuovo ad intravedere la luce. Luce che diventa abbagliante quando il popolo cileno, il 5 ottobre 1988, votando NO, al referendum sbarra la strada alla dittatura cilena.

Il referendum è raccontato splendidamente nel film “No- I giorni dell’arcobaleno”. Chi l’ha visto ricorderà che la chiave di volta per raggiungere la vittoria sarà una brillante comunicazione. Farebbe scuola anche oggi a tanti partiti. In uno di quei video compare la signora Olga, un gagliardetto del Colo Colo e ovviamente il protagonista di questa storia.

 “Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”. Ad un certo punto entro in scena e inizio a spiegare le mie personali ragioni per il “no”:

“Perché la sua allegria è la mia allegria.

Perchè i suoi sentimenti sono i miei sentimenti.

Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere”.

“E perché questa bella signora è mia madre”.

Willy e la banalità del male

Willi Monteiro_ La banalità del male

Davanti alla morte di un ragazzo di 21 anni è sempre difficile dire qualcosa. Se poi la morte arriva per un pestaggio, le parole si bloccano. Ti restano in gola, perchè è semplicemente inaccettabile parlare di una morte che ha interrotto una vita nell’età dei sogni e delle possibilità.

 Per questo c’è prima di tutto da riflettere. Pensare. Ponderare e pesare ogni parola. Non scadere nel sensazionalismo, né nella superficialità.

Quando un ragazzo di 21 anni viene ucciso a colpi di botte è sintomo di qualcosa di malato e profondo presente nella società che non si risolve né vietando le arti marziali ( magari, però, controlliamo se tutto è a norma in quella palestra), né parlando genericamente di periferie degradate, specie se chi lo scrive non sa nulla della vita di provincia. Non servono slogan. Serve un’azione lunga e continua con investimenti mirati in cultura ed istruzione. Non servono spot, servono anni ed investimenti, il resto sono chiacchiere buone a riempire le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il problema non è Colleferro, Artena o Paliano. Anche se ci fa paura dobbiamo ammettere che quell’episodio sarebbe potuto accadere ovunque. Ovunque.

Quando viene ucciso un ragazzo di 21 anni c’è da riflettere sui tanti sciacalli che da anni avvelenano i pozzi dell’informazione, c’è da ripensare ad ogni fakenews pubblicata sui social utile solamente a fomentare odio e a mostrare una sterile indignazione da leoni del web. Tanti scrivono bestialità, commentando questa o quella notizia, nascondendosi dietro uno schermo. Pochi, ma con evidenti problemi, a quella spirale di odio danno poi seguito nella vita reale.

Quando si è di fronte ad una tragedia come questa non bisogna cedere anche se tremendamente difficile all’impulsi più beceri di una giustizia sommaria che alimenterebbe solo il circolo della violenza. C’è solamente da pretendere giustizia: certa, rapida e senza sconti.

Il problema di fondo è che da troppo tempo in questo Paese dividiamo le persone tra noi e loro ( e la classificazione di loro non è sempre e solo razziale) e sempre troppo spesso sull’altro, su quello che è diverso da noi, scarichiamo tutti i problemi delle nostre esistenze.  Un meccanismo perverso e pericoloso che porta a considerare l’altro da noi semplicemente un intralcio alla nostra vita quotidiana. Non un essere umano, con i suoi sogni, i suoi bisogni, la sua anima, ma un numero, quando va bene. Un’identità non definita. Da questo nasce quella frase che fa rabbrividire: “Che hanno fatto? Hanno ucciso un immigrato.

So già che nella mente di tanti, purtroppo, c’è l’osservazione tipica: Perché non hai/avete scritto questo quando.. citando l’episodio di cronaca x,y o z? La mia risposta è molto semplice: perché questo omicidio mostra e dimostra che evidentemente c’è qualcosa non va nella società e la società è fatta da individui ( anche da me e da te che stai leggendo questo articolo). Non ci troviamo davanti al gesto sconsiderato di un folle, di un omicida, nero, giallo, bianco, rosso che sia, ma di qualcosa di premeditato. Verrebbe da dire, di un vero e proprio stile di vita.  Per questo non è derubricale solamente alla cronaca nera ma ci costringe a riflettere su cosa bolle nella pancia di questo Paese. Pancia pronta sempre a mostrare e gonfiare i muscoli per non fare i conti con il suo vuoto esistenziale e la solitudine. Il rischio evidente è che si finisca come nel libro di Hanna Arendt, “La Banalità del Male”. Uomini superficiali che commettono efferati crimini, azioni orribili, non rendendosi minimante conto di quello che stanno facendo. Superficiali ed inetti, “inabili a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.

BlacksLiveMatter: lo sport americano si ferma

Milwaukee_Bucks_Boicotaggio

Abbiamo visto l’orrendo video in cui, nel Wisconsi, nostro stato d’origine, Jacob Blake veniva colpito alla schiena sette volte da un agente di polizia a Kenosha e poi l’ulteriore sparatoria contro i manifestanti. Nonostante l’enorme richiesta di cambiamento, non c’è stata alcuna azione, quindi la nostra attenzione oggi non può essere sul basket. Quando andiamo in campo e rappresentiamo Milwaukee e Wisconsin, ci si aspetta che giochiamo ad alto livello e diamo il massimo impegno sentendoci responsabili a vicenda delle nostre azioni. Ci atteniamo a questo standard e in questo momento chiediamo lo stesso ai nostri legislatori e alle forze dell’ordine. Chiediamo giustizia per Jacob Blake e chiediamo che gli ufficiali colpevoli” di quel gesto “siano ritenuti responsabili…è imperativo che la Legislatura dello Stato del Wisconsin si riunisca nuovamente dopo mesi di inattività e adotti misure significative per affrontare le questioni relative alle responsabilità della polizia, alla brutalità perpetrata e alla riforma della giustizia penale. Incoraggiamo tutti i cittadini a istruirsi, intraprendere azioni pacifiche e responsabili e ricordarsi di votare a novembre

Parole di una semplicità disarmante. Parole che rappresentano una vera e propria deflagrazione nel mondo del NBA americano e quindi della società americana nel suo complesso. Parole rivoluzionarie. Parole che significano noi non giochiamo più.

I Milwaukee Bucks dicono basta

Procediamo con ordine. In questi giorni si stavano disputando le fasi finali dell’Nba. Ieri sera era previsto l’incontro tra Milwaukee Bucks ed Orlando. Alle 22 italiane, circa, i giocatori di Milwaukee hanno preso una decisione rivoluzionaria: questa sera non si gioca. Lo hanno fatto scavalcando dirigenti e responsabili di Lega. Hanno chiesto un telefono ed hanno parlato con il procuratore generale del Wisconsin, Josh Kaul, e il governatore dello Stato, Mandela Barnes. Stop. Lo spettacolo non può continuare. Lo hanno fatto senza sapere cosa sarebbe successo: squalifica, multa, partita persa. Lo hanno fatto da uomini prima che da atleti. Lo hanno fatto perché hanno deciso che la situazione degli afroamericani in America non è più tollerabile e la loro non potevano tirarsi indietro. Lo hanno fatto per le continue violenze mortali della polizia americana. Non potevano, più, far finta di nulla.

Sport e Antirazzismo: le vicende del passato

Fa sorridere oggi chi critica questa decisione dicendo “Sport e Politica sono due cose distinte e separate”. Mi viene da rispondere, distinte e separata come il sugo per la pasta, il sale per il Mare, il Teatro per un tenore. Non sanno forse che questa era la stessa teoria del Presidente del CIO, Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage, quando rassicurava gli atleti di colore prima delle Olimpiadi del 1936 a Monaco e invitava gli atleti americani a non immischiarsi nella “questione ebraica”.

  Molti sociologhi concordano in un assunto: negli Usa non c’è una storia antica, millenaria ( la loro storia tra l’altro inizia con un genocidio) come quella che ha vissuto l’Italia, per esempio. L’epica, dunque, si è sempre spostata nel racconto contemporaneo ed in questo contesto nasce un tipo di narrazione sportiva nella quale l’eroe è proprio l’atleta e l’impresa epica è la performance sportiva. Conseguentemente cambia anche la predisposizione mentale dello sportivo rispetto ai temi sociali. Le parole e le vicende di Muhammed Alì, non potranno mai essere confinate nel recinto della prestazione sportiva, seppur eccelsa. Sono altro. Sono rivoluzionarie tanto quelle di Martin Luter King.

 Il podio di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, nelle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, è a mio avviso una delle immagini più iconiche del 900, sicuramente una delle più popolari del movimento antirazzista americano.

Per gli appassionati di basket, come non citare, tra l’altro l’incredibile storia di Kareem Abdul-Jabbar, che alle Olimpiadi messicane non andò per niente.

Dai Milwaukee Bucks a Naomi Osaka: si ferma lo sport americano

Allora mi vien da dire solo bravi. Complimenti per il coraggio che avete dimostrato. Non è questione di essere miliardari, come alcuni cinici analisti oggi provocatoriamente dicono. Per degli atleti, così vicini ad un traguardo importante, contano in quel momento la fatica fatta per raggiungere l’obiettivo, il sudore, la voglia di vincere. Dire basta, fermarsi e mettersi di traverso, senza sapere cosa sarebbe successo dopo, è un gesto nobile che scuote le coscienze di chi guarda, di chi riflette, delle ragazze e dei ragazzi americani e del mondo intero ( se io dall’altra parte del Pianeta sto scrivendo queste parole).

L’effetto sul mondo dello sport a stelle e strisce è stato quello di un effetto domino. La partita di ieri sera non si è più giocata perché i cestisti di Orlando hanno appoggiato la protesta. A quel punto si sono fermate tutte e tre le partite previste nella giornata. Posticipate a data da destinarsi, con l’ipotesi di una non assegnazione del titolo. A catena, hanno deciso di non scendere in campo giocatori di Baseball, Mlb, e di calcio, Mls.

Ha seguito l’esempio dei colleghi cestisti, anche la tennista Osaka, numero 10 al mondo, impegnata nella semifinale a New York.

Come molti di voi sapranno, dovevo giocare la mia semifinale domani. Tuttavia, prima che essere un’atleta, sono una donna di colore. E come donna di colore credo che ci siano cose più importanti cui prestare attenzione piuttosto che guardarmi mentre gioco a tennis. Non credo succederà nulla di drastico se non gioco, ma iniziare una conversazione in uno sport principalmente bianco è un passo nella giusta direzione. Guardare il continuo genocidio della gente di colore per mano della polizia mi dà il voltastomaco. Non ne posso più di vedere spuntare un nuovo hashtag ogni giorno e sono stanca di ripetere sempre i soliti discorsi. Quando ne avremo abbastanza?”.

Ben detto Naomi, ne abbiamo, davvero tutti abbastanza è ora di dire basta e di pretendere un cambiamento drastico ed immediato. Dai Milwaukee Bucks è arrivata una sveglia al mondo

Un modello popolare per salvare lo sport di base e dilettantistico

Chi vive in Provincia, in un piccolo centro o in un borgo, che piaccia o non piaccia, sa che difficilmente si esula da tre punti cardinali: la piazza, la chiesa, per chi crede, ma soprattutto il campo sportivo. Quest’ultimo non è solamente il luogo dove si fa sport, che già non sarebbe poco, ma è il luogo principale dell’aggregazione sociale. Dove cresci, fa esperienze, ti confronti e a volte ti scontri. Questo triangolo in pratica sostituisce i 4 consueti punti cardinali nella crescita di ogni abitante di quel luogo. Così, vale anche nelle periferie delle grandi città nelle quali, in molti casi, le società sportive diventano praticamente l’unico servizio di welfare esistente, nel dopo scuola.

Senza girarci intorno, una delle tante conseguenze del Covid 19 è il rischio concreto della distruzione di questo tessuto dilettantistico e di base. La stagione attuale è, ovviamente, chiusa ma stando così le cose anche la prossima è forte rischio. Le giuste e doverose norme a tutela della sicurezza difficilmente riusciranno ad essere attuate dalle società che si barcamenano tra mille difficoltà ed in molti casi si basano su un lavoro volontario o quasi.

Le conseguenze sociali sarebbero catastrofiche. Le conseguenze sulla salute dei ragazzi sarebbero davvero serie.

Eppure, una strada per tentare di evitare il disastro c’è. Il primo punto, ovviamente, è la stesura di protocolli sanitari ad hoc per queste piccole realtà. La seconda osservazione è di gestione e prospettiva, riguarda il modello sul quale ricostruire il sistema, ovvero quello di un azionariato popolare e diffuso. L’unico modello attualmente sostenibile che consentirebbe, da una parte, di ridare maggiore stabilità alle Asd, dall’altra, di unire come un collante l’attività sportiva e la comunità. In una parola: coesione sociale. Uno sport che può e deve tornare ad essere popolare, uno sport che deve essere permesso a tutti, uno sport che non può essere un lusso per pochi circoli.  Difficilmente ci saranno mecenati, grandi o piccoli, pronti a sobbarcarsi le spese delle piccole società, difficilmente le spese saranno sostenute dai Comuni, certamente, però, potrebbero essere sostenute dall’intera comunità.

L’azionariato popolare all’estero.

Se guardiamo all’Europa, questo modello è normato e normalmente utilizzato, anche dalle società professionistiche. Per rendere più chiaro il concetto facciamo alcuni esempi “celebri”. Il più eclatante è certamente il Barcelona, il club simbolo dell’identità catalana, è posseduto da 170.000 soci. In Bundesliga, la serie A tedesca di calcio, i tifosi detengono, democraticamente strutturati, il 51% dei club. In Inghilterra si stanno sviluppando sempre di più i “Supporter Trust”: organizzazione in associazioni o cooperative di tifosi, che hanno, fra gli scopi sociali, quello di acquisire delle quote societarie del club di riferimento.

La situazione in Italia

Come spesso accade, la realtà è già più avanti della politica. Dopo il fallimento della società, in molti casi è avvenuto che intere città si mobilitassero per salvare il club, Ancona, Palermo e Taranto, solo per citarne alcune.  Degna di nota è sicuramente la vicenda de “Il Centro Storico Lebowski che centra in pieno lo spirito di questa proposta. Da un’intervista su un sito web locale si può leggere:

“Possiamo dire che grazie allo strumento cooperativo adesso il Lebowski è davvero una proprietà collettiva dei suoi tifosi, indifferente a ogni tentativo di scalata, di accentramento, a ogni invadenza del mercato”. “La nostra idea – proseguono – è che un Club debba rappresentare un territorio, una comunità, e vivere del coinvolgimento del territorio stesso. Di regola, un club dovrebbe investire nel suo progetto sportivo non un euro in più di quanto la mobilitazione del territorio a suo sostegno gli permette. Se in tanti danno poco, il club ha un futuro garantito e una base solida su cui programmare”. “Perché questo avvenga – rilanciano – è necessario che il Club si dimostri un punto di riferimento simbolico e materiale per la comunità. Quello che non fanno più nel professionismo e, purtroppo, sempre meno anche tra i dilettanti. Un Club deve occuparsi di educazione, di solidarietà, di lavoro, di aggregazione, della salute, di arte, di musica, di poesia; deve essere consapevole di avere le risorse per occuparsi dei temi che sono maggiormente sentiti dalla popolazione. Questo è quello che cerchiamo di fare con il Centro Storico Lebowski”.

Un altro esempio degno di nota è quello delle palestre popolari: la più famosa si trova a Roma, è la storica palestra popolare di San Lorenzo, ed è raccontata splendidamente qui.

Cosa è che manca allora in Italia? Una legge chiara e semplice che vada a definire un unico soggetto giuridico attraverso il quale realizzare l’azionariato popolare, magari incentivando con sgravi fiscali le donazioni elargite per sostenere lo sport popolare. La definizione di un partenariato pubblico (Enti Locali) – Privato (Impresa) – Comunità (Popolo), sarebbe preziosa come acqua nel deserto.

Questo tipo di modello, of course, sarebbe auspicabile anche nei club professionistici, ma quella, “è un’altra storia” e magari ci tornerò.

Quello che mi interessa, adesso, ed è una vera urgenza sociale è salvare questo mondo fatto di uomini e donne, di ricordi, di polvere e di fango, di sudore, di anima popolare, di felicità e di passione vera. Di salvarlo e di migliorarlo. Molte volte questi argomenti escono completamenti dai ragionamenti politici, vengono snobbati, eppure basterebbe guardarsi intorno una domenica qualsiasi per capire cosa rappresenta questo mondo e quanto è importante per una fetta enorme del Paese.

Umberto Zimarri, Ufficio di Presidenza Green Italia

Buon 25 Aprile

25 Aprile, il Natale della democrazia per un Paese intero. Suona diversa questa data in questo 2020 forse perché abbiamo vissuto anche noi per la prima volta una reale privazione della libertà. Abbiamo capito cosa significa non poter fare quello che si desidera. Questo virus ha colpito principalmente i testimoni diretti di quel drammatico periodo storico per questo cresce ancor di più la responsabilità collettiva di ogni cittadino italiano nella cosidetta “Memoria attiva”: ricordare non per retorica ma per difendere e trasmettere.  La memoria non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco.

Ha un sapore diverso questo 25 aprile: abbiamo riscoperto l’importanza del pubblico, del sociale e della socialità. Sentirete tanti parlare di libertà, in varie salse, pochi parlare di liberazione. A chi dice che è un giorno divisivo possiamo ricordare semplicemente che divide chi crede nell’Italia Repubblicana da chi sostiene un regime antidemocratico. Abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera, ricordava perfettamente Foa. Provate a dire ad un francese che il 14 luglio sia retorico, vedete cosa vi risponderà.  

Cosa significa oggi il 25 aprile: significa essere senza se e senza ma contro gli Orban, i Trump e i Bolsonaro, significa credere in uno sviluppo diverso e realmente sostenibile, significa pretendere per tutti un lavoro dignitoso e pretendere che nessuno muoia sul posto di lavoro, significa credere nella solidarietà tra popoli. Significa essere umani, Significa lottare per un mondo più giusto. Significa percorrere i sentieri tracciati con chiarezza dalla Costituzione italiana. Significa sognare un mondo migliore per noi e per chi verrà dopo di noi. Come ci hanno insegnato tanti anni fa, lassù in montagna.

Buon 25 Aprile