Rifiuti a Roma e nel Lazio: Mo ve lo buco… l’inceneritore

Dopo l’ennesimo incendio ad un impianto di trattamento di rifiuti Romano, il Sindaco della città eterna, Gualtieri, ha partecipato ad un incontro con i 30 primi cittadini del Basso Lazio per scongiurare l’arrivo di nuovi rifiuti dalla capitale.

Apro parentesi. E’ bene ricordare che sono passati, ormai, quasi 10 anni dall’arrivo dell’immondizia romana all’impianto di TMB di Colfelice. In questi anni le diverse governance dell’impianto hanno sempre avallato questa decisione, dichiarando a più riprese che senza l’arrivo di quei rifiuti, l’impianto sarebbe andato in difficoltà economiche-gestionali. Linea indirettamente avallata anche dalla maggioranza dei 91 sindaci locali che hanno confermato questa strategia, votando e confermando il gruppo dirigente. Della famosa “fabbrica dei materiali” che ha riempito pagine e pagine di giornali, ovviamente, ancora non si vede neanche l’ombra. Chiusa parentesi.

Al netto di tutto questo, la riunione è sicuramente un fatto positivo. Cambia, finalmente, l’atteggiamento dell’amministrazione capitolina che ha preso atto dello storico problema dei rifiuti della Capitale gestiti nelle province. Si è passati dalla negazione del problema della giunta Raggi, almeno all’apertura di un confronto. Già questo per come si sono sviluppate negli anni queste vicende rappresenta un importante passo in avanti. Speriamo non sia l’unico.

Accolgo con meno giubilo, invece, la strategia messa in campo per la risoluzione del problema: la costruzione di un mega inceneritore nel 2022, non può mai essere la giusta soluzione. Non lo è nella nostra provincia, non lo sarà a Roma.

L’incenerimento e il modello Danese

Nel 2008, la direttiva della unione europea 2008/98/CE, ripresa e rafforzato dalla direttiva del 2018, ha sancito la seguente gerarchia nel trattamento dei rifiuti:

  1. prevenzione
  2. preparazione per il riutilizzo
  3. riciclaggio
  4. recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia
  5. smaltimento

La ratio dietro queste scelte è estremamente semplice: al primo posto deve esserci la prevenzione, ovvero generare il minor numero di rifiuti possibili. Solo al quarto posto vi è il recupero di energia, tramite incenerimento.

Quando si parla di inceneritori, complice una campagna di stampa imponente, tutti pensano all’inceneritore di Copenhagen e al famoso modello danese. Non vorrei provocare scompensi o gettare fango sugli idoli di nessuno, ma quel momento attualmente è in crisi.

Il ministro della transizione ecologica danese, Dan Jorgensen, ha dichiarato:

“Stiamo avviando una transizione molto verde nel settore dei rifiuti. Per 15 anni non siamo riusciti a risolvere il dilemma dell’incenerimento dei rifiuti ”. “È ora di smettere di importare rifiuti di plastica dall’estero per riempire gli inceneritori vuoti e bruciarli a scapito del clima. Con questo accordo, aumenteremo il riciclo e ridurremo la combustione”. La questione dovrebbe esulare dalla appartenenza politica, non è di centro di destra o di sinistra, ma un banale riconoscimento tecnico di quali approcci funzionino e quali no.

Il piano prevede la riduzione del 30% degli inceneritori. Il motivo è presto detto: la Danimarca avallando questa scelta è il paese europeo con la più alta media di rifiuti pro capite 850 Kg pro-capite mentre la media europea si attesta a 500 Kg pro- capite. Tutto questo cosa significa? Scegliere questa strada deresponsabilizza il cittadino di fronte alla riduzione del rifiuto. L’altra criticità riguarda le emissioni: la commissione ambiente del Parlamento Europeo ha votato l’inserimento dei termovalorizzatori tra quelli impianti che dovranno acquisire crediti di carbonio. Tradotto: ci sarebbe un aumento importante dei costi di gestione che ricadrebbe sulla collettività.

Infine è bene chiarire che il Termovalorizzatore non esclude la discarica. Tutt’altro. E’ stimato infatti che un impianto di 600.000 tonnellate produca circa 120.000 tonnellate di ceneri. Dove andranno queste ceneri? Nelle discariche. Lo sappiamo benissimo anche dalle nostre parti vista la presenza della discarica di Roccasecca e dell’impianto di incenerimento di San Vittore.

Rifiuti di Roma: Le alternative all’inceneritore

Strategicamente partire da un inceneritore vuol dire iniziare dalla coda del problema e non dalla testa.

Quando si dice no a qualcosa, però, è buona norma avanzare delle proposte alternative. Per bullet point una moderna strategia di gestione dei rifiuti potrebbe prevedere:

  • L’Aumento della raccolta differenziata e del porta a porta
  • La Costruzione di due biodigestori per la gestione della parte umida con la creazione di biometano e compost di qualità.
  • La Costruzione impianti per il recupero dei materiali, ragionando su piccoli impianti e non fabbriche di enormi dimensioni.

Tutto questo porterebbe alla diminuzione sensibile del materiale da inviare a discarica. E’ bene ricordare che le direttive comunitarie hanno fissato al 10% la percentuale di rifiuti da mandare in discarica entro il 2035. Un piano di questo genere, inoltre, costituirebbe la base per la creazione di posti di lavoro green e stabili.

Sintesi

Tutti abbiamo capito che il problema dei rifiuti per strada nella capitale è riconducibile alla mancanza di impianti. Non esiste la bacchetta magica, per nessuno. La politica, però, è anche e soprattutto scelta. In questo caso bisogna scegliere se guardare al futuro o guardare al passato.

Un intervento impiantistico di questo genere può eliminare i rifiuti per strada? Sì, può farlo.

Un inceneritore da 600 mila tonnellate è la risposta giusta nel 2022? No, non lo è.

E’ vero che tanti capitali europee hanno un inceneritore ma nessuna sta costruendo inceneritori in questi ultimi anni e tutte stanno cercando nuove strade per la gestione dei rifiuti. Chi aveva sposato questa strada completamente, come la famosa Danimarca, sta scegliendo altre alternative. La continua “emergenza” romana non deve farci dimenticare le gravi inefficienze del ciclo frusinate dei rifiuti: ad oggi abbiamo un TMB con percentuali di recupero risibili, un Termovalorizzatore e aspettiamo le indicazioni per una nuova discarica di servizio. Dovremmo averlo imparato nel corso di questi lunghi venti anni: viviamo in un sistema complesso. Non possiamo assistere da spettatori a quello che succede nella capitale. Avere un sistema di rifiuti moderno ed efficiente, quindi, non riguarda solo Roma ma tutta la Regione.

Fonti: https://cphpost.dk/?p=114926, https://eng.mst.dk/air-noise-waste/waste/denmark-without-waste/, https://economiacircolare.com/inceneritore-copenaghen-luzzati/, https://economiacircolare.com/dati-inceneritore-copenaghen/, https://www.internazionale.it/essenziale/notizie/stefano-liberti/2022/06/03/sui-rifiuti-roma-sbaglia-di-nuovo, https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/inceneritore-gualtieri-lettera-green-italia-m5kbaknn

Quirinal Game: il ritorno di Sergio Mattarella

Solitamente le cose della politica italiana seguono lo schema del Gattopardo, tutto cambia affinché nulla cambi. Questa volta, con l’elezione del Presidente della Repubblica, invece, tutto è restato com’era: Mario Draghi a Palazzo Chigi, Sergio Mattarella al Quirinale. Il quirinal game termina così. Era partito con la finta unità del centro destra su Silvio Berlusconi, è terminato con un ritorno alla casella di partenza. Parafrasando il vecchio slogan: “Meno male che Sergio c’è”.

La matassa era effettivamente ingarbugliata per diversi e molteplici motivi. Il primo era la composizione del Parlamento: nessuno aveva la maggioranza assoluta, un gruppo misto enorme e a sua volta frazionato mille rivoli. Tutto questo a poco meno di un anno dal termine naturale della legislatura. La natura larghissima del governo Draghi ha fatto il resto. A proposito tanti opinionisti hanno ripetuto per mesi come fosse scontato il passaggio del Presidente del Consiglio al colle più alto. Non era così. Non poteva essere così. Per capirlo bastava ricordare come e perché l’ex capo della Bce era divenuto Presidente del Consiglio.

Al quadro complicato di partenza si sono uniti gli errori, le mancanze e l’incapacità, sì proprio incapacità, dei diversi leader politici o forse per meglio dire capi senza esercito. Una mancanza di cultura istituzionale evidente che ha portato a bruciare diversi nomi e a mettere le une contro le altre, le maggiori cariche dello Stato.

Salvini si è arrogato il ruolo di KingMaker. E’ quello che ne esce peggio. Triturato. Attaccato a destra dalla Meloni e verso il centro da Forza Italia. Ha tentato la carta impossibile di tenere insieme il cdx ed il Governo. Cosa evidentemente impossibile, perché ognuno aveva un interesse/obiettivo diverso. Ogni nome da lui annunciato veniva bruciato in un’ora. L’elezione del Presidente della Repubblica presuppone una preparazione politica e parlamentare che Salvini non ha e non potrà mai avere. I tweet e gli elenchi pronunciati a cantilena sono una cosa, le istituzioni un’altra.

Ne esce male anche Conte. Anche lui ha provato a giocare più partite in una. Da una parte Letta, dall’altra l’ex amico Salvini. Ha tentato due volte la forzatura: Frattini ma soprattutto Belloni. E’ stato bocciato prima di tutto dalla maggioranza dei parlamentari 5 stelle, fedeli a Di Maio che nell’urna facevano nascere e crescere l’opzione Mattarella. L’ex Premier si indebolisce, il Ministro degli Esteri si rafforza.

Letta è stato il più cauto. Ha giocato in difesa. Non perde la partita perché evidentemente Mattarella non dispiace al Nazareno ma neanche la vince perché il bis del Presidente è comunque una stortura costituzionale. Vedendo quello che successe a Bersani è un miracolo la tenuta del Partito Democratico e quel che resta di Leu.

Renzi in questo tipo di partite è il più scaltro, anche lui ne esce bene. Si prende la copertina per bocciare la Belloni con motivazioni sinceramente corrette. Strano ma vero.

In tutto questo va sicuramente messo agli atti il ruolo dei parlamentari che hanno giocato una partita diversa rispetto ai loro capi. La decisione Mattarella bis nasce nell’aula. Aula che mal sopportava Draghi, c’è da dire e che ha tenuto in piedi solo l’ipotesi Casini, candidato naturale alla carica. L’amico di tutti nello spogliatoio.

Si torna da Mattarella. La persona che ha creato questo schema politico. L’unico che con la situazione venutasi a creare poteva essere realmente e largamente condiviso. L’ha cercato, proprio, Draghi in uno gioco di specchi riflessi.

A quale considerazioni ci porta questa storia?

  • Non ci sono né Leader, né partiti. Viviamo un tempo liquido. In cui l’unica certezza sembrano la velocità e la voracità di dire, di sparlare, di essere presenti nel quotidiano per commentare il superfluo o per alimentare il dibattito con fake news. La politica italiana è sempre troppo ombelicale. Incapace di affrontare i seri problemi strutturali del nostro Paese. Incapace di riflettere a fondo. Incapace di capire i momenti della politica: c’è un tempo per la campagna elettorale, c’è un tempo per governare, c’è un tempo in cui prima di tutto vanno messe le istituzioni. Incapace di riformarsi e di riformare. Incapaci di trovare un degno sostituto a Sergio Mattarella che aveva espresso chiaramente la sua opinione.
  • Da questa situazione nessuno può pensare di trovare soluzioni da solo/a. Non esistono uomini o donne della provvidenza. E’ un problema strutturale e radicato. Sentiamo mai come adesso la necessità e l’esigenza di partiti nuovi per idee, per metodo, per cultura, per capacità, per visione.
  • In my opinion si andrà verso un sistema elettorale proporzionale. La logica conseguenza, se accadrà, è il rafforzamento del quadro delle larghe intese, con buona pace della Meloni.

Discariche nel Lazio e mortalità: uno studio shock!

Discariche e tumori

Morbosità e mortalità delle persone che vivono vicino a discariche di rifiuti urbani: uno di studio di coorte multisito. Questa ricerca finanziata dalla Regione Lazio e condotta dalle ricercatrici e ricercatori del D.E.P ( Dipartimento di Epidemiologia del Lazio) è stato l’oggetto della convocazione congiunte della decima e settima commissione della Regione Lazio.

Lo studio mirava a valutare l’associazione tra l’esposizione all’idrogeno solforato (H 2S, prodotto dalla decomposizione anaerobica della materia organica contenente zolfo nelle discariche) e la mortalità e la morbilità di una coorte di residenti che vivevano entro 5 km dalle nove discariche di rifiuti solidi urbani della regione Lazio (Italia centrale, circa 5 milioni di abitanti, compresi gli immigrati). È stata arruolata una coorte di residenti entro 5 km dalle discariche (soggetti residenti su 1 gennaio 1996 e quelli che si sono trasferiti successivamente nelle aree fino al 2008) e seguiti per la mortalità e i ricoveri fino al 31 dicembre 2012. La Ricerca ha coinvolto 242409 individui.

I risultati purtroppo non lasciano spazio ad interpretazioni: “Abbiamo trovato un’associazione positiva tra l’esposizione al solfuro di idrogeno (H 2S), che abbiamo usato come surrogato per tutti gli inquinanti co-emessi dalle discariche, e la mortalità per cancro ai polmoni e malattie respiratorie, nonché i ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie, soprattutto nei bambini”. “L’eccesso di ricoveri per malattie respiratorie è stato riscontrato anche nei bambini, e nessun eccesso di mortalità/morbilità per malattie cardiovascolari (indicativo della maggior parte dei fattori di stile di vita non misurati, tra cui il fumo) è stato trovato, nonostante la maggiore potenza statistica rispetto alle malattie respiratorie. Pertanto, anche se non si possono escludere confusioni residue, è improbabile che la relazione osservata tra l’esposizione a H 2S e i disturbi respiratori possa essere interamente dovuta ad abitudini di fumo non misurate e ad altri fattori.  In conclusione, abbiamo trovato associazioni tra l’esposizione H 2S delle discariche e la mortalità per cancro ai polmoni, così come la mortalità e la morbilità per le malattie respiratorie. Il legame con le malattie respiratorie è stato osservato in altri studi ed è potenzialmente legato ai gas irritanti e ad altri contaminanti organici. L’eccesso di cancro ai polmoni è una scoperta relativamente nuova.

Le mie considerazioni nell’audizione

Sono Umberto Zimarri, parlo a nome dell’associazione Green Italia, di cui sono membro dell’Ufficio di Presidenza, e dei diversi comitati di tutela ambientale nati in questi anni nel comprensorio che racchiude i territori di Roccasecca, San Giovanni Incarico, Colfelice e Pontecorvo. Ricordo che in questo quadrilatero è presente la discarica gestita dalla Mad S.r.L, l’impianto pubblico di Trattamento Meccanico Biologico, Saf, e la discarica non bonificata di San Paride, Pontecorvo.

Data l’importanza e la gravità dell’argomento ritengo sia inderogabile partire dal Rapporto Eras e successivamente analizzare la ricerca “Morbilità e mortalità delle persone che vivono vicino alle discariche dei rifiuti urbani”.

 Proprio nel rapporto ERAS, a pagina 206, viene evidenziato un fenomeno estremamente preoccupante per il mio territorio: ipotizzando informalmente una relazione lineare tra emissioni e concentrazioni massime, risulta evidente che la concentrazione massima relativa alla discarica di Roccasecca risulta decisamente superiore alla media regionale, cosa che evidenzia come l’area di Frosinone sia particolarmente critica dal punto di vista della dispersione degli inquinanti in aria. 

Lo studio è datato 2016. Cosa è successo in questo lasso di tempo alla discarica di Roccasecca? È accaduto che a causa delle emergenze romane e delle inefficienze del ciclo provinciale dei rifiuti, il sito sia cresciuto a dismisura. È arrivato a saturazione il Bacino 3, è stato autorizzato e successivamente arrivata a saturazione il bacino IV, è stata autorizzata la sopraelevazione del IV bacino a sua volta saturato. A tal proposito, è necessario evidenziare, per completezza d’informazione, quanto sottolineato dall’Arpa Lazio in una nota del 23/04/2021 avente come oggetto: Invio Relazione Tecnica inerente il controllo ordinario ai sensi art 29-decies comma 3 del D.Lgs 152/06 e s.m.i, eseguito presso la discarica MAD, Roccasecca, in data 30/03/2021, NELLA QUALE SI EVIDENZIA CHE a fronte di un volume utile netto  autorizzato negli anni 2016÷2021 pari a 762.896 m3, corrispondenti a 739.441 tonnellate, al netto delle  approssimazioni relative agli indici di compattazione, non sempre riportati nelle D.D. sopra richiamate  (0,9÷1,0 tonn/m3), risulterebbero essere state conferite in discarica circa 1.041.867 tonnellate,  ovvero, pari a circa 302.426 tonnellate in più a quanto autorizzato.  Sommando, invece, le volumetrie dal primo al IV bacino è pari a 2.435.853.

La Regione Lazio aveva autorizzato anche alla costruzione del V bacino di discarica ma la ditta proponente ha ritirato la sua disponibilità.

La ricerca oggetto della discussione odierna evidenzia un’esposizione significativa all’idrogeno solforato, H2S, in un territorio che come descritto in precedenza ha una scarsa dispersione degli inquinanti in aria. È razionale presupporre una crescita dell’esposizione alla sostanza inquinante analizzata, all’aumento delle dimensioni della discarica. Di conseguenza cresce il rischio di contrarre malattie tumorali o cardio-vascolari come ha evidenziato la ricerca.

 “In conclusione, abbiamo trovato associazioni tra H2S espressione di discariche e mortalità per cancro ai polmoni come così come mortalità e morbilità per malattie respiratorie.

Il legame con le malattie respiratorie è stato osservato in altri studi ed è potenzialmente correlato a gas irritanti e altri contaminanti organici. L’eccesso di cancro ai polmoni è una scoperta relativamente nuova.”. Inoltre, l’eccesso di ricoveri per malattie respiratorie è stato riscontrato anche nei bambini, e nessun eccesso di mortalità/morbilità per malattie cardiovascolari, (indicativo della maggior parte dei fattori di stile di vita non misurati, tra cui il fumo) è stato trovato, nonostante la maggiore potenza statistica rispetto alle malattie respiratorie

Vista la gravità delle conclusioni a cui giunge la ricerca, non posso fare a meno di chiedermi e di chiedere perché questa sia stata sottaciuta e non pubblicata sul sito istituzionale della Regione Lazio per tutto questo tempo. Non posso evitare di chiedere quali azioni concrete sono state messe in campo dal Governo Regionale a tutela della salute pubblica delle popolazioni limitrofe l’impianto, vista che si tratta di dati revisionati da esperti ricercatori nel campo dell’epidemiologia, pubblicati ufficialmente dal 2016 su una prestigiosa rivista internazionale. Come è stato possibile ragionare esclusivamente su ampliamenti ed autorizzazioni, senza tener minimamente conto del rischio a cui venivano esposti i cittadini.

Dal punto di vista delle CSC, inoltre, nel corso del tempo, le analisi sul sito hanno evidenziato grave criticità tanto che la Provincia di Frosinone con l’ordinanza n3/2019, del 6/12/2019, riteneva il sito in parola potenzialmente contaminato, a norma dell’art 240 del D.Lgs. 152/2006, in quanto uno o più valori di concentrazione delle sostanze inquinanti rilevati nelle matrici ambientali risultano superiori ai valori di concentrazione soglia di contaminazione (CSC). Inoltre, evidenziava la presenza di una fonte attiva di contaminazione presso il sito in oggetto, la quale costituisce circostanza di “elevata pericolosità”, per la salute umana e per l’ambiente, contribuendo alla progressiva contaminazione delle matrici ambientali circostanti. Per tale motivo l’Ente Provinciale diffidava la Societa Mad S.r.l, a provvedere ai sensi dell’art.242 del D.Lgs 152/2006 e ss.mm.ii, ad eseguire i necessari interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale dello sito, entro 30 giorni dalla notifica dell’ordinanza. Questo non è mai avvenuto.

Alla luce della ricerca finanziata dalla Regione Lazio, Morbosità e mortalità delle persone che vivono vicino a discariche di rifiuti urbani”, realizzata dal D.E.P, e delle analisi riportate, a tutela della salute delle cittadine e dei cittadini residenti nelle vicinanze delle discariche oggetto dello studio, richiedo:

  • L’istituzione di 9 aree ad alto rischio ambientale nelle zone limitrofe alle 9 discariche laziali
  • La revisione delle autorizzazioni concesse dalla data di pubblicazione dello studio ad oggi.
  • L’interruzione immediata degli iter autorizzativi degli ampiamenti delle discariche
  • L’attivazione di un protocollo sanitario straordinario per i cittadini dei comprensori suindicati
  • L’ avvio di nuovi studi epidemiologici come richiesto anche in una delle due interrogazioni parlamentari presentate dall’On.Rossella Muroni sull’argomento.
  • Sono, ovviamente, favorevole alla proposta dell’avvocato Laurenzano, dell’Associazione Codici, sull’istituzione di un tavolo permanente tra istituzioni, associazioni e stakeholder.

I Documenti Citati nel testo

EcoSportivamente: il podcast dedicato allo sport e alla sostenibilità

Sport e sostenibilità

In questo periodo ho collaborato attivamente alla nascita di alcuni progetti podcast, a tematica sportiva.  Il primo è EcoSportivamente, un progetto in collaborazione con Green Italia che punta a far conoscere storie sportive di sostenibilità.


Esiste un rapporto tra sport, sostenibilità e società? E’ possibile utilizzare il mondo ed i campioni dello sport per divulgare tematiche green, specie tra le giovani generazione? Qual è il legame tra sport e ambiente? Cosa può fare il mondo dello sport per sensibilizzare le persone ad una maggiore attenzione verso il creato?

Data la vastità del tema, le “puntate” saranno raggruppate in diverse macrotematiche:

  • Campioni della sostenibilità
  • Sport e Responsabilità Sociale d’impresa
  • Beni comuni, sport e comunità
  • La gestione delle grandi competizioni internazionali
  • Economia Circolare ed Efficienza Energetica nel mondo dello sport
  • Sport e turismo sostenibile. Vie d’acqua, cammini e cicloturismo

Ecosportivamente: l’intervista a Matteo Miceli


Durante la prima puntata, ho avuto il piacere di intervistare il velista romano, Matteo Miceli. La sua impresa ha avuto inizio il 19 ottobre 2014 alle ore 12 presso il porto Riva di Traiano di Civitavecchia. Matteo quel giorno è partito per circumnavigare il globo. Da Roma a Roma senza assistenza e senza scalo, in completa autonomia, alimentare ed energetica. L’imbarcazione, Eco 40, è stata da lui pensata e costruita. Da questa incredibile avventura è venuta fuori un’intervista davvero interessante e stimolante.

E’ venuta fuori un’intervista davvero interessante, stimolante ed utile per riflettere su molte tematiche legate alla salvaguardia del mare e degli oceani.

100 anni del Pci: l’oggi e il noi

E’ stato emozionante oggi scorrere la timeline di Facebook: ragazze/i, coetanei, adulti ed anziani tutti hanno voluto esprimere un pensiero su un compleanno che è evidentemente storia collettiva del Paese: i 100 anni del Pci. Pensieri “lunghi” e storie di tutti i giorni. Pensatori, padri e madri della patria e le storie di chi quel partito l’ha fatto e l’ha vissuto: le compagni e i compagni. Ognuno con il suo ricordo personale, con il suo aneddoto, con la sua vicenda personale immersa in quella collettiva.

Per me il Pci sono i ricordi di mia madre che mi racconta le discussioni tra mio Zio, Comunista, ed il resto della famiglia, prima di lui democristiana, sono dei biglietti della festa dell’Unità con i quali si sono conosciuti i miei genitori, sono i libri che mi ha regalato 10 anni fa Gianni sulla Storia del Partito, sono gli insegnamenti appassionati di Giovanni che mi ha ha raccontato del suo Pci (fin dalla prima chiacchierata di 3 ore fatta per strada), è il primo evento pubblico che abbiamo organizzato.

Allora mi è venuta in mente una domanda, si può essere nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto? Il destino ha voluto che sia nato nel dicembre del 89. Il muro già non c’era più. Berlinguer se ne era andato già da qualche anno. Si preparava “la svolta” e probabilmente si gettavano le basi per le divisioni che sarebbero avvenute nel corso degli anni. Ogni circolo si interrogava sul glorioso passato ma soprattutto sul futuro, come ci ha ricordato “Nanni Moretti” ne “La Cosa”.

Estratto da “La Cosa” di Nanni Moretti

Tornando alla domanda, la risposta è sì. Perché al netto degli errori, delle mancanze, della rigidità, appare evidente che essere militante ti faceva appartenere ad un noi. Un noi che non era la somma di tante personalità ed esigenze individuali, ma era un orizzonte collettivo e popolare. Lo rimpiangiamo perché ne sentiamo la mancanza. Ora. Sempre di più, perché vediamo intorno a noi una politica incapace di dare una direzione alla società, decisa solamente quando si tratta di difendere interessi particolari e mai generali, diventata, quando va bene delega ma più banalmente tifo. Basta guardare allo spettacolo degli ultimi giorni.

Un partito non è un cartello elettorale. Un partito non è la somma di buone idee. Un partito non è un’associazione. Un partito non si identifica solamente con il potere o con il Governo. Non è il fine ma è il mezzo per cambiare e migliorare la vita delle persone. Un partito deve rappresentare le istanze popolari e di un territorio. Di tutto questo oggi ne sentiamo la mancanza.

100 anni del PCI: le sfide di oggi

Quali sono gli obiettivi sui quali dovremmo ragionare oggi. Ci viene incontro direttamente il segretario più amato, Enrico Berlinguer. E’ il 1983.

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo

Tutte queste questioni oggi sono più vive che mai. Sono tutte sul piatto. Si sono amplificate di fronte a noi ma troppo spesso ci sentiamo troppo piccoli per affrontarle. Manca “il noi” del punto precedente e difettiamo di organizzazione, altra parola chiave che dovremmo portarci dal passato.

E’ cambiata la società, sono mutati i tempi, resta, invece, intatta la necessità di combattere affinché questo mondo sia un po’ più giusto o semplicemente di impegnarci per averlo ancora un mondo tra 100 anni. Un degno regalo di compleanno per celebrare questa data così significativa sarebbe una riflessione profonda con l’obiettivo di riflettere sulle condizioni utili e necessarie per (ri)dare un pensiero collettivo ed un’azione concreta sulle questioni del domani.

Assalto al Campidoglio: 6 brevi considerazioni

Assalto al Campidoglio – E’ passato qualche giorno dalle incredibili immagini che hanno battezzato il 2021: i suprematisti irrompono al Campidoglio. Sgomento, paura, rabbia, indignazione, per tutte e tutti, sono state le reazioni a caldo. Un film distopico? Una serie uscita troppo bene da sembrare vera? No, è la realtà o meglio una pagina di storia, brutta e pericolosa. La storia, però, va analizzata non solo commentata, altrimenti si confondono le cause e gli effetti, i come ed i perché, il particolare con il generale.

  1. Cosa spinge quelle persone a compiere gesti del genere? Cosa porta delle persone a vivere in un mondo parallelo, in cui complottismo e posizione antiscientifiche si mescolano in un maionese impazzita? 40 anni in cui l’unica ideologia è stata quella del denaro, dell’arricchimento, della predominanza della finanza speculativa, dell’io sempre e costantemente prima del noi, dell’idea che il “pubblico” fosse il demonio, del dogma in cui la stesso concetto di socialità è stato svuotato di ogni significato. Sei povero? E’ colpa tua. Non riesci a costruire la vita dei tuoi sogni? Sei un misero fallito. Non hai dei diritti? E’ colpa del nero che vuole sottrarti quei diritti e che si lamenta. Hai perso il lavoro? Mi dispiace ma non possiamo farci nulla. Hai perso la casa? Se non lavori. Hai dei problemi di salute e non puoi curarti decentemente? Se nella vita non hai mai lavorato. La perversa follia di Trump non è stata la causa di queste proteste, ma il mezzo. Il “Make America Great Again” ha prima illuso questi milioni di persone e poi incendiato la loro voglia di rivolta.
  2. Trump. Trump è un miliardario arrogante e come tutti i miliardari arroganti pretende di essere sopra le leggi ed i regolamenti. Per quelli come lui, la politica e le istituzioni sono intralci. L’uomo forte che non può perdere mai. L’audio di una settimana fa è illuminante in tal senso: mancano dei voti? Troviamoli. Cetto La Qualunque avrebbe detto coloriamo le schede.
  3. Le conseguenze del trumpismo. L’indebolimento delle istituzioni americane ed internazionali. Lo stretto rapporto ideologico con la polizia federale ( fondamentale il non intervento). L’aumento delle tensioni nella società americana. L’irresponsabilità di buttare benzina sul fuoco di questi problemi, dopo le elezioni. Rabbia, paura, senso di sentirsi soli ed imbrogliati dal mondo globale.
  4. E Adesso? Cosa succederà adesso. La facile illusione di sistemare tutto in poco tempo è utile a riempire gli editoriali. I processi sociali hanno bisogno di tempo. C’è bisogno di riassorbire questo malessere, di creare un mondo più inclusivo che risponda in maniera diversa alle domande poste al punto 1. Nuovi modelli culturali. Nuovi modelli sociali da pensare e mettere a terra, non solo nelle grandi città ma anche nelle periferie rurali. Non serve biasimare. Non serve condannare da un piedistallo o da un attico di New York.
  5. Il modello americano e noi. Siamo davvero così convinti che l’America sia il modello da democrazia da seguire, in tutto e per tutto? Le pagine di storia, compresa quella di pochi giorni fa, ci dicono altro.
  6. Il blocco Social. Attenzione. Oggi i social hanno più potere delle televisioni negli anni 90. Chi ha una carica pubblica e/o si occupa di politica lo sa perfettamente, meglio di chiunque altro. Pensiamo, solamente per fare un esempio recente, alle comunicazioni quotidiane che avvengono sul Covid. Serve un controllo sulle informazioni che passano su queste piattaforme? Sì, certamente sì. Il punto, però, è un altro. Chi decide questo controllo? La logica aziendale e di mercato ci porta a rispondere con il proprietario della piattaforma. Se, però, guardiamo alla visione politica/istituzione/governativa che Facebook,Twitter, Instagram hanno assunto capiamo che c’è un forte e preoccupante sbilanciamento di potere. Questo è un tema serio, molto più di Trump.

P.s Chi in Italia paragona le violenze tra il Black Lives Matter e l’assalto al Campidoglio di pochi giorni fa è in e evidente malafede. Da una parte non si riconosce il risultato delle elezioni, dall’altra si manifesta contro l’uccisione di un innocente. Precisazione che nell’Italia del 2021 diventa necessaria.

Frosinone – Biodigestore, interviene Green Italia

Nel dialetto popolare c’è un proverbio che recita più o meno così: “Quando una persona è stata pizzicata da una vipera, ha paura anche della lucertola”. Il senso del detto è facilmente intuibile: quando una persona ha vissuto/ sta vivendo un problema drammaticamente serio e pericoloso sulla propria pelle, anche una situazione che non riscontra grosse problematiche viene vissuta con ansia e paura. In maniera non razionale. Se trasliamo il discorso e riportiamo tutto al tema della sostenibilità ambientale, potremmo dire chi da anni subisce un attacco duro, profondo, continuo sotto questo fronte (Inquinamento della Valle del Sacco, Discariche, Termovalorizzatori) ha una reazione eccessiva davanti anche all’impiantistica necessaria per sviluppare l’economia circolare.

Biodigestore Frosinone - La nota di Green ITalia
Nota Pubblicata sul Quotidiano L’Inchiesta

L’economia Circolare e i biodigestori


Con molta chiarezza dobbiamo esprimerci su un punto. Economia Circolare vuol dire anche costruire impianti. Aumentando, si spera sempre di più, la percentuale di raccolta differenziata negli anni, i biodigestori diventano impianti necessari a chiudere il ciclo dei rifiuti. Senza impianti non restano che discariche e termovalorizzatori. Senza impianti non c’è riciclo e recupero. Dalla frazione organica lavorata nel biodigestore è possibile ottenere sia bio-metano che sostituisce quello di origine fossile, sia compost di qualità. Non è scontato ricordare che se vogliamo passare ad una società free-carbon, dobbiamo sostituire le fossili con le rinnovabili.
Possiamo anche comprendere le paure iniziali dei cittadini che in tanti e troppi casi hanno già dato sul tema, ma è proprio su questo punto che dovrebbe intervenire l’associazionismo di settore e la politica, prendendo posizioni scientifiche e non complottistiche. Quello che è accaduto nell’ultima settimana, invece, è l’esatto opposto: talune associazioni, invece di spiegare scientificamente la differenza tra le diverse tecnologie e tra i diversi tipi di impianto hanno creato confusione, accusando in maniera diretta il circolo di Legambiente di Frosinone e l’Associazione Nazionale, avanzando illazioni strumentali, da caccia alle streghe o se preferite alle scie chimiche. Un vero e proprio avvelenamento dei pozzi, sul quale come circolo locale di Green Italia non possiamo e non vogliamo tacere. È l’ultima cosa di cui ha bisogno questa Provincia, davvero dannata per le problematiche riguardanti il ciclo dei Rifiuti. “Una corsa che si deve fermare perché altrimenti si casca male e a Frosinone malissimo, perché il Dottor Stefano Ceccarelli, non è solo un galantuomo, ma un monaco dell’ambiente, di rito ortodosso e da decenni – spiega l’attivista, Armando Mirabella. Potrebbe essere contemporaneamente il nonno, il padre e il fratello di Greta Thunmberg.


E’ necessario aprire una riflessione sul ciclo dei rifiuti in provincia

Specificato questo punto, per noi inderogabile, si può aprire una discussione seria sulla localizzazione dell’impianto, sui criteri di valutazione della Regione, sulla quantità di rifiuti trattati, sull’elevato numero di progetti dello stesso tenore in un’area ristretta, sulle politiche di gestione del biodigestore, sul come si vuole migliorare un ciclo dei rifiuti che in questa provincia svuota le casse pubbliche ed arricchisce i privati, su come il nuovo piano dei Rifiuti impatterà l’intera provincia, da Fiuggi a San Vittore, sulle discariche autorizzate e su quelle non bonificate disseminate lungo l’asse provinciale. Insomma, sulla pianificazione e sulla progettazione che latitano da sempre sotto questo punto di vista.
Se non bastasse si potrebbe parlare del problema dell’amianto ancora troppo presente nelle nostre campagne, dell’efficientamento energetico degli edifici pubblici, di una mobilità sostenibile e leggera. Traducendo si potrebbe parlare di come intendiamo consegnare questo pezzo di mondo, che resta bello ed autentico, a chi verrà dopo di noi, magari aprendo un tavolo di confronto continuo e trasparente. Per farlo, però, occorre la serietà e non l’illazione, occorre la scienza e non il sensazionalismo, occorre studiare e non improvvisare, occorre, sicuramente anche combattere, unendo il cuore al cervello e non la pancia alla gola.

Green Italia – Provincia di Frosinone

L’emergenza Covid e la coperta troppo corta

Stanchi. Preoccupati. Sembriamo tutti caduti nel romanzo di Josè Saramango, Cecità. Procediamo ad occhi chiusi, a tentoni, mentre il virus propaga nelle città.

“Il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita.”

Josè Saramango – Cecità

La realtà è che nessuno sa come usciremo da questa drammatica situazione che stiamo vivendo. Non sappiamo come né usciremo sanitariamente, economicamente e socialmente. In questo tempo di domande, alcuni, riescono a sputare sentenze ogni giorno, più volte a giorno, riuscendo a dire tutto ed il contrario di tutto, sempre con una fottuta convinzione. Beati Loro.

L’unica certezza, per me, da cittadino è quella di procedere giorno dopo giorno. Adattarsi. Capire cosa è essenziale e cosa, per quel giorno, è superfluo. Ed è una fatica enorme. Aggrapparsi per non cadere e scivolare.

Siamo spalle al muro: con un’emergenza sanitaria che viaggia verso la sua Cima Coppi e un’emergenza economica che ci attende alla fine della strada. Saranno solamente i numeri quotidiani che ci diranno se si eviterà un nuovo lockdown più o meno generalizzato. E’ del tutto evidente che lockdown o meno, se non ci sarà una situazione sanitaria stabile non potrà mai esserci una vera e propria ripresa economica. Questo va detto a chiare lettere.

Politicamente, invece, siamo di fronte ad una coperta troppo corta. Si pagano e si scontano gli errori dei decenni passati, sia a livello sanitario, sia a livello economico. Si poteva programmare meglio nei mesi passati, certamente sì: trasporti, tracciamento e tamponi, sopratutto. Aver pensato alle distanze tra i banchi per mesi e non aver pensato a come i ragazzi arrivassero in classe, è un’offesa all’intelligenza. Certamente, però, migliaia di infermieri non si fermano in 5 mesi. Certamente, però, la mobilità delle nostre città, non cambia in 3 mesi estivi. Certamente, i processi sociali che infiammano i quartieri popolari non nascono nell’ultimo anno. Certamente, non aiuta chi per guadagnare consensi, ha detto tutto ed il contrario tutto, soffiando su quella cenere incandescente.

Non c’è bisogno, invece, di arroganza comunicativa. Ci deve essere la tutela della salute pubblica, prima di tutto. Deve esserci la capacità di ascolto e quella di risoluzione dei problemi, dopo, per interi settori. Non è semplice ma magari, prima di annunciare chiusure totali o parziali, sarebbe il caso di procedere, nero su bianco, con i sussidi per quelle persone che non possono lavorare. Alla stessa maniera c’è bisogno di vedere realmente applicate le norme ed i divieti, altrimenti un commerciante che vede chiusa la sua attività avrà le sue sacrosante ragioni a protestare. A proposito delle proteste, occhio a non banalizzare. A dire che sono tutti criminali. Certamente, a Napoli, c’era anche gente poco raccomandabile ed, ovviamente, senza se e senza ma vanno condannate le violenze alle forze dell’ordine e ai giornalisti, ma pensare che in piazza ci fossero solamente fascisti e camorristi è un errore che non possiamo permetterci, ora e in futuro. Come dicono quelli bravi, “rischiamo la tenuta del Paese”, questa volta per davvero, aggiungo io.

Caszely, Allende e Pinochet

Caszely abbraccia Salvador Allende

Caszely e la partita fantasma

Prima scena. Una delle immagini più incredibili di sempre viste su un campo da calcio. Ci sono 15 mila spettatori. Ci sono militari intorno al campo. C’è un dittatore sulle tribune. Ci sono 11 giocatori. Non ventidue, ma solo e soltanto 11. C’è un pallone. Iniziano a giocare, da soli, e segnano un goal simbolico. Su quel campo dovevano esserci i giocatori dell’Unione Sovietica che decisero di non presentarsi: “Su quel campo noi non giochiamo”. No, non c’entra nulla la struttura dello Stadio, il manto erboso o l’altura, come può capitare in alcuni luoghi del Sud America. I giocatori sovietici in quello stadio non vogliono mettere piede perché ci troviamo in Cile ed è il 21 novembre del 1973. E’ lo spareggio per accedere ai mondiali della primavera successiva. In quello stadio, il Generale Augusto Pinochet fino a poche settimane prima aveva torturato e massacrato oppositori politici, giornalisti, donne e uomini cileni. Praticamente, chiunque non fosse dalla sua parte.

Il nostro protagonista, negli spogliatoi, si sente male per la vergogna. Vomita. Per lo schifo di quella parata a cui non è riuscito a sottrarsi, ma giura che è l’ultima volta che dirà sì.

Quando Caszely incrociò le braccia davanti a Pinochet

Secondo atto. Iniziò giugno del 1974. La nazionale cilena sta per partire per i mondiali di calcio tedeschi del 1974. Quelli dell’Olanda di Crujff e della Germania di Beckhenbauer. Una delle edizioni più belle e significative di sempre. Prima di partire il Generale vuole salutare la squadra, ed è, anche avvisato, del caso particolarmente spinoso di un’attaccante, non propriamente allineato al regime. Il generale prosegue e saluta i giocatori, fino a quando arriva di fronte a quello che in Cile chiamano il “Re del metro quadrato”, per la sua abilità finalizzativa nell’area di rigore. Se preferite il soprannome spagnolo, “El Dueno de l’Area chica” (il padrone dell’area piccola).

Si fermano. Si guardano. Si scrutano. Il tempo si ferma e gli attimi diventano secoli. Carlos Humberto Caszely, figlio di padre ungherese, amico di Salvator Allende, incrocia le braccia. Non allunga la mano. Trova quel coraggio che non aveva avuto in precedenza. In quei secondi sicuramente penserà ai suoi familiari, ai suoi amici, alle conseguenze di quel gesto. La sua dignità gli impone di non stringere quella mano, bagnata di sangue e di morte. Se fosse un film ci sarebbe la musica da duello West di Ennio Morricone. Ma diavolo no, non è un film. Caszely dice no, per i suoi compagni ammazzati, per il Presidente Allende, per le donne torturate dai generali cileni. Dice no e ce ne vuole di coraggio. Ce ne vuole tanto, forse troppo per noi comuni mortali. Eppure, Carlos Humberto Caszely, figlio di mamma Olga, nato a Santiago del Cile, il 5 luglio del 1950, vissuto nel barrìo popolare di San Fernando, dice no e ci ricorda, una volta di più che sono gli uomini che fanno la storia. Sono le decisioni di chiunque ad incrinare il tavolo degli eventi.

Caszely e Salvador Allende

La terza immagine ci porta indietro nel tempo. Nel giugno del 1973, Caszely gioca nel Colò Colo, la squadra cilena più forte e conosciuta. I cileni sono impegnati nella finale di Copa Libertadores, La Champions League Sud America (Competizione che si chiama in questo modo per omaggiare il “Libertador”, Simon Bolivar, ma questa è un’altra storia). Allende e Caszely si trovano uno di fronte all’altro ed il Presidente a chiedere una foto. Il simbolo della squadra, l’attaccante del popolo che abbraccia il Presidente. Il ragazzo del quartiere popolare che continua a studiare (“non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti”) che ai tempi del Liceo scopre l’amore per la politica e diventa “militante” per Allende e le sue “Unidad Popular”, da una parte.  Dall’altra c’è lui, Salvador Allende. Antonio SKÁRMETA su Repubblica, nel 2013 lo descrive in maniera esemplare.

“Salvador Allende non era un guerrigliero che un giorno scese dalla montagna, non era un profeta visionario che sbarcò da un’arca con angeli armati fino ai denti, e non era nemmeno un poeta fuori dal mondo che confondeva le nuvole con i carri armati. Era la cosa più simile che ci fosse a un cittadino comune. Non un’apparizione improvvisa, ma una persona che stava tutti i giorni lì dove doveva stare….Per i cileni la sua “rivoluzione” non era l’esercizio della violenza per “far partorire” la storia, ma la paziente, laboriosa lotta di una vita per conquistare, nel 1970, la presidenza della Repubblica che gli avrebbe consentito di dare forma al sogno suo e della società che rappresentava: promuovere un socialismo democratico – con tutte le libertà permesse- differente dai socialismio comunismi esistenti nel mondo. Con espressione fin troppo folcloristica Allende la chiamò «una rivoluzione che sa di empanada e vino rosso»”

Il sogno di un socialismo democratico, raggiunto con mezzi pacifici. Un paese felice. Un popolo che riacquista la sua autonomia ed indipendenza dalle potenze straniere. Per tutti questi motivi, La Cia Finanziò Pinochet. Per tutti questi motivi, “la più grande democrazia occidentale” finanziò un sanguinoso dittatore e gettò tra le sue braccia un popolo intero. Quell’utopia diventata realtà non poteva continuare ad esistere.

La vittoria del “NO” e la fine di Pinochet

L’ultimo frame che utilizzerò per concludere questa storia è la partita di addio al calcio di Caszely. Una partita che diventò un’immensa manifestazione contro la dittatura. I tempi stavano cambiando. Da un tunnel lungo e buio, si iniziava di nuovo ad intravedere la luce. Luce che diventa abbagliante quando il popolo cileno, il 5 ottobre 1988, votando NO, al referendum sbarra la strada alla dittatura cilena.

Il referendum è raccontato splendidamente nel film “No- I giorni dell’arcobaleno”. Chi l’ha visto ricorderà che la chiave di volta per raggiungere la vittoria sarà una brillante comunicazione. Farebbe scuola anche oggi a tanti partiti. In uno di quei video compare la signora Olga, un gagliardetto del Colo Colo e ovviamente il protagonista di questa storia.

 “Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”. Ad un certo punto entro in scena e inizio a spiegare le mie personali ragioni per il “no”:

“Perché la sua allegria è la mia allegria.

Perchè i suoi sentimenti sono i miei sentimenti.

Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere”.

“E perché questa bella signora è mia madre”.

Willy e la banalità del male

Willi Monteiro_ La banalità del male

Davanti alla morte di un ragazzo di 21 anni è sempre difficile dire qualcosa. Se poi la morte arriva per un pestaggio, le parole si bloccano. Ti restano in gola, perchè è semplicemente inaccettabile parlare di una morte che ha interrotto una vita nell’età dei sogni e delle possibilità.

 Per questo c’è prima di tutto da riflettere. Pensare. Ponderare e pesare ogni parola. Non scadere nel sensazionalismo, né nella superficialità.

Quando un ragazzo di 21 anni viene ucciso a colpi di botte è sintomo di qualcosa di malato e profondo presente nella società che non si risolve né vietando le arti marziali ( magari, però, controlliamo se tutto è a norma in quella palestra), né parlando genericamente di periferie degradate, specie se chi lo scrive non sa nulla della vita di provincia. Non servono slogan. Serve un’azione lunga e continua con investimenti mirati in cultura ed istruzione. Non servono spot, servono anni ed investimenti, il resto sono chiacchiere buone a riempire le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il problema non è Colleferro, Artena o Paliano. Anche se ci fa paura dobbiamo ammettere che quell’episodio sarebbe potuto accadere ovunque. Ovunque.

Quando viene ucciso un ragazzo di 21 anni c’è da riflettere sui tanti sciacalli che da anni avvelenano i pozzi dell’informazione, c’è da ripensare ad ogni fakenews pubblicata sui social utile solamente a fomentare odio e a mostrare una sterile indignazione da leoni del web. Tanti scrivono bestialità, commentando questa o quella notizia, nascondendosi dietro uno schermo. Pochi, ma con evidenti problemi, a quella spirale di odio danno poi seguito nella vita reale.

Quando si è di fronte ad una tragedia come questa non bisogna cedere anche se tremendamente difficile all’impulsi più beceri di una giustizia sommaria che alimenterebbe solo il circolo della violenza. C’è solamente da pretendere giustizia: certa, rapida e senza sconti.

Il problema di fondo è che da troppo tempo in questo Paese dividiamo le persone tra noi e loro ( e la classificazione di loro non è sempre e solo razziale) e sempre troppo spesso sull’altro, su quello che è diverso da noi, scarichiamo tutti i problemi delle nostre esistenze.  Un meccanismo perverso e pericoloso che porta a considerare l’altro da noi semplicemente un intralcio alla nostra vita quotidiana. Non un essere umano, con i suoi sogni, i suoi bisogni, la sua anima, ma un numero, quando va bene. Un’identità non definita. Da questo nasce quella frase che fa rabbrividire: “Che hanno fatto? Hanno ucciso un immigrato.

So già che nella mente di tanti, purtroppo, c’è l’osservazione tipica: Perché non hai/avete scritto questo quando.. citando l’episodio di cronaca x,y o z? La mia risposta è molto semplice: perché questo omicidio mostra e dimostra che evidentemente c’è qualcosa non va nella società e la società è fatta da individui ( anche da me e da te che stai leggendo questo articolo). Non ci troviamo davanti al gesto sconsiderato di un folle, di un omicida, nero, giallo, bianco, rosso che sia, ma di qualcosa di premeditato. Verrebbe da dire, di un vero e proprio stile di vita.  Per questo non è derubricale solamente alla cronaca nera ma ci costringe a riflettere su cosa bolle nella pancia di questo Paese. Pancia pronta sempre a mostrare e gonfiare i muscoli per non fare i conti con il suo vuoto esistenziale e la solitudine. Il rischio evidente è che si finisca come nel libro di Hanna Arendt, “La Banalità del Male”. Uomini superficiali che commettono efferati crimini, azioni orribili, non rendendosi minimante conto di quello che stanno facendo. Superficiali ed inetti, “inabili a pensare dal punto di vista di qualcun altro”.